Home

Liturgia

Formazione

Rassegna stampa

Search

Risorse

Sostienici

Catechesi Santo Padre

papa-abbraccio-2.jpgRassegna di discorsi, interventi e omelie della visita di Stato di Sua Santità Papa Benedetto XVI nel Regno Unito

Ha avuto inizio questa mattina il 17° Viaggio internazionale del Santo Padre Benedetto XVI, che lo porta nel Regno Unito in occasione della Beatificazione del Cardinale John Henry Newman.

L’aereo con a bordo il Santo Padre - un AZ A320 dell’Alitalia - è partito dall’aeroporto di Ciampino (Roma) alle ore 8.30. L’arrivo all’aeroporto internazionale di Edinburgh è previsto per le ore 10.30 (11.30 ora di Roma).



  • TELEGRAMMI A CAPI DI STATO

    Nel momento di lasciare il territorio italiano e nel sorvolare poi la Francia, il Santo Padre Benedetto XVI ha fatto pervenire ai rispettivi Capi di Stato i seguenti messaggi telegrafici:

    A SUA ECCELLENZA
    ON. GIORGIO NAPOLITANO
    PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA
    PALAZZO DEL QUIRINALE
    00187 ROMA

    NEL LASCIARE IL SUOLO ITALIANO PER RECARMI NEL REGNO UNITO MI È CARO RIVOLGERE A LEI SIGNOR PRESIDENTE IL MIO DEFERENTE SALUTO E MENTRE MI ACCINGO AD INCONTRARE SUA MAESTÀ LA REGINA ELISABETTA SECONDA E LE ALTRE AUTORITÀ LA COMUNITÀ CATTOLICA COME PURE I RAPPRESENTANTI DI ALTRE COMUNITÀ RELIGIOSE SPECIALMENTE QUELLA ANGLICANA GLI ESPONENTI DELLA SOCIETÀ CIVILE E LA GENTE DI QUEL NOBILE PAESE INVOCO LA BENEDIZIONE DEL SIGNORE SULL’INTERA NAZIONE ITALIANA IN PARTICOLARE SUI RESPONSABILI DELLA COSA PUBBLICA CHIAMATI A SERVIRE IL BENE COMUNE

    BENEDICTUS PP. XVI



    SON EXCELLENCE MONSIEUR NICOLAS SARKOZY
    PRÉSIDENT DE LA RÉPUBLIQUE FRANÇAISE
    PARIS

    AU MOMENT OÙ JE SURVOLE LA FRANCE POUR ME RENDRE EN VOYAGE APOSTOLIQUE AU ROYAUME-UNI J’ADRESSE AVEC PLAISIR À VOTRE EXCELLENCE MES SALUTATIONS CORDIALES ET MES VŒUX LES MEILLEURS POUR SA PERSONNE ET POUR LE PEUPLE FRANÇAIS

    BENEDICTUS PP. XVI

  • Trascrizione parziale e quasi letterale del colloquio del Santo Padre con i giornalisti nel viaggio verso il Regno Unito


    Santità benvenuto tra noi. Abbiamo un gruppo di 70 giornalisti provenienti dalle diverse parti del mondo, alccuni appositamente dal Regno Unito.
    I colleghi nei giorni scorsi hanno dato diverse domande in attesa di questo viaggio atteso e impegnativo. Eccone alcune.

    Nei giorni scorsi ci sono state polemiche durante la preparazione del viaggio, la Gran Bretagna è stata presentata come un Paese anticattolico. Lei è preoccupatoper come sarà accolto?

    «Anzitutto buona giornata e buon volo per noi tutti.
    Devo dire che non sono preoccupato perché quando sono stato in Francia è stato detto che era quello il paese più anticlericale, con forte correnti anticlericali e con un numero minimo di fedeli quando sono andato nella repubblica ceca è stato detto che quello che sarebbe il paese più antireligioso d’Europa e anche anticlericali. Così tutti i paesi occidentali tutti secondo la propria storia, hanno molte correnti anticlericali e anticattoliche ma hanno anche sempre una presenza forte di fede. Così in Francia e nella Repubblica Ceca ho visto e vissuto una calorosa accoglienza da parte della comunità cattolica, una forte attenzione da parte di agnostici che tuttavia sono in ricerca, vogliono conoscere e trovare i valori che portano avanti l’umanità, e sono stati molto attenti se potrebbero sentire da me qualcosa anche in questo senso. E la tolleranza e il rispetto di quanti sono anticattolici. Naturalmente la Gran Bretagna ha una sua propria storia di anticattolicesimo, questo è ovvio, ma è anche un paese con una su storia di tolleranza. Eccosì sono sicuro che da una parte sarà un’accoglienza positiva dai cattolici e dai credenti, generalmente, attenzione da quanti cercano come andare avanti in questo nostro tempo e rispetto e tolleranza reciproca dove c’è un anticattolicesimo. Vado avanti con grande coraggio e con gioia».

    Il Regno Unito, come molti altri Paesi occidentali, è considerato un Paese secolare, con un forte movimento di ateismo anche con motivazioni culturali, tuttavia vi sono anche segni che la fede religiosa, in particolare in Gesù Cristo, è tuttora viva a livello personale. Che cosa può significare questo per cattolici ed anglicani. Si può fare qualcosa per rendere la Chiesa come istituzione anche più credibile e attrattiva per tutti?
    «Direi che una chiesa che cerca soprattutto di essere attrattiva sarebbe già su una strada sbagliata. Perché la chiesa non lavora per se, non lavora per aumentare i propri numeri e così il proprio potere. La chiesa è al servizio di un Altro, serve non per sé, per essere un corpo forte, ma serve per rendere accessibile l’annuncio di Gesù Cristo, le grandi verità, le grandi forze di amore di riconciliazione che è apparso in questa figura e che viene sempre dalla presenza di Gesù Cristo. In questo senso la chiesa non cerca la propria attrattività ma deve essere trasparente per Gesù Cristo. E nella misura nella quale non sta per se stesso, come corpo forte e potente nel mondo, ma si fa semplicemente voce di un altro, diventa realmente trasparenza per la grande figura di Cristo e le grandi verità che ha portato nell’umanità, la forza dell’amore; in questo momento si ascolta si accetta la chiesa non dovrebbe considerare se stessa ma aiutare a considerare l’Altro, e essa stessa vedere e parlare di un Altro e per l'Altro. In questo senso mi sembra anche che anglicani e cattolici hanno il semplice, lo stesso compito, la stessa direzione da prendere. Se anglicani e cattolici vedono ambedue che non servono per se stessi ma sono strumenti per Cristo, Amico dello sposo, come dice san Giovanni, se ambedue seguono la priorità di Cristo e non di se stessi, vengono anche insieme. Perché in quel tempo la priorità di Cristo li accomuna e non sono più concorrenti, ognuno cerca il maggiore numero, ma sono congiunti nell’impegno per la verità di Cristo che entra in questo mondo, e così si trovano anche reciprocamente in un vero e fecondo ecumenismo».

    Com'è noto lo scandalo degli abusi sessuali ha scosso la fiducia dei fedeli nella Chiesa. Come pensa a ristabilire questa fiducia?
    «Innanzitutto devo dire che queste rivelazioni sono state per me uno shock, una grande tristezza.
    E' difficile capire come questa perversione del ministero Sacerdotale era possibile.
    Il Sacerdote nel momento dell'Ordinazione, preparato per anni a questo momento, dice "Sì!" a Cristo di farsi la sua voce, la sua bocca, la sua mano, e servire con tutta l'esistenza perché il buon Pastore che ama, che aiuta e che guida alla Verita sia presente al mondo. Come un uomo che ha fatto e detto questo può poi cadere in questa perversione è difficile da capire.
    E' una grande tristezza.. tristezza anche che l'autorità della Chiesa non era sufficientemente vigilante, insufficientemente veloce, decisa, nel prendere le misure necessarie.
    Per tutto questo siamo in un momento di Penitenza, di umiltà e di rinnovata sincerità come ho scritto ai vescovi irlandesi.
    Mi sembra dobbiamo adesso realizzare proprio un tempo di penitenza, un tempo di umlità e rinnovare e re-imparare in assoluta sincerità.
    Riguardo alle vittime, tre cose sono importanti.
    Primo interesse sono le vittime. Come possiamo riparare cosa possiamo fare per aiutare queste persone a superare questo trauma a ritrovare la vita e recuperare la fiducia nel messaggio di Cristo. Questa è la prima priorità con aiuti psicologici e spirituali.
    Secondo interesse è quello delle persone colpevoli. La giusta pena, escluderli da ogni possibilità di accesso ai giovani perché sappiamo che questa è una malattia e la libera volontà non funziona dove c'è questa malattia. Proteggere queste persone da se stessi ed escluderli ad ogni accesso ai giovani.
    Terso interesse è la prevenzione nella educazione e nella scelta dei candidati al sacerdozio; essere così attenti, nelle possibilità umane, da escludere futuri casi. Vorrei in tal caso ringraziare l'Episcopato britannico per la sua attenzione e la sua collaborazione sia con la sede di S. Pietro sia con le istanze pubbliche e l'attenzione verso le vittime.
    L'Espiscopato Britannico fa e ha fatto un ottimo lavoro di cui sono molto grato.

    Santità, la figura del cardinale Newman è molto significativa per lei. E per il cardinale Newman lei fa l’eccezione di presiederne la beatificazione.
    Pensa che il suo ricordo possa aiutare a superare le divisioni tra anglicani e cattolici?
    E quali sono gli aspetti della sua personalità su cui desidera mettere l’accento più forte?

    "Newman è soprattutto da una parte un uomo moderno che ha vissuto tutto il problema della modernità, che ha vissuto anche il problema dell’agnosticismo, il problema dell’impossibilità di conoscere Dio, di credere. Un uomo che era in tutta la sua vita in cammino, di lasciarsi trasformare dalla verità in una ricerca di grande sincerità e di grande disponibilità di conoscere meglio e di trovare e di accettare la strada che da la vera vita; questa modernità interiore della sua vita implica la modernità della sua fede.
    Non è una fede in formule del tempo passato ma una fede personalissima, vissuta sofferta, trovata in un lungo cammino di rinnovamento e di conversioni.
    E’ un uomo di grande cultura che da una parte partecipa nella nostra cultura scettica di oggi nella questione: possiamo capire qualcosa di certo sulla verità dell’uomo di essere o no e come possiamo arrivare alle convergenza delle verosimilità?
    Un uomo con una grande cultura della conoscenza dei padri della chiesa, ha studiato e rinnovato la genesi interna della fede riconosciuta e anche la sua figura essenzialmente interiore. E’ un uomo di una grande spiritualità di un grande umanesimo, un uomo di preghiera, di una relazione profonda con Dio e di una relazione propria perciò anche di una relazione profonda con gli uomini del suo e del nsotro tempo.
    Direi quindi tre elementi:
    modernità della sua esistenza con tutti i dubbi e i problemi del nostro essere di oggi,
    cultura grande, conoscenza dei grandi tesori della cultura dell’umanità 
    disponibilità di ricerca permanente di rinnovamento permanente e spiritualità, vita spirituale e vita con Dio danno a questo un uomo una eccezionale grandezza nel nostro tempo è una figura di dottore della chiesa per noi e per tutti è un ponte tra anglicani e cattolici".

    La sua è una visita di Stato. C’è sintonia con le autorità inglesi nell’affrontare le grandi sfide attuali?

    "Sono molto grato a sua maestà la Regina Elisabetta II che voleva dare a questa visita il rango di una visita di stato, che sa esprimere il carattere pubblico questa visita e anche la responsabilità comune tra politica e religione per il futuro del continente e per il futuro anche dell’umanità. La grande comune responsabilità perché i valori che creano giustizia e politica e che vengano dalla religione siano insieme, in cammino nel nostro tempo.
    Attualmente di questo fatto che giuridicamente è una visita di Stato non rende la mia visita un fatto politico perché se il Papa fa un capo di Stato questo è solo uno strumento per garantire l’indipendenza del suo annuncio e il carattere pubblico del suo lavoro di pastore.

    In questo senso anche la visita di stato rimane sostanzialmente ed essenzialmente una visita pastorale, cioè una visita nella responsabilità della fede per la quale il sommo pontefice il Papa esiste e naturalmente il centro dell’attenzione qauesta visita di stato proprio le coincidenze tra l’interesse della politica e della religione. La politica sostanzialmente è creata per garantire giustizia, la giustizia e la libertà, giustizia è una valore morale, religioso e così l’annuncio la fede l'annuncio del Vangelo si collega nel punto giustizia alla politica e qui nascono anche gli interessi comuni. La Gran Bretagna ha una grande esperienza e una grande attività nella lotta contro il male di questo tempo, la miseria, la povertà, le malattie, la droga e tutte queste lotte contro la miserie, le povertà, la schiavitù dell’uomo sono anche scopi della fede perché sono scopi dell’umanizzazione dell’uomo perché sia restituito all’immagine di Dio contro la le distruzioni e le devastazioni. 
    Un secondo compito comune è l’impegno per la pace nel mondo e la capacità di vivere la pace, l’educazione alla pace. Creare le virtù che rendono l’uomo capace per la pace. E finalmente l’elemento essenziale della pace è il dialogo delle religioni, la tolleranza, l'apertura dell’uomo e dell’altro e questo anche con un profondo scopo sia della Bretagna come società, sia della fede cattolica di aprire il cuore, di aprire al dialogo, di aprire così alla verità, al cammino comune dell’umanità e alla ritrovata dei valori che sono fondamento del nostro umanesimo". 

    © da mp3 Audio Radio Vaticana



    ACCOGLIENZA UFFICIALE ALL’AEROPORTO INTERNAZIONALE DI EDINBURGH
     

    All’arrivo all’aeroporto internazionale di Edinburgh, alle ore 10.30 (11.30 ora di Roma), il Santo Padre Benedetto XVI è accolto dal Nunzio Apostolico in Gran Bretagna, S.E. Mons. Faustino Sainz Muñoz; da S.A. Reale il Principe Filippo, Duca di Edinburgh; dal Primo Ministro della Scozia, S.E. il Sig. Alex Salmond, con altre personalità civile e religiose. Il Papa si dirige poi al Royal Pavilion dove si intrattiene brevemente con il Duca di Edinburgh. Quindi si trasferisce in auto al Palazzo Reale di Holyroodhouse per la cerimonia di benvenuto.



    CERIMONIA DI BENVENUTO AL PALAZZO REALE DI HOLYROODHOUSE DI EDINBURGH

    Alle ore 11, al Palazzo Reale di Holyroodhouse, ha luogo la cerimonia di benvenuto.
    All’ingresso del Palazzo Reale, il Santo Padre Benedetto XVI è accolto da Sua Maestà Elisabetta II, Regina del Regno Unito, e dal suo Consorte, il Principe Filippo, Duca di Edinburgh.
    Dopo l’esecuzione degli inni nazionali, gli onori militari e la sfilata della Guardia d’onore, vengono presentate al Papa le Autorità presenti.



    VISITA DI CORTESIA A SUA MAESTÀ ELISABETTA II, REGINA DEL REGNO UNITO, AL PALAZZO REALE DI HOLYROODHOUSE

    L’incontro privato tra il Santo Padre e Sua Maestà la Regina Elisabetta II con il Principe Consorte si svolge subito dopo la cerimonia di benvenuto, nella Morning Room del Palazzo Reale di Holyroodhouse, e si conclude con lo scambio dei doni e le foto ufficiali.
    Contemporaneamente, il Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone incontra il Primo Ministro della Scozia, S.E. il Sig. Alex Salmond.



    INCONTRO CON LE AUTORITÀ AL PALAZZO REALE DI HOLYROODHOUSE


    Your Majesty,
    Thank you for your gracious invitation to make an official visit to the United Kingdom and for your warm words of greeting on behalf of the British people. In thanking Your Majesty, allow me to extend my own greetings to all the people of the United Kingdom and to hold out a hand of friendship to each one.

    It is a great pleasure for me to start my journey by saluting the members of the Royal Family, thanking in particular His Royal Highness the Duke of Edinburgh for his kind welcome to me at Edinburgh Airport. I express my gratitude to Your Majesty’s present and previous Governments and to all those who worked with them to make this occasion possible, including Lord Patten and former Secretary of State Murphy. I would also like to acknowledge with deep appreciation the work of the All-Party Parliamentary Group on the Holy See, which has contributed greatly to strengthening the friendly relations existing between the Holy See and the United Kingdom.

    As I begin my visit to the United Kingdom in Scotland’s historic capital city, I greet in a special way First Minister Salmond and the representatives of the Scottish Parliament. Just like the Welsh and Northern Ireland Assemblies, may the Scottish Parliament grow to be an expression of the fine traditions and distinct culture of the Scots and strive to serve their best interests in a spirit of solidarity and concern for the common good.

    The name of Holyroodhouse, Your Majesty’s official residence in Scotland, recalls the "Holy Cross" and points to the deep Christian roots that are still present in every layer of British life. The monarchs of England and Scotland have been Christians from very early times and include outstanding saints like Edward the Confessor and Margaret of Scotland. As you know, many of them consciously exercised their sovereign duty in the light of the Gospel, and in this way shaped the nation for good at the deepest level. As a result, the Christian message has been an integral part of the language, thought and culture of the peoples of these islands for more than a thousand years. Your forefathers’ respect for truth and justice, for mercy and charity come to you from a faith that remains a mighty force for good in your kingdom, to the great benefit of Christians and non-Christians alike.

    We find many examples of this force for good throughout Britain’s long history. Even in comparatively recent times, due to figures like William Wilberforce and David Livingstone, Britain intervened directly to stop the international slave trade. Inspired by faith, women like Florence Nightingale served the poor and the sick and set new standards in healthcare that were subsequently copied everywhere. John Henry Newman, whose beatification I will celebrate shortly, was one of many British Christians of his age whose goodness, eloquence and action were a credit to their countrymen and women. These, and many people like them, were inspired by a deep faith born and nurtured in these islands.

    Even in our own lifetime, we can recall how Britain and her leaders stood against a Nazi tyranny that wished to eradicate God from society and denied our common humanity to many, especially the Jews, who were thought unfit to live. I also recall the regime’s attitude to Christian pastors and religious who spoke the truth in love, opposed the Nazis and paid for that opposition with their lives. As we reflect on the sobering lessons of the atheist extremism of the twentieth century, let us never forget how the exclusion of God, religion and virtue from public life leads ultimately to a truncated vision of man and of society and thus to a "reductive vision of the person and his destiny" (Caritas in Veritate, 29).

    Sixty-five years ago, Britain played an essential role in forging the post-war international consensus which favoured the establishment of the United Nations and ushered in a hitherto unknown period of peace and prosperity in Europe. In more recent years, the international community has followed closely events in Northern Ireland which have led to the signing of the Good Friday Agreement and the devolution of powers to the Northern Ireland Assembly. Your Majesty’s Government and the Government of Ireland, together with the political, religious and civil leaders of Northern Ireland, have helped give birth to a peaceful resolution of the conflict there. I encourage everyone involved to continue to walk courageously together on the path marked out for them towards a just and lasting peace.

    Looking abroad, the United Kingdom remains a key figure politically and economically on the international stage. Your Government and people are the shapers of ideas that still have an impact far beyond the British Isles. This places upon them a particular duty to act wisely for the common good. Similarly, because their opinions reach such a wide audience, the British media have a graver responsibility than most and a greater opportunity to promote the peace of nations, the integral development of peoples and the spread of authentic human rights. May all Britons continue to live by the values of honesty, respect and fair-mindedness that have won them the esteem and admiration of many.

    Today, the United Kingdom strives to be a modern and multicultural society. In this challenging enterprise, may it always maintain its respect for those traditional values and cultural expressions that more aggressive forms of secularism no longer value or even tolerate. Let it not obscure the Christian foundation that underpins its freedoms; and may that patrimony, which has always served the nation well, constantly inform the example your Government and people set before the two billion members of the Commonwealth and the great family of English-speaking nations throughout the world.

    May God bless Your Majesty and all the people of your realm. Thank you.


    TRADUZIONE IN LINGUA ITALIANA


    Maestà,
    grazie per il Suo gentile invito a compiere una visita ufficiale al Regno Unito e per le Sue cordiali parole di saluto, a nome del popolo britannico Nel ringraziare Vostra Maestà, mi permetta di estendere i miei saluti a tutto il popolo del Regno Unito e porgere con amicizia la mano a ciascuno.
    È un grande piacere per me iniziare il mio viaggio salutando i Membri della Famiglia Reale, ringraziando in particolare Sua Altezza Reale il Duca di Edimburgo per il suo gentile benvenuto datomi all’aeroporto di Edimburgo. Esprimo la mia gratitudine all’attuale e ai precedenti governi di Vostra Maestà ed a quanti hanno collaborato con essi al fine di rendere possibile questa occasione, fra cui Lord Patten e il precedente Segretario di Stato Murphy. Vorrei pure prender atto con profondo apprezzamento del lavoro svolto dal "All-Parliamentary Group on the Holy See", che ha grandemente contribuito al rafforzamento delle relazioni amichevoli che esistono fra la Santa Sede e il Regno Unito.
    Nel dare inizio alla visita al Regno Unito nella storica Capitale della Scozia, saluto in maniera speciale il Primo Ministro Salmond ed i rappresentanti del Parlamento scozzese. Come le Assemblee del Galles e dell’Irlanda del Nord, possa anche il Parlamento scozzese crescere nel suo essere espressione delle nobili tradizioni e della distinta cultura degli scozzesi ed adoperarsi per servire i loro interessi migliori in spirito di solidarietà e di premura nei confronti del bene comune.
    Il nome di Holyroodhouse, residenza ufficiale di Vostra Maestà in Scozia, evoca la "Santa Croce" e fa volgere lo sguardo alle profonde radici cristiane che sono tuttora presenti in ogni strato della vita britannica. I monarchi d’Inghilterra e Scozia erano cristiani sin dai primissimi tempi ed includono straordinari Santi come Edoardo il Confessore e Margherita di Scozia. Come Le è noto, molti di loro hanno esercitato coscienziosamente i loro doveri sovrani alla luce del Vangelo, modellando in tal modo la nazione nel bene al livello più profondo. Ne risultò che il messaggio cristiano è diventato parte integrale della lingua, del pensiero e della cultura dei popoli di queste isole per più di un millennio. Il rispetto dei vostri antenati per la verità e la giustizia, per la clemenza e la carità giungono a voi da una fede che rimane una forza potente per il bene nel vostro regno, con grande beneficio parimenti di cristiani e non cristiani.
    Troviamo molti esempi di questa forza per il bene lungo tutta la lunga storia della Gran Bretagna. Anche in tempi relativamente recenti, attraverso figure come William Wilberforce e David Livingstone, la Gran Bretagna è direttamente intervenuta per fermare la tratta internazionale degli schiavi. Ispirate dalla fede, donne come Florence Nightingale servirono i poveri e i malati, ponendo nuovi standard nell’assistenza sanitaria che successivamente vennero copiati ovunque. John Henry Newman, la cui beatificazione celebrerò fra breve, fu uno dei molti cristiani britannici della propria epoca la cui bontà, eloquenza ed azione furono un onore per i propri concittadini e concittadine. Questi e molti altri come loro furono mossi da una fede profonda, nata e cresciuta in queste isole. Pure nella nostra epoca possiamo ricordare come la Gran Bretagna e i suoi capi si opposero ad una tirannia nazista che aveva in animo di sradicare Dio dalla società e negava a molti la nostra comune umanità, specialmente gli ebrei, che venivano considerati non degni di vivere. Desidero, inoltre, ricordare l’atteggiamento del regime verso pastori cristiani e verso religiosi che proclamarono la verità nell’amore; si opposero ai nazisti e pagarono con la propria vita la loro opposizione. Mentre riflettiamo sui moniti dell’estremismo ateo del ventesimo secolo, non possiamo mai dimenticare come l’esclusione di Dio, della religione e della virtù dalla vita pubblica conduce in ultima analisi ad una visione monca dell’uomo e della società, e pertanto a "una visione riduttiva della persona e del suo destino" (Caritas in veritate, 29). Sessantacinque anni orsono la Gran Bretagna giocò un ruolo essenziale nel forgiarsi del consenso internazionale del dopo-guerra, il che favorì la fondazione delle Nazioni Unite e diede inizio ad un periodo di pace e di prosperità in Europa, sino a quel momento sconosciuto. Negli anni più recenti la comunità internazionale ha seguito da vicino gli eventi nell’Irlanda del Nord, i quali hanno condotto alla firma dell’Accordo del Venerdì Santo ed alla devoluzione di poteri all’Assemblea dell’Irlanda del Nord. Il governo di Vostra Maestà e quello dell’Irlanda, unitamente ai leader politici, religiosi e civili dell’Irlanda del Nord, hanno sostenuto la nascita di una risoluzione pacifica del conflitto locale. Incoraggio quanti sono coinvolti a continuare a camminare coraggiosamente insieme sulla via tracciata verso una pace giusta e duratura.
    Il governo e il popolo sono coloro che forgiano le idee che hanno tutt’oggi un impatto ben al di là delle Isole britanniche. Ciò impone loro un dovere particolare di agire con saggezza per il bene comune. Allo stesso modo, poiché le loro opinioni raggiungono un così vasto uditorio, i media britannici hanno una responsabilità più grave di altri ed una opportunità più ampia per promuovere la pace delle nazioni, lo sviluppo integrale dei popoli e la diffusione di autentici diritti umani. Possano tutti i britannici continuare a vivere dei valori dell’onestà, del rispetto e dell’equilibrio che hanno guadagnato loro la stima e l’ammirazione di molti.
    Oggi il Regno Unito si sforza di essere una società moderna e multiculturale. In questo compito stimolante, possa mantenere sempre il rispetto per quei valori tradizionali e per quelle espressioni culturali che forme più aggressive di secolarismo non stimano più, né tollerano più. Non si lasci oscurare il fondamento cristiano che sta alla base delle sue libertà; e possa quel patrimonio, che ha sempre servito bene la nazione, plasmare costantemente l’esempio del Suo governo e del Suo popolo nei confronti dei due miliardi di membri del Commonwealth, come pure della grande famiglia di nazioni anglofone in tutto il mondo.

    Dio benedica Vostra Maestà e tutte le persone del Vostro Reame. Grazie.


     © Bollettino Santa Sede - 16 settembre 2010



    Il discorso rivolto al Pontefice dalla Regina Elisabetta


    II Dialogare per superare vecchi sospetti

    Santità,
    accoglierla nel Regno Unito e, in particolare, in Scozia, in occasione della sua prima visita in veste di Papa, mi colma di gioia. Ricordo con piacere la memorabile visita pastorale del compianto Papa Giovanni Paolo II in questo Paese, nel 1982.
    Ho anche ricordi vividi delle mie quattro visite in Vaticano e degli incontri con i suoi predecessori in altre occasioni. Sono loro molto grata per aver ricevuto, nel corso degli anni, numerosi membri della mia famiglia con tale calorosa ospitalità.
    Nel mondo sono cambiate molte cose nei trent'anni trascorsi dalla visita di Giovanni Paolo II. In questo Paese apprezziamo profondamente l'impegno della Santa Sede per migliorare in maniera straordinaria la situazione nell'Irlanda del Nord.
    Ovunque, la caduta dei regimi totalitari nell'Europa centrale e orientale ha permesso una maggiore libertà a centinaia di milioni di persone. La Santa Sede continua a svolgere un ruolo importante nelle questioni internazionali, a sostegno della pace e dello sviluppo, e nell'affrontare problemi comuni quali povertà e cambiamento climatico.
    Santità, la sua presenza qui oggi ci ricorda la nostra eredità comune e il contributo cristiano all'incoraggiamento della pace nel mondo e allo sviluppo economico e sociale dei Paesi meno prosperi del mondo.
    Siamo tutti consapevoli dell'apporto speciale della Chiesa cattolica romana, in particolare grazie al suo ministero per i poveri e per i più deboli della società, alla sua sollecitudine per i senzatetto e all'educazione che offre attraverso la sua ampia rete di scuole.
    La religione è sempre stata un elemento cruciale nell'identità nazionale e nella autoconsapevolezza storica. Ciò ha reso il rapporto fra differenti fedi un fattore fondamentale nella cooperazione necessaria negli stati nazione e fra di loro. Quindi, è di vitale importanza incoraggiare una comprensione reciproca e rispettosa.
    Sappiamo per esperienza che attraverso il dialogo impegnato è possibile superare vecchi sospetti e instaurare una maggiore fiducia reciproca.
    So che la riconciliazione ha costituito un tema centrale nella vita del cardinale John Henry Newman, per il quale lei, Santità, celebrerà una messa di beatificazione domenica prossima. Egli ha lottato contro dubbi e incertezze e il suo contributo alla comprensione del cristianesimo continua a influenzare molte persone.
    Sono lieta per il fatto che la sua visita sarà anche un'opportunità per approfondire il rapporto fra la Chiesa cattolica romana, la Chiesa di Inghilterra e la Chiesa di Scozia.
    Santità, in tempi recenti, ha affermato che "le religioni non possono mai divenire veicoli di odio, che la violenza e il male non possono mai essere giustificati invocando il nome di Dio". Oggi, in questo Paese, siamo uniti su questa posizione. La libertà di culto è il nucleo centrale della nostra società tollerante e democratica.
    A nome del popolo del Regno Unito, le auguro una visita che sia il più possibile feconda e memorabile.


    (©L'Osservatore Romano - 17 settembre 2010)



    Omelia nella Santa Messa al Bellahouston Park di Glasgow


    Dear Brothers and Sisters in Christ,

    "The Kingdom of God is very near to you!" (Lk 10:9). With these words of the Gospel we have just heard, I greet all of you with great affection in the Lord. Truly the Lord’s Kingdom is already in our midst! At this Eucharistic celebration in which the Church in Scotland gathers around the altar in union with the Successor of Peter, let us reaffirm our faith in Christ’s word and our hope – a hope which never disappoints – in his promises! I warmly greet Cardinal O’Brien and the Scottish Bishops; I thank in particular Archbishop Conti for his kind words of welcome on your behalf; and I express my deep gratitude for the work that the British and Scottish Governments and the Glasgow city fathers have done to make this occasion possible.

    Today’s Gospel reminds us that Christ continues to send his disciples into the world in order to proclaim the coming of his Kingdom and to bring his peace into the world, beginning house by house, family by family, town by town. I have come as a herald of that peace to you, the spiritual children of Saint Andrew and to confirm you in the faith of Peter (cf. Lk 22:32). It is with some emotion that I address you, not far from the spot where my beloved predecessor Pope John Paul II celebrated Mass nearly thirty years ago with you and was welcomed by the largest crowd ever gathered in Scottish history.

    Much has happened in Scotland and in the Church in this country since that historic visit. I note with great satisfaction how Pope John Paul’s call to you to walk hand in hand with your fellow Christians has led to greater trust and friendship with the members of the Church of Scotland, the Scottish Episcopal Church and others. Let me encourage you to continue to pray and work with them in building a brighter future for Scotland based upon our common Christian heritage. In today’s first reading we heard Saint Paul appeal to the Romans to acknowledge that, as members of Christ’s body, we belong to each other (cf. Rom 12:5) and to live in respect and mutual love. In that spirit I greet the ecumenical representatives who honour us by their presence. This year marks the 450th anniversary of the Reformation Parliament, but also the 100th anniversary of the World Missionary Conference in Edinburgh, which is widely acknowledged to mark the birth of the modern ecumenical movement. Let us give thanks to God for the promise which ecumenical understanding and cooperation represents for a united witness to the saving truth of God’s word in today’s rapidly changing society.

    Among the differing gifts which Saint Paul lists for the building up of the Church is that of teaching (cf. Rom 12:7). The preaching of the Gospel has always been accompanied by concern for the word: the inspired word of God and the culture in which that word takes root and flourishes. Here in Scotland, I think of the three medieval universities founded here by the popes, including that of Saint Andrews which is beginning to mark the 600th anniversary of its foundation. In the last 30 years and with the assistance of civil authorities, Scottish Catholic schools have taken up the challenge of providing an integral education to greater numbers of students, and this has helped young people not only along the path of spiritual and human growth, but also in entering the professions and public life. This is a sign of great hope for the Church, and I encourage the Catholic professionals, politicians and teachers of Scotland never to lose sight of their calling to use their talents and experience in the service of the faith, engaging contemporary Scottish culture at every level.

    The evangelization of culture is all the more important in our times, when a "dictatorship of relativism" threatens to obscure the unchanging truth about man’s nature, his destiny and his ultimate good. There are some who now seek to exclude religious belief from public discourse, to privatize it or even to paint it as a threat to equality and liberty. Yet religion is in fact a guarantee of authentic liberty and respect, leading us to look upon every person as a brother or sister. For this reason I appeal in particular to you, the lay faithful, in accordance with your baptismal calling and mission, not only to be examples of faith in public, but also to put the case for the promotion of faith’s wisdom and vision in the public forum. Society today needs clear voices which propose our right to live, not in a jungle of self-destructive and arbitrary freedoms, but in a society which works for the true welfare of its citizens and offers them guidance and protection in the face of their weakness and fragility. Do not be afraid to take up this service to your brothers and sisters, and to the future of your beloved nation.

    Saint Ninian, whose feast we celebrate today, was himself unafraid to be a lone voice. In the footsteps of the disciples whom our Lord sent forth before him, Ninian was one of the very first Catholic missionaries to bring his fellow Britons the good news of Jesus Christ. His mission church in Galloway became a centre for the first evangelization of this country. That work was later taken up by Saint Mungo, Glasgow’s own patron, and by other saints, the greatest of whom must include Saint Columba and Saint Margaret. Inspired by them, many men and women have laboured over many centuries to hand down the faith to you. Strive to be worthy of this great tradition! Let the exhortation of Saint Paul in the first reading be your constant inspiration: "Do not lag in zeal, be ardent in spirit, serve the Lord. Rejoice in hope, be patient in suffering and persevere in prayer" (cf. Rom 12:11-12).

    I would now like to address a special word to the bishops of Scotland. Dear brothers, let me encourage you in your pastoral leadership of the Catholics of Scotland. As you know, one of your first pastoral duties is to your priests (cf. Presbyterorum Ordinis, 7) and to their sanctification. As they are alter Christus to the Catholic community, so you are to them. Live to the full the charity that flows from Christ, in your brotherly ministry towards your priests, collaborating with them all, and in particular with those who have little contact with their fellow priests. Pray with them for vocations, that the Lord of the harvest will send labourers to his harvest (cf. Lk 10:2). Just as the Eucharist makes the Church, so the priesthood is central to the life of the Church. Engage yourselves personally in forming your priests as a body of men who inspire others to dedicate themselves completely to the service of Almighty God. Have a care also for your deacons, whose ministry of service is associated in a particular way with that of the order of bishops. Be a father and a guide in holiness for them, encouraging them to grow in knowledge and wisdom in carrying out the mission of herald to which they have been called.

    Dear priests of Scotland, you are called to holiness and to serve God’s people by modelling your lives on the mystery of the Lord’s cross. Preach the Gospel with a pure heart and a clear conscience. Dedicate yourselves to God alone and you will become shining examples to young men of a holy, simple and joyful life: they, in their turn, will surely wish to join you in your single-minded service of God’s people. May the example of Saint John Ogilvie, dedicated, selfless and brave, inspire all of you. Similarly, let me encourage you, the monks, nuns and religious of Scotland to be a light on a hilltop, living an authentic Christian life of prayer and action that witnesses in a luminous way to the power of the Gospel.

    Finally, I would like to say a word to you, my dear young Catholics of Scotland. I urge you to lead lives worthy of our Lord (cf. Eph 4:1) and of yourselves. There are many temptations placed before you every day - drugs, money, sex, pornography, alcohol - which the world tells you will bring you happiness, yet these things are destructive and divisive. There is only one thing which lasts: the love of Jesus Christ personally for each one of you. Search for him, know him and love him, and he will set you free from slavery to the glittering but superficial existence frequently proposed by today’s society. Put aside what is worthless and learn of your own dignity as children of God. In today’s Gospel, Jesus asks us to pray for vocations: I pray that many of you will know and love Jesus Christ and, through that encounter, will dedicate yourselves completely to God, especially those of you who are called to the priesthood and religious life. This is the challenge the Lord gives to you today: the Church now belongs to you!

    Dear friends, I express once more my joy at celebrating this Mass with you. I am happy to assure you of my prayers in the ancient language of your country: Sìth agus beannachd Dhe dhuibh uile; Dia bhi timcheall oirbh; agus gum beannaicheadh Dia Alba. God’s peace and blessing to you all; God surround you; and may God bless the people of Scotland!



    Cari fratelli e sorelle in Cristo,

    “È vicino a voi il regno di Dio” (Lc 10,9). Con queste parole del Vangelo che abbiamo appena ascoltato, saluto tutti voi con grande affetto nel Signore. Davvero il Regno di Dio è già in mezzo a  noi! In questa celebrazione Eucaristica, nella quale la Chiesa che è in Scozia si raduna attorno all’altare, in unione con il Successore di Pietro, riaffermiamo la nostra fede nella parola di Cristo e la nostra speranza – una speranza che mai delude – nelle sue promesse! Saluto cordialmente il Card. O’Brien e i vescovi scozzesi; ringrazio in particolare l’Arcivescovo Conti per le gentili parole di benvenuto, che mi ha rivolto a nome vostro; ed esprimo la mia profonda gratitudine per il lavoro che i Governi Britannico e Scozzese e la municipalità di Glasgow hanno svolto per rendere possibile questa circostanza.

    Il Vangelo odierno ci ricorda che Cristo continua a inviare i suoi discepoli nel mondo per annunciare la venuta del suo Regno e portare la sua pace nel mondo, passando di casa in casa, di famiglia in famiglia, di città in città. Sono venuto in mezzo a voi, i figli spirituali di S. Andrea, come araldo di questa pace, e per confermarvi nella fede di Pietro (cfr Lc 22,32). E’ con una certa emozione che mi rivolgo a voi, non lontano dal luogo dove il mio amato predecessore, il Papa Giovanni Paolo II, circa trent’anni fa celebrò con voi la Messa, accolto dalla più grande folla che mai si sia riunita nella storia scozzese.

    Molte cose sono accadute da quella storica visita, in Scozia e nella Chiesa che è in questo Paese. Noto con grande soddisfazione come l’esortazione che vi rivolse Papa Giovanni Paolo, a camminare mano nella mano con i vostri fratelli cristiani, abbia portato ad una maggiore fiducia e amicizia con i membri della Chiesa di Scozia, della Chiesa Episcopale Scozzese e delle altre comunità cristiane.
    Permettetemi di incoraggiarvi a continuare a pregare e lavorare con loro nel costruire un futuro più luminoso per la Scozia, fondato sulla  nostra comune eredità cristiana.  Nella prima lettura oggi proclamata abbiamo ascoltato l’invito rivolto da S. Paolo ai Romani a riconoscere che, come membra del corpo di Cristo, apparteniamo gli uni agli altri (cfr Rm 12,5), e a vivere con rispetto ed amore vicendevole. In questo spirito saluto i rappresentanti delle altre confessioni cristiane, che ci onorano della loro presenza. Quest’anno ricorre il 450° anniversario del “Reformation Parliament”, ma anche il centenario della Conferenza Missionaria Mondiale di Edimburgo, che è generalmente considerata come la nascita del movimento ecumenico moderno. Rendiamo grazie al Signore per la promessa che rappresenta l’intesa e la cooperazione ecumenica, in vista di  una testimonianza concorde alla verità salvifica della parola di Dio nell’odierna società in rapido mutamento.

     Tra i diversi doni che S. Paolo elenca per l’edificazione della Chiesa vi è quello dell’insegnamento (cfr Rm 12,7). La predicazione del Vangelo è sempre stata accompagnata da una preoccupazione per la
    parola: la parola ispirata di Dio e la cultura nella quale quella parola mette radici e si sviluppa. Qui in Scozia, penso alle tre università medievali fondate dai pontefici, compresa quella di S. Andrea, che sta per celebrare il sesto centenario della sua fondazione. Negli ultimi trent’anni, con l’aiuto delle autorità civili, le scuole cattoliche scozzesi hanno raccolto la sfida di assicurare una educazione integrale ad un maggior numero di studenti, e ciò è stato di aiuto ai giovani non solo per il cammino di uno sviluppo umano e spirituale, ma anche per l’inserimento nelle professioni e nella vita pubblica. Questo è un segno di grande speranza per la Chiesa e desidero incoraggiare i professionisti, i politici e gli educatori cattolici scozzesi a non perdere mai di vista la loro chiamata ad usare i propri talenti e la propria esperienza a servizio della fede, confrontandosi con la cultura scozzese contemporanea ad ogni livello.

    L’evangelizzazione della cultura è tanto più importante nella nostra epoca, in cui una “dittatura del relativismo” minaccia di oscurare l’immutabile verità sulla natura dell’uomo, il suo destino e il suo bene ultimo. Vi sono oggi alcuni che cercano di escludere il credo religioso dalla sfera pubblica, di privatizzarlo o addirittura di presentarlo come una minaccia all’uguaglianza e alla libertà. Al contrario, la religione è in verità una garanzia di autentica libertà e rispetto, che ci porta a guardare ogni persona come un fratello od una sorella. Per questo motivo faccio appello in particolare a voi, fedeli laici, affinché, in conformità con la vostra vocazione e missione battesimale, non solo possiate essere esempio pubblico di fede, ma sappiate anche farvi avvocati nella sfera pubblica della promozione della sapienza e della visione del mondo che derivano dalla fede. La società odierna necessita di voci chiare, che propongano il nostro diritto a vivere non in una giungla di libertà auto-distruttive ed arbitrarie, ma in una società che lavora per il vero benessere dei suoi cittadini, offrendo loro guida e protezione di fronte alle loro debolezze e fragilità. Non abbiate paura di dedicarvi a questo servizio in favore dei vostri fratelli e sorelle, e del futuro della vostra amata nazione.

    San Ninian, la cui festa oggi celebriamo, non ebbe paura di essere una voce solitaria. Sulle orme dei discepoli che nostro Signore aveva inviato davanti a sé, Ninian fu uno dei primissimi missionari cattolici a portare ai suoi connazionali la buona novella di Gesù Cristo. La sua missione a Galloway divenne un centro per la prima evangelizzazione di questo Paese. Quell’opera venne in seguito portata avanti da San Mungo, il patrono di Glasgow, e da altri santi, tra i maggiori dei quali si devono ricordare San Columba e Santa Margaret.

    Ispirati da loro, molti uomini e donne lavorarono per molti secoli, per far giungere la fede fino a voi. Cercate di essere degni di questa grande tradizione! Sia vostra costante ispirazione l’esortazione di San Paolo nella prima lettura: “Non siate pigri nel fare il bene, siate invece ferventi nello spirito; servite il Signore. Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera” (cfr Rm 12,11-12).

    Desidero ora rivolgere una speciale parola ai vescovi della Scozia.
    Cari confratelli, permettetemi di incoraggiarvi nella vostra responsabilità pastorale verso i cattolici della Scozia. Come sapete, uno dei primi compiti pastorali è per i vostri sacerdoti (cfr Presbyterorum Ordinis, 7) e per la loro santificazione. Come essi sono alter Christus per la comunità Cattolica, così voi lo siete per loro.

    Vivete in pienezza la carità che promana da Cristo nel vostro fraterno ministero verso i vostri sacerdoti, collaborando con tutti loro ed in particolare con quanti hanno scarsi contatti con i loro confratelli.
    Pregate con loro per le vocazioni, affinché il Signore della messe mandi operai nella sua messe (cfr Lc 10,2). Così come è l’Eucarestia che fa la Chiesa, il sacerdozio è centrale per la vita della Chiesa.
    Impegnatevi personalmente nel formare i vostri sacerdoti come una fraternità che ispira altri a dedicare completamente se stessi al servizio di Dio Onnipotente. Abbiate cura anche dei vostri diaconi, il cui ministero di servizio è unito in modo particolare con quello dell’ordine dei vescovi. Siate per loro dei padri e delle guide sul cammino della santità, incoraggiandoli a crescere in conoscenza e sapienza nel compiere la missione di annunciatori alla quale sono stati chiamati.

    Cari sacerdoti della Scozia, siete chiamati alla santità e a servire il popolo di Dio modellando le vostre vite sul mistero della croce del Signore. Predicate il Vangelo con un cuore puro ed una coscienza retta. Dedicate voi stessi a Dio solo, e diventerete per i giovani esempi luminosi di una vita santa, semplice e gioiosa: essi, a loro volta, desidereranno certamente unirsi a voi nel vostro  assiduo servizio al popolo di Dio. Che l’esempio di dedizione, di generosità e di coraggio di San John Ogilvie ispiri tutti voi. Similmente, permettetemi di incoraggiare anche voi, monaci, religiose e religiosi di Scozia, ad essere come una luce posta sulla sommità del colle, vivendo una autentica vita cristiana di preghiera ed azione che testimoni, in modo luminoso la forza del vangelo.

    Infine, desidero rivolgere una parola a voi, miei cari giovani cattolici di Scozia. Vi esorto a vivere una vita degna di nostro Signore (cfr Ef 4,1) e di voi stessi. Vi sono molte tentazioni che dovete affrontare ogni giorno – droga, denaro, sesso, pornografia, alcool – che secondo il mondo vi daranno felicità, mentre in realtà si tratta di cose distruttive, che creano divisione. C’è una sola cosa che permane: l’amore personale di Gesù Cristo per ciascuno di voi.

    Cercatelo, conoscetelo ed amatelo, ed egli vi renderà liberi dalla schiavitù dell’esistenza seducente ma superficiale frequentemente proposta dalla società di oggi. Lasciate da parte ciò che non è degno di valore e prendete consapevolezza della vostra dignità di figli di Dio. Nel vangelo odierno, Gesù ci chiede di pregare per la vocazioni: prego perché molti fra voi conoscano ed amino Gesù Cristo e, attraverso tale incontro, giungano a dedicarsi completamente a Dio, in modo particolare quanti fra di voi sono chiamati al sacerdozio e alla vita religiosa. Questa è la sfida che il Signore oggi vi rivolge: la Chiesa ora appartiene a voi!

    Cari amici, esprimo ancora una volta la mia gioia di celebrare questa Messa con voi. Mi fa piacere assicuravi delle mie preghiere nell’antica lingua del vostro paese: Sìth agus beannachd Dhe dhuib uile; Dia bhi timcheall oirbh; agus gum beannaicheadh Dia Alba. La pace e la benedizione di Dio siano con tutti voi; Dio vi protegga; e Dio benedica il popolo di Scozia!


    © Avvenire - 16 settembre 2010


    INCONTRO CON IL MONDO DELL’EDUCAZIONE CATTOLICA AL ST MARY’S UNIVERSITY COLLEGE DI TWICKENHAM (LONDON BOROUGH OF RICHMOND) - SALUTO AGLI INSEGNANTI E RELIGIOSI

    Questa mattina, dopo aver celebrato la Santa Messa in privato nella Cappella della Nunziatura Apostolica di Londra, il Santo Padre Benedetto XVI si reca in auto al St Mary’s University College di Twickenham (nel quartiere londinese di Richmond) dove, alle ore 10.30, incontra il mondo dell’Educazione Cattolica. Al Suo arrivo il Papa è accolto dal Rettore del College, dal Cappellano, da S.E. Mons. George Stack, Vescovo Ausiliare di Westminster e Presidente dell’Ufficio dei Governatori dell’Università di St Mary e dal Ministro dell’Istruzione, Sig. Nick Gibb.

    L’incontro si svolge in due momenti: dapprima, nella Cappella del College, il Santo Padre saluta circa 300 religiosi e religiose impegnati nell’educazione cattolica e un coro di giovani; successivamente, nel Campo sportivo del College, incontra circa 4000 studenti delle scuole cattoliche britanniche.

    Di seguito riportiamo le parole che il Santo Padre rivolge agli insegnanti e ai religiosi nel corso dell’incontro nella Cappella, dopo il saluto di Suor Theresa Browne e la lettura da parte della Sig.na Elaine Chaill di un passo dal Libro della Sapienza:


    SALUTO DEL SANTO PADRE


    Your Excellency the Secretary of State for Education,
    Bishop Stack, Dr Naylor,
    Reverend Fathers, Brothers and Sisters in Christ,

    I am pleased to have this opportunity to pay tribute to the outstanding contribution made by religious men and women in this land to the noble task of education. I thank the young people for their fine singing, and I thank Sister Teresa for her words. To her and to all the dedicated men and women who devote their lives to teaching the young, I want to express sentiments of deep appreciation. You form new generations not only in knowledge of the faith, but in every aspect of what it means to live as mature and responsible citizens in today’s world.

    As you know, the task of a teacher is not simply to impart information or to provide training in skills intended to deliver some economic benefit to society; education is not and must never be considered as purely utilitarian. It is about forming the human person, equipping him or her to live life to the full – in short it is about imparting wisdom. And true wisdom is inseparable from knowledge of the Creator, for "both we and our words are in his hand, as are all understanding and skill in crafts" (Wis 7:16).

    This transcendent dimension of study and teaching was clearly grasped by the monks who contributed so much to the evangelization of these islands. I am thinking of the Benedictines who accompanied Saint Augustine on his mission to England, of the disciples of Saint Columba who spread the faith across Scotland and Northern England, of Saint David and his companions in Wales. Since the search for God, which lies at the heart of the monastic vocation, requires active engagement with the means by which he makes himself known – his creation and his revealed word – it was only natural that the monastery should have a library and a school (cf. Address to representatives from the world of culture at the "Collège des Bernardins" in Paris, 12 September 2008). It was the monks’ dedication to learning as the path on which to encounter the Incarnate Word of God that was to lay the foundations of our Western culture and civilization.

    Looking around me today, I see many apostolic religious whose charism includes the education of the young. This gives me an opportunity to give thanks to God for the life and work of the Venerable Mary Ward, a native of this land whose pioneering vision of apostolic religious life for women has borne so much fruit. I myself as a young boy was taught by the "English Ladies" and I owe them a deep debt of gratitude. Many of you belong to teaching orders that have carried the light of the Gospel to far-off lands as part of the Church’s great missionary work, and for this too I give thanks and praise to God. Often you laid the foundations of educational provision long before the State assumed a responsibility for this vital service to the individual and to society. As the relative roles of Church and State in the field of education continue to evolve, never forget that religious have a unique contribution to offer to this apostolate, above all through lives consecrated to God and through faithful, loving witness to Christ, the supreme Teacher.

    Indeed, the presence of religious in Catholic schools is a powerful reminder of the much-discussed Catholic ethos that needs to inform every aspect of school life. This extends far beyond the self-evident requirement that the content of the teaching should always be in conformity with Church doctrine. It means that the life of faith needs to be the driving force behind every activity in the school, so that the Church’s mission may be served effectively, and the young people may discover the joy of entering into Christ’s "being for others" (Spe Salvi, 28).

    Before I conclude, I wish to add a particular word of appreciation for those whose task it is to ensure that our schools provide a safe environment for children and young people. Our responsibility towards those entrusted to us for their Christian formation demands nothing less. Indeed, the life of faith can only be effectively nurtured when the prevailing atmosphere is one of respectful and affectionate trust. I pray that this may continue to be a hallmark of the Catholic schools in this country.

    With these sentiments, dear Brothers and Sisters, I invite you now to stand and pray.


    * * *



    TRADUZIONE IN LINGUA ITALIANA


    Eccellentissimo Segretario di Stato per l’Educazione,
    Venerato Fratello Mons. Stack,
    Dr Naylor,
    Reverendi Padri,
    Fratelli e Sorelle in Cristo,

    sono lieto di avere questa opportunità di rendere onore al notevole contributo che Religiosi e Religiose hanno dato in questa terra al nobile compito dell’ educazione. Ringrazio i giovani per i loro bei canti e ringrazio Suor Teresa per le sue parole. A lei e a tutti coloro che, uomini e donne, hanno dedicato la vita ad insegnare ai giovani, desidero esprimere i miei sentimenti di profondo apprezzamento. Voi formate nuove generazioni non solo nella conoscenza della fede ma in ogni aspetto di ciò che significa vivere come cittadini maturi e responsabili nel mondo odierno.

    Come sapete, il compito dell’insegnante non è solo quello di impartire informazioni o di provvedere ad una preparazione tecnica per portare benefici economici alla società; l’educazione non è e non deve essere mai considerata come puramente utilitaristica. Riguarda piuttosto formare la persona umana, preparare lui o lei a vivere la vita in pienezza – in poche parole riguarda educare alla saggezza. E la vera saggezza è inseparabile dalla conoscenza del Creatore perché "nelle sue mani siamo noi e le nostre parole, ogni sorta di conoscenza e ogni capacità operativa" (Sap 7,16).

    Questa dimensione trascendente dello studio e dell’insegnamento era chiaramente compresa dai monaci che hanno così tanto contribuito alla evangelizzazione di queste isole. Sto pensando ai Benedettini che accompagnarono Sant’Agostino nella sua missione in Inghilterra, ai discepoli di San Columba, che hanno diffuso la fede in Scozia e nell’Inghilterra del Nord, a San Davide e ai suoi compagni nel Galles. Poiché la ricerca di Dio che si colloca nel cuore della vocazione monastica, richiede un attivo impegno coi mezzi tramite i quali egli si fa conoscere - la sua creazione e la sua parola rivelata - era semplicemente naturale che il monastero dovesse avere una biblioteca ed una scuola (cfr Discorso ai rappresentanti del mondo della cultura al "Collège des Bernardins" a Parigi, 12 settembre 2008).

    Fu l’impegno dei monaci nell’imparare la via sulla quale incontrare la Parola Incarnata di Dio che gettò le fondamenta della nostra cultura e civiltà occidentali.

    Guardandomi attorno oggi, vedo molti Religiosi di vita apostolica il cui carisma comprende l’educazione dei giovani. Questo mi offre l’opportunità di rendere grazie a Dio per la vita e l’opera della Venerabile Mary Ward, nativa di questa terra, la cui visione pionieristica di vita religiosa apostolica per le donne, ha portato così tanti frutti. Io stesso da giovane ragazzo sono stato educato dalle "Dame Inglesi" e devo loro un profondo debito di gratitudine. Molti di voi appartengono ad ordini dediti all’insegnamento, che hanno portato la luce del Vangelo in terre lontane come parte del grande lavoro missionario della Chiesa ed anche per questo rendo grazie e benedico il Signore.

    Spesso avete avviato le fondazioni per contribuire all’educazione molto prima che lo Stato assumesse una responsabilità per questo vitale servizio all’individuo e alla società. Poiché i relativi ruoli della Chiesa e dello Stato nel campo dell’educazione continuano ad evolversi, non dovete mai dimenticare che i religiosi hanno un contributo unico da offrire in questo apostolato, che è anzitutto quello di testimoniare con la vita consacrata a Dio e la fedeltà, l’amore a Cristo, il Sommo Maestro. Inoltre, la presenza dei religiosi nelle scuole cattoliche è un forte richiamo all’ampiamente discusso carattere cattolico, che è necessario permei ogni aspetto della vita scolastica. Questo riporta all’evidente esigenza che il contenuto dell'insegnamento dovrebbe essere sempre in conformità con la dottrina della Chiesa. Ciò significa che la vita di fede deve essere la forza guida alla base di ogni attività nella scuola, così che la missione della Chiesa possa essere effettivamente servita ed i giovani possano scoprire la gioia di entrare nell’ "essere per gli altri" di Cristo (cfr Spe Salvi, 28).

    Prima di concludere desidero aggiungere una particolare parola di apprezzamento per coloro il cui impegno è quello di garantire che le nostre scuole assicurino un ambiente sicuro per i bambini e i giovani. La nostra responsabilità verso coloro che ci sono affidati per la loro formazione cristiana non richiede nulla di meno. Inoltre, la vita di fede può essere effettivamente coltivata solo quando l’atmosfera prevalente è di una fiducia rispettosa e affettuosa. Confido che questo possa continuare ad essere un segno distintivo delle scuole cattoliche in questo Paese.

    Con questi sentimenti, cari fratelli e sorelle, vi invito alla preghiera.


    ***



     

    Terminato l’incontro nella Cappella del St Mary’s University College di Twickenham, il Papa attraversa il Campus fino al campo sportivo dove sono riuniti circa 4000 studenti delle scuole cattoliche britanniche. Tutte le scuole cattoliche dell’Inghilterra, del Galles e della Scozia sono collegate via internet per seguire in diretta l’evento.

    Introdotto dal saluto del Vescovo di Nottingham e Presidente della Commissione Episcopale per l’Istruzione, S.E. Mons. Malcolm P. McMahon, e dalla testimonianza di una giovane, Siobhan Bellot, il Papa presiede l’inaugurazione della Fondazione "John Paul II" per lo Sport, benedice un’icona e una candela, simboli della missione della Fondazione, e una campana. Quindi pronuncia il discorso che riportiamo di seguito:


    DISCORSO  DEL SANTO PADRE

    Dear Brothers and Sisters in Christ,
    Dear young friends,

    First of all, I want to say how glad I am to be here with you today. I greet you most warmly, those who have come to Saint Mary’s University from Catholic schools and colleges across the United Kingdom, and all who are watching on television and via the internet. I thank Bishop McMahon for his gracious welcome, I thank the choir and the band for the lovely music which began our celebration, and I thank Miss Bellot for her kind words on behalf of all the young people present. In view of London’s forthcoming Olympic Games, it has been a pleasure to inaugurate this Sports Foundation, named in honour of Pope John Paul II, and I pray that all who come here will give glory to God through their sporting activities, as well as bringing enjoyment to themselves and to others.

    It is not often that a Pope, or indeed anyone else, has the opportunity to speak to the students of all the Catholic schools of England, Wales and Scotland at the same time. And since I have the chance now, there is something I very much want to say to you. I hope that among those of you listening to me today there are some of the future saints of the twenty-first century. What God wants most of all for each one of you is that you should become holy. He loves you much more than you could ever begin to imagine, and he wants the very best for you. And by far the best thing for you is to grow in holiness.

    Perhaps some of you have never thought about this before. Perhaps some of you think being a saint is not for you. Let me explain what I mean. When we are young, we can usually think of people that we look up to, people we admire, people we want to be like. It could be someone we meet in our daily lives that we hold in great esteem. Or it could be someone famous. We live in a celebrity culture, and young people are often encouraged to model themselves on figures from the world of sport or entertainment. My question for you is this: what are the qualities you see in others that you would most like to have yourselves? What kind of person would you really like to be?

    When I invite you to become saints, I am asking you not to be content with second best. I am asking you not to pursue one limited goal and ignore all the others. Having money makes it possible to be generous and to do good in the world, but on its own, it is not enough to make us happy. Being highly skilled in some activity or profession is good, but it will not satisfy us unless we aim for something greater still. It might make us famous, but it will not make us happy. Happiness is something we all want, but one of the great tragedies in this world is that so many people never find it, because they look for it in the wrong places. The key to it is very simple – true happiness is to be found in God. We need to have the courage to place our deepest hopes in God alone, not in money, in a career, in worldly success, or in our relationships with others, but in God. Only he can satisfy the deepest needs of our hearts.

    Not only does God love us with a depth and an intensity that we can scarcely begin to comprehend, but he invites us to respond to that love. You all know what it is like when you meet someone interesting and attractive, and you want to be that person’s friend. You always hope they will find you interesting and attractive, and want to be your friend. God wants your friendship. And once you enter into friendship with God, everything in your life begins to change. As you come to know him better, you find you want to reflect something of his infinite goodness in your own life. You are attracted to the practice of virtue. You begin to see greed and selfishness and all the other sins for what they really are, destructive and dangerous tendencies that cause deep suffering and do great damage, and you want to avoid falling into that trap yourselves. You begin to feel compassion for people in difficulties and you are eager to do something to help them. You want to come to the aid of the poor and the hungry, you want to comfort the sorrowful, you want to be kind and generous. And once these things begin to matter to you, you are well on the way to becoming saints.

    In your Catholic schools, there is always a bigger picture over and above the individual subjects you study, the different skills you learn. All the work you do is placed in the context of growing in friendship with God, and all that flows from that friendship. So you learn not just to be good students, but good citizens, good people. As you move higher up the school, you have to make choices regarding the subjects you study, you begin to specialize with a view to what you are going to do later on in life. That is right and proper. But always remember that every subject you study is part of a bigger picture. Never allow yourselves to become narrow. The world needs good scientists, but a scientific outlook becomes dangerously narrow if it ignores the religious or ethical dimension of life, just as religion becomes narrow if it rejects the legitimate contribution of science to our understanding of the world. We need good historians and philosophers and economists, but if the account they give of human life within their particular field is too narrowly focused, they can lead us seriously astray.

    A good school provides a rounded education for the whole person. And a good Catholic school, over and above this, should help all its students to become saints. I know that there are many non-Catholics studying in the Catholic schools in Great Britain, and I wish to include all of you in my words today. I pray that you too will feel encouraged to practise virtue and to grow in knowledge and friendship with God alongside your Catholic classmates. You are a reminder to them of the bigger picture that exists outside the school, and indeed, it is only right that respect and friendship for members of other religious traditions should be among the virtues learned in a Catholic school. I hope too that you will want to share with everyone you meet the values and insights you have learned through the Christian education you have received.

    Dear friends, I thank you for your attention, I promise to pray for you, and I ask you to pray for me. I hope to see many of you next August, at the World Youth Day in Madrid. In the meantime, may God bless you all!



    TRADUZIONE  IN LINGUA ITALIANA


    Cari Fratelli e Sorelle in Cristo,
    Cari giovani amici,

    desidero anzitutto dirvi quanto sia lieto di essere oggi qui in mezzo a voi. Estendo il più cordiale saluto a tutti voi, convenuti alla "Saint Mary’s University" dalle scuole e dai collegi cattolici del Regno Unito, e a tutti coloro che ci stanno seguendo alla televisione o via internet. Ringrazio il vescovo McMahon per il suo cortese benvenuto e il coro e la banda per la bella musica eseguita poco fa, che ha dato inizio alla nostra celebrazione. Ringrazio Miss Bellot per le gentili parole che mi ha rivolto a nome di tutti i giovani presenti. Guardando ai prossimi giochi olimpici, è stato un piacere inaugurare questa Fondazione sportiva intitolata a Giovanni Paolo II, e prego affinché tutti coloro che la frequenteranno rendano gloria a Dio attraverso le loro attività sportive, così come possano trarre giovamento per se stessi e per gli altri.

    Non capita spesso ad un Papa — in verità nemmeno a qualsiasi altra persona — l’opportunità di parlare contemporaneamente agli studenti di tutte le scuole cattoliche dell’Inghilterra, del Galles e della Scozia. E dal momento che ora io ho questa possibilità, c’è qualcosa che mi sta davvero molto a cuore di dirvi. Ho la speranza che fra voi che oggi siete qui ad ascoltarmi vi siano alcuni dei futuri santi del ventunesimo secolo. La cosa che Dio desidera maggiormente per ciascuno di voi è che diventiate santi. Egli vi ama molto più di quanto voi possiate immaginare e desidera per voi il massimo. E la cosa migliore di tutte per voi è di gran lunga il crescere in santità.

    Forse alcuni di voi non ci hanno mai pensato prima d’ora. Forse alcuni pensano che essere santi non sia per loro. Lasciatemi spiegare cosa intendo dire. Quando si è giovani, si è soliti pensare a persone che stimiamo e ammiriamo, persone alle quali vorremmo assomigliare. Potrebbe trattarsi di qualcuno che incontriamo nella nostra vita quotidiana e che teniamo in grande stima. Oppure potrebbe essere qualcuno di famoso. Viviamo in una cultura della celebrità ed i giovani sono spesso incoraggiati ad avere come modello figure del mondo dello sport o dello spettacolo. Io vorrei farvi questa domanda: quali sono le qualità che vedete negli altri e che voi stessi vorreste maggiormente possedere? Quale tipo di persona vorreste davvero essere?

    Quando vi invito a diventare santi, vi sto chiedendo di non accontentarvi di seconde scelte. Vi sto chiedendo di non perseguire un obiettivo limitato, ignorando tutti gli altri. Avere soldi rende possibile essere generosi e fare del bene nel mondo, ma, da solo, non è sufficiente a renderci felici. Essere grandemente dotati in alcune attività o professioni è una cosa buona, ma non potrà mai soddisfarci, finché non puntiamo a qualcosa di ancora più grande. Potrà renderci famosi, ma non ci renderà felici. La felicità è qualcosa che tutti desideriamo, ma una delle grandi tragedie di questo mondo è che così tanti non riescono mai a trovarla, perché la cercano nei posti sbagliati. La soluzione è molto semplice: la vera felicità va cercata in Dio. Abbiamo bisogno del coraggio di porre le nostre speranze più profonde solo in Dio: non nel denaro, in una carriera, nel successo mondano, o nelle nostre relazioni con gli altri, ma in Dio. Lui solo può soddisfare il bisogno più profondo del nostro cuore.

    Dio non solo ci ama con una profondità e intensità che difficilmente possiamo immaginare: egli ci invita a rispondere a questo amore. Tutti voi sapete cosa accade quando incontrate qualcuno di interessante e attraente, come desideriate essere amici di quella persona. Sperate sempre che quella persona vi trovi a sua volta interessanti ed attraenti e voglia fare amicizia con voi. Dio desidera la vostra amicizia. E, una volta che voi siete entrati in amicizia con Dio, ogni cosa nella vostra vita inizia a cambiare. Mentre giungete a conoscerlo meglio, vi rendete conto di voler riflettere nella vostra stessa vita qualcosa della sua infinita bontà. Siete attratti dalla pratica della virtù. Incominciate a vedere l’avidità e l’egoismo, e tutti gli altri peccati, per quello che realmente sono, tendenze distruttive e pericolose che causano profonda sofferenza e grande danno, e volete evitare di cadere voi stessi in quella trappola. Incominciate a provare compassione per quanti sono in difficoltà e desiderate fare qualcosa per aiutarli. Desiderate venire in aiuto al povero e all’affamato, confortare il sofferente, essere buoni e generosi. Quando queste cose iniziano a starvi a cuore, siete già pienamente incamminati sulla via della santità.

    C’è sempre un orizzonte più grande, nelle vostre scuole cattoliche, sopra e al di là delle singole materie del vostro studio e delle varie capacità che acquisite. Tutto il lavoro che fate è posto nel contesto della crescita nell’amicizia con Dio, e da quell’amicizia tutto quel lavoro fluisce. In tal modo apprendete non solo ad essere buoni studenti, ma buoni cittadini e buone persone. Mentre proseguite con il percorso scolastico dovete compiere delle scelte circa la materia del vostro studio e iniziare a specializzarvi in vista di ciò che farete nella vita. Ciò è giusto e conveniente. Ricordate sempre però che ogni materia che studiate si inserisce in un orizzonte più ampio. Non riducetevi mai ad un orizzonte ristretto. Il mondo ha bisogno di buoni scienziati, ma una prospettiva scientifica diventa pericolosamente angusta, se ignora la dimensione etica e religiosa della vita, così come la religione diventa angusta, se rifiuta il legittimo contributo della scienza alla nostra comprensione del mondo. Abbiamo bisogno di buoni storici, filosofi ed economisti, ma se la percezione che essi offrono della vita umana all’interno del loro specifico campo è centrata su di una prospettiva troppo ristretta, essi possono seriamente portarci fuori strada.

    Una buona scuola offre una formazione completa per l’intera persona. Ed una buona scuola cattolica, al di sopra e al di là di questo, dovrebbe aiutare i suoi studenti a diventare santi. So che vi sono molti non cattolici che studiano nelle scuole cattoliche in Gran Bretagna e desidero rivolgermi a tutti con le mie odierne parole. Prego affinché anche voi vi sentiate incoraggiati a praticare la virtù e a crescere nella conoscenza ed amicizia con Dio, assieme ai vostri compagni cattolici. Voi siete per loro il richiamo all’orizzonte più vasto che esiste fuori della scuola ed è fuor di dubbio che il rispetto e l’amicizia per membri di altre tradizioni religiose debba essere tra le virtù che si apprendono in una scuola cattolica. Spero anche che vorrete condividere con chiunque incontrerete i valori e gli insegnamenti che avrete appresi mediante la formazione cristiana ricevuta.

    Cari amici, vi ringrazio per la vostra attenzione, vi prometto di pregare per voi e vi chiedo di pregare per me. Spero di vedere molti di voi il prossimo agosto, alla Giornata Mondiale della Gioventù a Madrid. Nel frattempo, che Dio benedica tutti voi!

    © Bollettino Santa Sede - 17 settembre 2010



    L'incontro con i leader delle altre religioni


    Al termine della mattinata londinese il Papa ha incontrato nella Waldegrave Drawing Room presso il St Mary’s University College di Twickenham, i rappresentanti istituzionali e laici e di altre religioni. Di seguito il testo integrale del suo discorso:

    Distinguished guests, dear friends,

    I am very pleased to have this opportunity to meet you, the representatives of the various religious communities in Great Britain. I greet both the ministers of religion present and those of you who are active in politics, business and industry. I am grateful to Dr Azzam and to Chief Rabbi Lord Sacks for the greetings which they have expressed on your behalf. As I salute you, let me also wish the Jewish community in Britain and throughout the world a happy and holy celebration of Yom Kippur.

    I would like to begin my remarks by expressing the Catholic Church’s appreciation for the important witness that all of you bear as spiritual men and women living at a time when religious convictions are not always understood or appreciated. The presence of committed believers in various fields of social and economic life speaks eloquently of the fact that the spiritual dimension of our lives is fundamental to our identity as human beings, that man, in other words, does not live by bread alone (cf. Deut 8:3). As followers of different religious traditions working together for the good of the community at large, we attach great importance to this "side by side" dimension of our cooperation, which complements the "face to face" aspect of our continuing dialogue.

    On the spiritual level, all of us, in our different ways, are personally engaged in a journey that grants an answer to the most important question of all – the question concerning the ultimate meaning of our human existence. The quest for the sacred is the search for the one thing necessary, which alone satisfies the longings of the human heart. In the fifth century, Saint Augustine described that search in these terms: "Lord, you have created us for yourself and our hearts are restless until they rest in you" (Confessions, Book I, 1). As we embark on this adventure we come to realize more and more that the initiative lies not with us, but with the Lord: it is not so much we who are seeking him, but rather he who is seeking us, indeed it was he who placed that longing for him deep within our hearts.

    Your presence and witness in the world points towards the fundamental importance for human life of this spiritual quest in which we are engaged. Within their own spheres of competence, the human and natural sciences provide us with an invaluable understanding of aspects of our existence and they deepen our grasp of the workings of the physical universe, which can then be harnessed in order to bring great benefit to the human family. Yet these disciplines do not and cannot answer the fundamental question, because they operate on another level altogether. They cannot satisfy the deepest longings of the human heart, they cannot fully explain to us our origin and our destiny, why and for what purpose we exist, nor indeed can they provide us with an exhaustive answer to the question, "Why is there something rather than nothing?"

    The quest for the sacred does not devalue other fields of human enquiry. On the contrary, it places them in a context which magnifies their importance, as ways of responsibly exercising our stewardship over creation. In the Bible, we read that, after the work of creation was completed, God blessed our first parents and said to them, "Be fruitful and multiply, and fill the earth and subdue it" (Gen 1:28). He entrusted us with the task of exploring and harnessing the mysteries of nature in order to serve a higher good. What is that higher good? In the Christian faith, it is expressed as love for God and love for our neighbour. And so we engage with the world wholeheartedly and enthusiastically, but always with a view to serving that higher good, lest we disfigure the beauty of creation by exploiting it for selfish purposes.

    So it is that genuine religious belief points us beyond present utility towards the transcendent. It reminds us of the possibility and the imperative of moral conversion, of the duty to live peaceably with our neighbour, of the importance of living a life of integrity. Properly understood, it brings enlightenment, it purifies our hearts and it inspires noble and generous action, to the benefit of the entire human family. It motivates us to cultivate the practice of virtue and to reach out towards one another in love, with the greatest respect for religious traditions different from our own.

    Ever since the Second Vatican Council, the Catholic Church has placed special emphasis on the importance of dialogue and cooperation with the followers of other religions. In order to be fruitful, this requires reciprocity on the part of all partners in dialogue and the followers of other religions. I am thinking in particular of situations in some parts of the world, where cooperation and dialogue between religions calls for mutual respect, the freedom to practise one’s religion and to engage in acts of public worship, and the freedom to follow one’s conscience without suffering ostracism or persecution, even after conversion from one religion to another. Once such a respect and openness has been established, peoples of all religions will work together effectively for peace and mutual understanding, and so give a convincing witness before the world.

    This kind of dialogue needs to take place on a number of different levels, and should not be limited to formal discussions. The dialogue of life involves simply living alongside one another and learning from one another in such a way as to grow in mutual knowledge and respect. The dialogue of action brings us together in concrete forms of collaboration, as we apply our religious insights to the task of promoting integral human development, working for peace, justice and the stewardship of creation. Such a dialogue may include exploring together how to defend human life at every stage and how to ensure the non-exclusion of the religious dimension of individuals and communities in the life of society. Then at the level of formal conversations, there is a need not only for theological exchange, but also sharing our spiritual riches, speaking of our experience of prayer and contemplation, and expressing to one another the joy of our encounter with divine love. In this context I am pleased to note the many positive initiatives undertaken in this country to promote such dialogue at a variety of levels. As the Catholic Bishops of England and Wales noted in their recent document Meeting God in Friend and Stranger, the effort to reach out in friendship to followers of other religions is becoming a familiar part of the mission of the local Church (n. 228), a characteristic feature of the religious landscape in this country.

    My dear friends, as I conclude my remarks, let me assure you that the Catholic Church follows the path of engagement and dialogue out of a genuine sense of respect for you and your beliefs. Catholics, both in Britain and throughout the world, will continue to work to build bridges of friendship to other religions, to heal past wrongs and to foster trust between individuals and communities. Let me reiterate my thanks for your welcome and my gratitude for this opportunity to offer you my encouragement for your dialogue with your Christian sisters and brothers. Upon all of you I invoke abundant divine blessings! Thank you very much.



    Traduzione italiana


    Distinti ospiti, cari amici,

    sono lieto di avere l’odierna opportunità di incontrarvi, voi che rappresentate le varie comunità religiose in Gran Bretagna. Saluto sia i ministri religiosi presenti, sia quanti di voi svolgono attività nella politica, negli affari e nell’industria. Sono grato al Dott. Azzam ed al Rabbino Capo Lord Sacks per l’augurio che mi hanno rivolto a vostro nome. Mentre saluto voi, permettetemi di formulare voti alla comunità ebraica in Gran Bretagna ed in tutto il mondo per una celebrazione felice e santa dello Yom Kippur.

    Desidero iniziare le mie parole esprimendo l’apprezzamento della Chiesa cattolica per l’importante testimonianza che voi tutti apportate quali uomini e donne dello spirito, in un tempo nel quale le convinzioni religiose non sono sempre comprese o apprezzate. La presenza di credenti impegnati in vari campi della vita sociale ed economica parla eloquentemente del fatto che la dimensione spirituale della nostra vita è fondamentale alla nostra identità di esseri umani, in altre parole, che l’uomo non vive di solo pane (cfr Dt 8,3). Quali seguaci di tradizioni religiose diverse, che lavorano insieme per il bene della comunità in senso ampio, noi diamo grande importanza a questa dimensione “fianco a fianco” della nostra collaborazione, che completa l’aspetto “faccia a faccia” del nostro costante dialogo.

    A livello spirituale tutti noi, in modi diversi, siamo personalmente impegnati in un viaggio che offre una risposta importante alla questione più importante di tutte, quella riguardante il significato ultimo dell’esistenza umana. La ricerca del sacro è la ricerca dell’unica cosa necessaria, l’unica a soddisfare le aspettative del cuore umano. Nel quinto secolo, sant’Agostino descrisse quella ricerca in questi termini: “Signore, ci hai creati per te ed il nostro cuore è inquieto sino a che non riposerà in te” (Confessioni, I,1). Nell’intraprendere tale avventura ci rendiamo conto sempre di più che l’iniziativa non viene da noi, bensì dal Signore: non siamo tanto noi a ricercare Lui, ma è piuttosto Lui a cercare noi ed è senza dubbio Lui ad avere posto quella nostalgia per Lui nel profondo dei nostri cuori.

    La vostra presenza e testimonianza nel mondo indica la fondamentale importanza per la vita umana di questa ricerca spirituale nella quale siamo impegnati. All’interno dei loro ambiti di competenza, le scienze umane e naturali ci forniscono una comprensione inestimabile di aspetti della nostra esistenza ed approfondiscono la nostra comprensione del modo in cui opera l’universo fisico, il quale può essere utilizzato per portare grande beneficio alla famiglia umana. E tuttavia queste discipline non danno risposta, e non possono darla, alla domanda fondamentale, perché operano ad un livello totalmente diverso. Non possono soddisfare i desideri più profondi del cuore umano, né spiegarci pienamente la nostra origine ed il nostro destino, per quale motivo e per quale scopo noi esistiamo, né possono darci una risposta esaustiva alla domanda: “Per quale motivo esiste qualcosa, piuttosto che il niente?”.

    La ricerca del sacro non svaluta altri campi dell’indagine umana. Al contrario, li pone in un contesto che amplifica la loro importanza quali vie mediante le quali esercitare responsabilmente il nostro essere amministratori della creazione. Nella Bibbia leggiamo che dopo aver compiuto l’opera della creazione, Dio benedisse i nostri progenitori e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela” (Gn 1,28). Egli affidò a noi il compito di esplorare ed utilizzare i misteri della natura al fine di servire un bene superiore. Qual è questo bene superiore? Nella fede cristiana esso viene espresso come amore per Dio a amore per il nostro prossimo. Pertanto, ci impegniamo di tutto cuore e con entusiasmo con il mondo, ma sempre con uno sguardo per servire quel bene superiore, altrimenti sfiguriamo la bellezza della creazione sfruttandola per scopi egoistici.

    Per tale motivo la genuina credenza religiosa ci indica, al di là dell’utilità presente, la trascendenza. Ci rammenta la possibilità e l’imperativo della conversione morale, del dovere di vivere in modo pacifico con il nostro prossimo, dell’importanza di vivere una vita di integrità. Propriamente compresa, porta illuminazione, purifica i nostri cuori ed ispira azioni nobili e generose, a beneficio dell’intera famiglia umana. Ci motiva a coltivare la pratica della virtù e ad avvicinarci l’un l’altro con amore, nel più grande rispetto delle tradizioni religiose diverse dalla nostra.

    Sin dal Concilio Vaticano II la Chiesa cattolica ha posto speciale enfasi sull’importanza del dialogo e della collaborazione con i seguaci di altre religioni. E perché sia fruttuoso, occorre reciprocità da parte di tutte le componenti in dialogo e da parte dei seguaci delle altre religioni. Penso in particolare a situazioni in alcune parti del mondo, in cui la collaborazione e il dialogo fra religioni richiede il rispetto reciproco, la libertà di praticare la propria religione e di compiere atti di culto pubblico, come pure la libertà di seguire la propria coscienza senza soffrire ostracismo o persecuzione, anche dopo la conversione da una religione ad un’altra. Una volta che tale rispetto e attitudine aperta sono stabiliti, persone di tutte le religioni lavoreranno insieme in modo efficace per la pace e la mutua comprensione, offrendo perciò una testimonianza convincente davanti al mondo.

    Questo genere di dialogo deve porsi su diversi livelli e non dovrebbe essere limitato a discussioni formali. Il dialogo della vita implica semplicemente vivere fianco a fianco ed imparare l’uno dall’altro in maniera da crescere nella reciproca comprensione e nel reciproco rispetto. Il dialogo dell’azione ci fa ravvicinare in forme concrete di collaborazione, mentre applichiamo le nostre intuizioni religiose al compito di promuovere lo sviluppo umano integrale, lavorando per la pace, la giustizia e la salvaguardia del creato. Questo tipo di dialogo può includere l’esplorare assieme come difendere la vita umana ad ogni stadio e come assicurare la non esclusione della dimensione religiosa di individui e comunità dalla vita della società. Poi, a livello delle conversazioni formali, non vi è solo la necessità dello scambio teologico, ma anche il porre alla reciproca considerazione le proprie ricchezze spirituali, il parlare della propria esperienza di preghiera e di contemplazione, l’esprimere a vicenda la gioia del nostro incontro con l’amore divino. In tale contesto sono lieto di rilevare le molte iniziative positive intraprese in questo Paese per promuovere tale dialogo a vari livelli. Come hanno sottolineato i Vescovi cattolici d’Inghilterra e Galles nel loro recente documento “Incontrare Dio nell’amico e nel forestiero”, lo sforzo di andare incontro con amicizia ai seguaci di altre religioni sta diventando una parte familiare della missione della Chiesa locale (cfr n. 228), un aspetto caratteristico del panorama religioso in questa Nazione.

    Cari amici, nel concludere questi pensieri, permettete di assicurarvi che la Chiesa cattolica persegue la via dell’impegno e del dialogo per un senso genuino di rispetto per voi e per le vostre credenze. I cattolici, sia in Gran Bretagna sia in tutto il mondo, continueranno ad edificare ponti di amicizia con altre religioni, per sanare gli errori del passato e per promuovere fiducia fra individui e comunità. Permettetemi di rinnovare la mia gratitudine per il vostro benvenuto e per questa opportunità di offrirvi il mio incoraggiamento per il dialogo che portate avanti con i vostri fratelli e sorelle cristiani. Su voi tutti invoco l’abbondanza delle benedizioni divine! Grazie molte.


    © Radio Vaticana - 17 settembre 2010



    Questo pomeriggio, lasciata la Nunziatura Apostolica a Wimbledon, il Santo Padre Benedetto XVI si trasferisce in auto a Lambeth Palace, dove, alle ore 16, ha luogo la visita di cortesia all’Arcivescovo di Canterbury, Sua Grazia Dr. Rowan Williams.

    Accolto al Suo arrivo dall’Arcivescovo di Canterbury all’ingresso della Biblioteca; nella Lobby della stessa il Santo Padre saluta l’Arcivescovo di York, il Primate di Scozia, l’Arcivescovo del Galles e i Vescovi di Londra e di Winchester.

    All’interno della Biblioteca - dove è allestita una mostra in occasione del 400° anniversario di fondazione - alla presenza dei Vescovi della Comunione Anglicana dalle diverse parti del Regno Unito; dei Vescovi diocesani cattolici di Inghilterra, Galles e Scozia e di alcuni consultori ecumenici, dopo l’intervento introduttivo e il discorso del Dr. Rowan Williams, Arcivescovo di Canterbury, il Santo Padre pronuncia il discorso che pubblichiamo di seguito:


      DISCORSO DEL SANTO PADRE
     


    Your Grace,

    It is a pleasure for me to be able to return the courtesy of the visits you have made to me in Rome by a fraternal visit to you here in your official residence. I thank you for your invitation and for the hospitality that you have so generously provided. I greet too the Anglican Bishops gathered here from different parts of the United Kingdom, my brother Bishops from the Catholic Dioceses of England, Wales and Scotland, and the ecumenical advisers who are present.

    You have spoken, Your Grace, of the historic meeting that took place, almost thirty years ago, between two of our predecessors – Pope John Paul the Second and Archbishop Robert Runcie – in Canterbury Cathedral. There, in the very place where Saint Thomas of Canterbury bore witness to Christ by the shedding of his blood, they prayed together for the gift of unity among the followers of Christ. We continue today to pray for that gift, knowing that the unity Christ willed for his disciples will only come about in answer to prayer, through the action of the Holy Spirit, who ceaselessly renews the Church and guides her into the fullness of truth.

    It is not my intention today to speak of the difficulties that the ecumenical path has encountered and continues to encounter. Those difficulties are well known to everyone here. Rather, I wish to join you in giving thanks for the deep friendship that has grown between us and for the remarkable progress that has been made in so many areas of dialogue during the forty years that have elapsed since the Anglican-Roman Catholic International Commission began its work. Let us entrust the fruits of that work to the Lord of the harvest, confident that he will bless our friendship with further significant growth.

    The context in which dialogue takes place between the Anglican Communion and the Catholic Church has evolved in dramatic ways since the private meeting between Pope John XXIII and Archbishop Geoffrey Fisher in 1960. On the one hand, the surrounding culture is growing ever more distant from its Christian roots, despite a deep and widespread hunger for spiritual nourishment. On the other hand, the increasingly multicultural dimension of society, particularly marked in this country, brings with it the opportunity to encounter other religions. For us Christians this opens up the possibility of exploring, together with members of other religious traditions, ways of bearing witness to the transcendent dimension of the human person and the universal call to holiness, leading to the practice of virtue in our personal and social lives. Ecumenical cooperation in this task remains essential, and will surely bear fruit in promoting peace and harmony in a world that so often seems at risk of fragmentation.

    At the same time, we Christians must never hesitate to proclaim our faith in the uniqueness of the salvation won for us by Christ, and to explore together a deeper understanding of the means he has placed at our disposal for attaining that salvation. God "wants all to be saved, and to come to the knowledge of the truth" (1 Tim 2:4), and that truth is nothing other than Jesus Christ, eternal Son of the Father, who has reconciled all things in himself by the power of his Cross. In fidelity to the Lord’s will, as expressed in that passage from Saint Paul’s First Letter to Timothy, we recognize that the Church is called to be inclusive, yet never at the expense of Christian truth. Herein lies the dilemma facing all who are genuinely committed to the ecumenical journey.

    In the figure of John Henry Newman, who is to be beatified on Sunday, we celebrate a churchman whose ecclesial vision was nurtured by his Anglican background and matured during his many years of ordained ministry in the Church of England. He can teach us the virtues that ecumenism demands: on the one hand, he was moved to follow his conscience, even at great personal cost; and on the other hand, the warmth of his continued friendship with his former colleagues, led him to explore with them, in a truly eirenical spirit, the questions on which they differed, driven by a deep longing for unity in faith. Your Grace, in that same spirit of friendship, let us renew our determination to pursue the goal of unity in faith, hope, and love, in accordance with the will of our one Lord and Saviour Jesus Christ.

    With these sentiments, I take my leave of you. May the grace of the Lord Jesus Christ and the love of God and the fellowship of the Holy Spirit be with you all (2 Cor 13:13).



      TRADUZIONE IN LINGUA ITALIANA 

    Vostra Grazia,

    sono lieto di poter restituire la cortesia delle visite che mi ha reso a Roma attraverso una visita fraterna a Lei, qui nella Sua residenza ufficiale. La ringrazio per l’invito e per l’ospitalità che Lei così generosamente mi ha riservato. Saluto pure i Vescovi anglicani qui riuniti dalle diverse parti del Regno Unito, i miei fratelli Vescovi delle diocesi cattoliche dell’Inghilterra, del Galles e della Scozia, come pure i consultori ecumenici qui presenti.

    Vostra Grazia ha accennato allo storico incontro che ebbe luogo, quasi trent’anni orsono, nella Cattedrale di Canterbury, fra due dei nostri predecessori: il Papa Giovanni Paolo II e l’Arcivescovo Robert Runcie. In quello stesso luogo dove san Tommaso di Canterbury rese testimonianza a Cristo versando il proprio sangue, essi pregarono insieme per il dono dell’unità tra i seguaci di Cristo. Anche oggi continuiamo a pregare per quel dono, sapendo che l’unità voluta da Cristo per i suoi discepoli giungerà solo come risposta alla preghiera, mediante l’azione dello Spirito Santo, che senza sosta rinnova la Chiesa e la guida alla pienezza della verità.

    Non è mia intenzione parlare oggi delle difficoltà che il cammino ecumenico ha incontrato e continua ad incontrare. Tali difficoltà sono ben note a ciascuno qui presente. Vorrei piuttosto unirmi a Lei nel rendere grazie per la profonda amicizia che è cresciuta fra noi e per il ragguardevole progresso fatto in moltissime aree del dialogo in questi quarant’anni che sono trascorsi da quando la Commissione Internazionale Anglo-Cattolica ha cominciato i propri lavori. Affidiamo i frutti di quelle fatiche al Signore della messe, fiduciosi che egli benedirà la nostra amicizia mediante un’ulteriore significativa crescita.

    Il contesto nel quale ha luogo il dialogo fra la Comunione Anglicana e la Chiesa Cattolica si è evoluto in maniera impressionante dall’incontro privato fra Papa Giovanni XXIII e l’Arcivescovo Geoffrey Fisher nel 1960. Da una parte, la cultura che ci circonda si sviluppa in modo sempre più distante dalle sue radici cristiane, nonostante una profonda e diffusa fame di nutrimento spirituale. Dall’altra, la crescente dimensione multiculturale della società, particolarmente accentuata in questo Paese, reca con sé l’opportunità di incontrare altre religioni. Per noi cristiani ciò apre la possibilità di esplorare, assieme ai membri di altre tradizioni religiose, delle vie per rendere testimonianza della dimensione trascendente della persona umana e della chiamata universale alla santità, conducendoci a praticare la virtù nella nostra vita personale e sociale. La collaborazione ecumenica in tale ambito rimane essenziale, e porterà sicuramente frutti nel promuovere la pace e l’armonia in un mondo che così spesso sembra a rischio di frammentazione.

    Allo stesso tempo, noi cristiani non dobbiamo mai esitare di proclamare la nostra fede nell’unicità della salvezza guadagnataci da Cristo, e di esplorare insieme una più profonda comprensione dei mezzi che Egli ha posto a nostra disposizione per giungere alla salvezza. Dio "vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità" (1 Tm 2,4), e quella verità è nient’altro che Gesù Cristo, l’eterno Figlio del Padre, che ha riconciliato tutte le cose mediante la potenza della sua croce. Fedeli alla volontà del Signore, espressa in questo versetto della Prima Lettera di san Paolo a Timoteo, riconosciamo che la Chiesa è chiamata ad essere inclusiva, ma mai a scapito della verità cristiana. Qui si colloca il dilemma che sta davanti a tutti coloro che sono genuinamente impegnati nel cammino ecumenico.

    Nella figura di John Henry Newman, che sarà beatificato domenica, celebriamo un uomo di Chiesa la cui visione ecclesiale fu alimentata dal suo retroterra anglicano e maturò durante i suoi lunghi anni di ministero ordinato nella Chiesa d’Inghilterra. Egli ci può insegnare le virtù che l’ecumenismo esige: da una parte egli fu mosso dal seguire la propria coscienza, anche con un pesante costo personale; dall’altra, il calore della continua amicizia con i suoi precedenti colleghi, lo portò a sondare insieme a loro, con vero spirito irenico, le questioni sulle quali divergevano, mosso da una ricerca profonda dell’unità nella fede. Vostra Grazia, in quello stesso spirito di amicizia, rinnoviamo la nostra determinazione a perseguire il fine ultimo dell’unità nella fede, nella speranza e nell’amore, secondo la volontà dell’unico nostro Signore e Salvatore, Gesù Cristo.

    Con tali sentimenti prendo congedo da Lei. Che la grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi (2Cor 13,13).

    © Bollettino Santa Sede - 17 settembre 2010



    Storico discorso alla Westminster Hall

    Signor Presidente,

    La ringrazio per le parole di benvenuto che mi ha rivolto a nome di questa distinta assemblea. Nel rivolgermi a voi, sono consapevole del privilegio che mi è concesso di parlare al popolo britannico ed ai suoi rappresentanti nella Westminster Hall, un edificio che ha un significato unico nella storia civile e politica degli abitanti di queste Isole. Permettetemi di manifestare la mia stima per il Parlamento, che da secoli ha sede in questo luogo e che ha avuto un’influenza così profonda sullo sviluppo di forme di governo partecipative nel mondo, specialmente nel Commonwealth e più in generale nei Paesi di lingua inglese. La vostra tradizione di “common law” costituisce la base del sistema legale in molte nazioni, e la vostra particolare visione dei rispettivi diritti e doveri dello stato e del singolo cittadino, e della separazione dei poteri, rimane come fonte di ispirazione per molti nel mondo.

    Mentre parlo a voi in questo luogo storico, penso agli innumerevoli uomini e donne che lungo i secoli hanno svolto la loro parte in importanti eventi che hanno avuto luogo tra queste mura e hanno segnato la vita di molte generazione di britannici e di altri popoli. In particolare, vorrei ricordare la figura di San Tommaso Moro, il grande studioso e statista inglese, ammirato da credenti e non credenti per l’integrità con cui fu capace di seguire la propria coscienza, anche a costo di dispiacere al sovrano, di cui era “buon servitore”, poiché aveva scelto di servire Dio per primo. Il dilemma con cui Tommaso Moro si confrontava, in quei tempi difficili, la perenne questione del rapporto tra ciò che è dovuto a Cesare e ciò che è dovuto a Dio, mi offre l’opportunità di riflettere brevemente con voi sul giusto posto che il credo religioso mantiene nel processo politico.

    La tradizione parlamentare di questo Paese deve molto al senso istintivo di moderazione presente nella Nazione, al desiderio di raggiungere un giusto equilibrio tra le legittime esigenze del potere dello stato e i diritti di coloro che gli sono soggetti. Se da un lato, nella vostra storia, sono stati compiuti a più riprese dei passi decisivi per porre dei limiti all’esercizio del potere, dall’altro le istituzioni politiche della nazione sono state in grado di evolvere all’interno di un notevole grado di stabilità. In tale processo storico, la Gran Bretagna è emersa come una democrazia pluralista, che attribuisce un grande valore alla libertà di espressione, alla libertà di affiliazione politica e al rispetto dello stato di diritto, con un forte senso dei diritti e doveri dei singoli, e dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. La dottrina sociale cattolica, pur formulata in un linguaggio diverso, ha molto in comune con un tale approccio, se si considera la sua fondamentale preoccupazione per la salvaguardia della dignità di ogni singola persona, creata ad immagine e somiglianza di Dio, e la sua sottolineatura del dovere delle autorità civili di promuovere il bene comune.
     
    E, in verità, le questioni di fondo che furono in gioco nel processo contro Tommaso Moro continuano a presentarsi, in termini sempre nuovi, con il mutare delle condizioni sociali. Ogni generazione, mentre cerca di promuovere il bene comune, deve chiedersi sempre di nuovo: quali sono le esigenze che i governi possono ragionevolmente imporre ai propri cittadini, e fin dove esse possono estendersi? A quale autorità ci si può appellare per risolvere i dilemmi morali? Queste questioni ci portano direttamente ai fondamenti etici del discorso civile. Se i principi morali che sostengono il processo democratico non si fondano, a loro volta, su nient’altro di più solido che sul consenso sociale, allora la fragilità del processo si mostra in tutta la sua evidenza. Qui si trova la reale sfida per la democrazia.

    L’inadeguatezza di soluzioni pragmatiche, di breve termine, ai complessi problemi sociali ed etici è stata messa in tutta evidenza dalla recente crisi finanziaria globale. Vi è un vasto consenso sul fatto che la mancanza di un solido fondamento etico dell’attività economica abbia contribuito a creare la situazione di grave difficoltà nella quale si trovano ora milioni di persone nel mondo. Così come “ogni decisione economica ha una conseguenza di carattere morale” (Caritas in Veritate, 37), analogamente, nel campo politico, la dimensione morale delle politiche attuate ha conseguenze di vasto raggio, che nessun governo può permettersi di ignorare. Una positiva esemplificazione di ciò si può trovare in una delle conquiste particolarmente rimarchevoli del Parlamento britannico: l’abolizione del commercio degli schiavi. La campagna che portò a questa legislazione epocale, si basò su principi morali solidi, fondati sulla legge naturale, e ha costituito un contributo alla civilizzazione di cui questa nazione può essere giustamente orgogliosa.

    La questione centrale in gioco, dunque, è la seguente: dove può essere trovato il fondamento etico per le scelte politiche? La tradizione cattolica sostiene che le norme obiettive che governano il retto agire sono accessibili alla ragione, prescindendo dal contenuto della rivelazione. Secondo questa comprensione, il ruolo della religione nel dibattito politico non è tanto quello di fornire tali norme, come se esse non potessero esser conosciute dai non credenti – ancora meno è quello di proporre soluzioni politiche concrete, cosa che è del tutto al di fuori della competenza della religione – bensì piuttosto di aiutare nel purificare e gettare luce sull’applicazione della ragione nella scoperta dei principi morali oggettivi. Questo ruolo “correttivo” della religione nei confronti della ragione, tuttavia, non è sempre bene accolto, in parte poiché delle forme distorte di religione, come il settarismo e il fondamentalismo, possono mostrarsi esse stesse causa di seri problemi sociali. E, a loro volta, queste distorsioni della religione emergono quando viene data una non sufficiente attenzione al ruolo purificatore e strutturante della ragione all’interno della religione. È un processo che funziona nel doppio senso. Senza il correttivo fornito dalla religione, infatti, anche la ragione può cadere preda di distorsioni, come avviene quando essa è manipolata dall’ideologia, o applicata in un modo parziale, che non tiene conto pienamente della dignità della persona umana. Fu questo uso distorto della ragione, in fin dei conti, che diede origine al commercio degli schiavi e poi a molti altri mali sociali, non da ultimo le ideologie totalitarie del ventesimo secolo. Per questo vorrei suggerire che il mondo della ragione ed il mondo della fede – il mondo della secolarità razionale e il mondo del credo religioso – hanno bisogno l’uno dell’altro e non dovrebbero avere timore di entrare in un profondo e continuo dialogo, per il bene della nostra civiltà.

    La religione, in altre parole, per i legislatori non è un problema da risolvere, ma un fattore che contribuisce in modo vitale al dibattito pubblico nella nazione. In tale contesto, non posso che esprimere la mia preoccupazione di fronte alla crescente marginalizzazione della religione, in particolare del Cristianesimo, che sta prendendo piede in alcuni ambienti, anche in nazioni che attribuiscono alla tolleranza un grande valore. Vi sono alcuni che sostengono che la voce della religione andrebbe messa a tacere, o tutt’al più relegata alla sfera puramente privata. Vi sono alcuni che sostengono che la celebrazione pubblica di festività come il Natale andrebbe scoraggiata, secondo la discutibile convinzione che essa potrebbe in qualche modo offendere coloro che appartengono ad altre religioni o a nessuna. E vi sono altri ancora che – paradossalmente con lo scopo di eliminare le discriminazioni – ritengono che i cristiani che rivestono cariche pubbliche dovrebbero, in determinati casi, agire contro la propria coscienza. Questi sono segni preoccupanti dell’incapacità di tenere nel giusto conto non solo i diritti dei credenti alla libertà di coscienza e di religione, ma anche il ruolo legittimo della religione nella sfera pubblica. Vorrei pertanto invitare tutti voi, ciascuno nelle rispettive sfere di influenza, a cercare vie per promuovere ed incoraggiare il dialogo tra fede e ragione ad ogni livello della vita nazionale.

    La vostra disponibilità in questo senso si è già manifestata nell’invito senza precedenti che mi avete rivolto oggi, e trova espressione in quei settori di interesse nei quali il vostro Governo si è impegnato insieme alla Santa Sede. Nel campo della pace, vi sono stati degli scambi circa l’elaborazione di un trattato internazionale sul commercio di armi; circa i diritti umani, la Santa Sede ed il Regno Unito hanno visto positivamente il diffondersi della democrazia, specialmente negli ultimi 65 anni; nel campo dello sviluppo, vi è stata collaborazione nella remissione del debito, nel commercio equo e nel finanziamento allo sviluppo, in particolare attraverso la “International Finance Facility”, l’”International Immunization Bond” e l’”Advanced Market Commitment”. La Santa Sede è inoltre desiderosa di ricercare, con il Regno Unito, nuove strade per promuovere la responsabilità ambientale, a beneficio di tutti.

    Noto inoltre che l’attuale Governo si è impegnato a devolvere entro il 2013 lo 0,7% del Reddito nazionale in favore degli aiuti allo sviluppo. È stato incoraggiante, negli ultimi anni, notare i segni positivi di una crescita della solidarietà verso i poveri che riguarda tutto il mondo. Ma per tradurre questa solidarietà in azione effettiva c’è bisogno di idee nuove, che migliorino le condizioni di vita in aree importanti quali la produzione del cibo, la pulizia dell’acqua, la creazione di posti di lavoro, la formazione, l’aiuto alle famiglie, specialmente dei migranti, e i servizi sanitari di base. Quando è in gioco la vita umana, il tempo si fa sempre breve: in verità, il mondo è stato testimone delle vaste risorse che i governi sono in grado di raccogliere per salvare istituzioni finanziarie ritenute “troppo grandi per fallire”. Certamente lo sviluppo integrale dei popoli della terra non è meno importante: è un’impresa degna dell’attenzione del mondo, veramente “troppo grande per fallire”.

    Questo sguardo generale alla cooperazione recente tra Regno Unito e Santa Sede mostra bene quanto progresso sia stato fatto negli anni trascorsi dallo stabilimento di relazioni diplomatiche bilaterali, in favore della promozione nel mondo dei molti valori di fondo che condividiamo. Spero e prego che questa relazione continuerà a portare frutto e che si rifletterà in una crescente accettazione della necessità di dialogo e rispetto, a tutti i livelli della società, tra il mondo della ragione ed il mondo della fede. Sono certo che anche in questo Paese vi sono molti campi in cui la Chiesa e le pubbliche autorità possono lavorare insieme per il bene dei cittadini, in armonia con la storica pratica di questo Parlamento di invocare la guida dello Spirito su quanti cercano di migliorare le condizioni di vita di tutto il genere umano. Affinché questa cooperazione sia possibile, le istituzioni religiose, comprese quelle legate alla Chiesa cattolica, devono essere libere di agire in accordo con i propri principi e le proprie specifiche convinzioni, basate sulla fede e sull’insegnamento ufficiale della Chiesa. In questo modo potranno essere garantiti quei diritti fondamentali, quali la libertà religiosa, la libertà di coscienza e la libertà di associazione. Gli angeli che ci guardano dalla magnifica volta di questa antica Sala ci ricordano la lunga tradizione da cui il Parlamento britannico si è sviluppato. Essi ci ricordano che Dio vigila costantemente su di noi, per guidarci e proteggerci. Ed essi ci chiamano a riconoscere il contributo vitale che il credo religioso ha reso e può continuare a rendere alla vita della nazione.

    Signor Presidente, La ringrazio ancora per questa opportunità di rivolgermi brevemente a questo distinto uditorio. Mi permetta di assicurare a Lei e al Signor Presidente della Camera dei Lords i miei auguri e la mia costante preghiera per Voi e per il fruttuoso lavoro di entrambe le Camere di questo antico Parlamento. Grazie, e Dio vi benedica tutti! 

    © Radio Vaticana - 17 settembre 2010

    La celebrazione ecumenica. Il Papa: restare fedeli alla Parola di Dio senza cedere al conformismo

    Cari amici in Cristo,

    ringrazio il Signore per questa opportunità di unirmi a voi, rappresentanti delle confessioni cristiane presenti in Gran Bretagna, in questa magnifica Abbazia dedicata a San Pietro, la cui architettura e la cui storia parlano in maniera tanto eloquente della nostra comune eredità di fede. In questo luogo non possiamo non essere richiamati a come la fede cristiana abbia plasmato in modo così profondo l’unità e la cultura dell’Europa ed il cuore e lo spirito del popolo inglese. Qui, inoltre, siamo necessariamente richiamati al fatto che ciò che noi condividiamo in Cristo è più grande di ciò che continua a dividerci. 

    Sono grato a Sua Grazia l’Arcivescovo di Canterbury per il suo gentile saluto, così come al Decano e al Capitolo di questa venerabile Abbazia per il loro cordiale benvenuto. Ringrazio il Signore per avermi concesso, quale successore di san Pietro nella Sede di Roma, di compiere questo pellegrinaggio alla tomba di Sant’Edoardo il Confessore. Edoardo, re d’Inghilterra, rimane un modello di testimonianza cristiana ed un esempio di quella vera grandezza alla quale il Signore nelle Scritture chiama i suoi discepoli, come abbiamo appena ascoltato: la grandezza di un’umiltà e di un’obbedienza fondate sullo stesso esempio di Cristo (cfr Fil 2,6-8), la grandezza di una fedeltà che non esita ad abbracciare il mistero della Croce a motivo dell’amore per il divino Maestro e della sicura speranza nelle sue promesse (cfr Mc 10,43-44).

    Quest’anno, come sappiamo, ricorre il centenario del movimento ecumenico moderno, che iniziò con l’appello della Conferenza di Edimburgo in favore dell’unità dei cristiani, come requisito previo per una credibile e convincente testimonianza del vangelo nel nostro tempo. Commemorando questo anniversario dobbiamo rendere grazie per i notevoli progressi compiuti verso questo nobile obiettivo tramite gli sforzi di cristiani impegnati di ogni confessione. Nel medesimo tempo, tuttavia, rimaniamo consapevoli che molto ancora rimane da fare. In un mondo segnato da una crescente interdipendenza e solidarietà, siamo sfidati a proclamare con rinnovata convinzione la realtà della nostra riconciliazione e liberazione in Cristo e a proporre la verità del Vangelo come la chiave di un autentico ed integrale sviluppo umano. In una società che è divenuta sempre più indifferente e persino ostile al messaggio cristiano, noi tutti siamo ancor più chiamati a dare una gioiosa e convincente testimonianza della speranza che è in noi (cfr 1Pt 3,15), e a presentare il Signore Risorto come la risposta alle più profonde domande e aspirazioni spirituali degli uomini e delle donne del nostro tempo.

    Mentre entravamo in processione nel presbiterio, all’inizio di questa celebrazione, il coro ha cantato che Cristo è il nostro “sicuro fondamento”. Egli è l’Eterno Figlio di Dio, della stessa sostanza del Padre, incarnato, come afferma il Credo, “per noi uomini e per la nostra salvezza”. Lui solo ha parole di vita eterna. In lui, come insegna l’Apostolo, “tutte le cose sussistono” … “poiché è piaciuto a Dio che abiti in lui tutta la pienezza” (Col 1,17.19).

    Il nostro impegno per l’unità dei cristiani non ha altro fondamento che la nostra fede in Cristo, in questo Cristo, risorto da morte e assiso alla destra del Padre, che tornerà nella gloria per giudicare i vivi e i morti. È la realtà della persona di Cristo, la sua opera salvifica e soprattutto il fatto storico della sua risurrezione, che è il contenuto del kerygma apostolico e di quelle formule di fede che, a partire dal Nuovo Testamento stesso, hanno garantito l’integrità della sua trasmissione. L’unità della Chiesa, in una parola, non può mai essere altro che una unità nella fede apostolica, nella fede consegnata nel rito del Battesimo ad ogni nuovo membro del Corpo di Cristo. E’ questa fede che ci unisce al Signore, che ci fa partecipi del suo Santo Spirito e perciò, anche adesso, partecipi della vita della Santissima Trinità, il modello della koinonia della Chiesa qui sulla terra.

    Cari amici, siamo tutti consapevoli delle sfide e delle benedizioni, delle delusioni e dei segni di speranza che hanno contraddistinto il nostro cammino ecumenico. Questa sera li affidiamo al Signore, fiduciosi nella sua provvidenza e nel potere della sua grazia. Sappiamo che la fraternità costruita, il dialogo iniziato e la speranza che ci guida, ci daranno la forza e indicheranno la direzione, mentre perseveriamo nel nostro cammino comune. Allo stesso tempo, con evangelico realismo, dobbiamo anche riconoscere le sfide che ci stanno davanti, non solamente sulla via dell’unità dei cristiani, ma anche nel nostro impegno di proclamare Cristo ai nostri giorni. La fedeltà alla parola di Dio, proprio perché è una parola vera, ci chiede una obbedienza che ci conduca insieme verso una più profonda comprensione della volontà del Signore, una obbedienza che deve essere libera dal conformismo intellettuale o dal facile adattamento allo spirito del tempo. Questa è la parola di incoraggiamento che desidero lasciarvi questa sera, e lo faccio in fedeltà al mio ministero di Vescovo di Roma e Successore di San Pietro, incaricato di una cura particolare per l’unità del gregge di Cristo. 

    Riuniti in questa antica chiesa monastica, possiamo richiamare l’esempio di un grande Inglese e uomo di chiesa che onoriamo insieme: san Beda il Venerabile.

    All’alba della nuova era nella vita della società e della Chiesa, Beda comprese sia l’importanza della fedeltà alla parola di Dio come trasmessa dalla tradizione apostolica, sia la necessità di un’apertura creativa ai nuovi sviluppi e alle esigenze di un adeguato radicamento del Vangelo nel linguaggio e nella cultura del suo tempo. 

    Questa nazione, e l’Europa che Beda e i suoi contemporanei hanno contribuito ad edificare, ancora una volta si trova alle soglie di una nuova epoca. Possa l’esempio di san Beda ispirare i cristiani di queste terre a riscoprire la loro comune eredità, a consolidare quello che hanno in comune e a continuare nel loro impegno per crescere in fraternità. Che il Signore Risorto rafforzi i nostri sforzi per riparare le divisioni del passato ed affrontare le sfide del presente con speranza verso il futuro che, Egli, nella sua provvidenza, riserva a noi e al nostro mondo. Amen.


    © Radio Vaticana - 17 settembre 2010

    18 settembre 2010
    Alle ore 10 di questa mattina, nella Cattedrale di Westminster, il Santo Padre Benedetto XVI celebra la Santa Messa votiva del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo a cui è dedicata la Cattedrale. È presente alla Celebrazione Eucaristica l’Arcivescovo di Canterbury, Dr Rowan Williams. Alcune migliaia di giovani seguono la Santa Messa su megaschermi all’esterno della Cattedrale.

    Nel corso della celebrazione, introdotta dal saluto dell’Arcivescovo di Westminster, S.E. Mons. Vincent Gerard Nichols, dopo la proclamazione del Santo Vangelo il Papa pronuncia l’omelia che riportiamo di seguito: 

    OMELIA DEL SANTO PADRE

    Dear Friends in Christ,

    I greet all of you with joy in the Lord and I thank you for your warm reception. I am grateful to Archbishop Nichols for his words of welcome on your behalf. Truly, in this meeting of the Successor of Peter and the faithful of Britain, "heart speaks unto heart" as we rejoice in the love of Christ and in our common profession of the Catholic faith which comes to us from the Apostles. I am especially happy that our meeting takes place in this Cathedral dedicated to the Most Precious Blood, which is the sign of God’s redemptive mercy poured out upon the world through the passion, death and resurrection of his Son, our Lord Jesus Christ. In a particular way I greet the Archbishop of Canterbury, who honours us by his presence.

    The visitor to this Cathedral cannot fail to be struck by the great crucifix dominating the nave, which portrays Christ’s body, crushed by suffering, overwhelmed by sorrow, the innocent victim whose death has reconciled us with the Father and given us a share in the very life of God. The Lord’s outstretched arms seem to embrace this entire church, lifting up to the Father all the ranks of the faithful who gather around the altar of the Eucharistic sacrifice and share in its fruits. The crucified Lord stands above and before us as the source of our life and salvation, "the high priest of the good things to come", as the author of the Letter to the Hebrews calls him in today’s first reading (Heb 9:11).

    It is in the shadow, so to speak, of this striking image, that I would like to consider the word of God which has been proclaimed in our midst and reflect on the mystery of the Precious Blood. For that mystery leads us to see the unity between Christ’s sacrifice on the Cross, the Eucharistic sacrifice which he has given to his Church, and his eternal priesthood, whereby, seated at the right hand of the Father, he makes unceasing intercession for us, the members of his mystical body.

    Let us begin with the sacrifice of the Cross. The outpouring of Christ’s blood is the source of the Church’s life. Saint John, as we know, sees in the water and blood which flowed from our Lord’s body the wellspring of that divine life which is bestowed by the Holy Spirit and communicated to us in the sacraments (Jn 19:34; cf. 1 Jn 1:7; 5:6-7). The Letter to the Hebrews draws out, we might say, the liturgical implications of this mystery. Jesus, by his suffering and death, his self-oblation in the eternal Spirit, has become our high priest and "the mediator of a new covenant" (Heb 9:15). These words echo our Lord’s own words at the Last Supper, when he instituted the Eucharist as the sacrament of his body, given up for us, and his blood, the blood of the new and everlasting covenant shed for the forgiveness of sins (cf. Mk 14:24; Mt 26:28; Lk 22:20).

    Faithful to Christ’s command to "do this in memory of me" (Lk 22:19), the Church in every time and place celebrates the Eucharist until the Lord returns in glory, rejoicing in his sacramental presence and drawing upon the power of his saving sacrifice for the redemption of the world. The reality of the Eucharistic sacrifice has always been at the heart of Catholic faith; called into question in the sixteenth century, it was solemnly reaffirmed at the Council of Trent against the backdrop of our justification in Christ. Here in England, as we know, there were many who staunchly defended the Mass, often at great cost, giving rise to that devotion to the Most Holy Eucharist which has been a hallmark of Catholicism in these lands.

    The Eucharistic sacrifice of the Body and Blood of Christ embraces in turn the mystery of our Lord’s continuing passion in the members of his Mystical Body, the Church in every age. Here the great crucifix which towers above us serves as a reminder that Christ, our eternal high priest, daily unites our own sacrifices, our own sufferings, our own needs, hopes and aspirations, to the infinite merits of his sacrifice. Through him, with him, and in him, we lift up our own bodies as a sacrifice holy and acceptable to God (cf. Rom 12:1). In this sense we are caught up in his eternal oblation, completing, as Saint Paul says, in our flesh what is lacking in Christ’s afflictions for the sake of his body, the Church (cf. Col 1:24). In the life of the Church, in her trials and tribulations, Christ continues, in the stark phrase of Pascal, to be in agony until the end of the world (Pensées, 553, éd. Brunschvicg).

    We see this aspect of the mystery of Christ’s precious blood represented, most eloquently, by the martyrs of every age, who drank from the cup which Christ himself drank, and whose own blood, shed in union with his sacrifice, gives new life to the Church. It is also reflected in our brothers and sisters throughout the world who even now are suffering discrimination and persecution for their Christian faith. Yet it is also present, often hidden in the suffering of all those individual Christians who daily unite their sacrifices to those of the Lord for the sanctification of the Church and the redemption of the world. My thoughts go in a special way to all those who are spiritually united with this Eucharistic celebration, and in particular the sick, the elderly, the handicapped and those who suffer mentally and spiritually.

    Here too I think of the immense suffering caused by the abuse of children, especially within the Church and by her ministers. Above all, I express my deep sorrow to the innocent victims of these unspeakable crimes, along with my hope that the power of Christ’s grace, his sacrifice of reconciliation, will bring deep healing and peace to their lives. I also acknowledge, with you, the shame and humiliation which all of us have suffered because of these sins; and I invite you to offer it to the Lord with trust that this chastisement will contribute to the healing of the victims, the purification of the Church and the renewal of her age-old commitment to the education and care of young people. I express my gratitude for the efforts being made to address this problem responsibly, and I ask all of you to show your concern for the victims and solidarity with your priests.

    Dear friends, let us return to the contemplation of the great crucifix which rises above us. Our Lord’s hands, extended on the Cross, also invite us to contemplate our participation in his eternal priesthood and thus our responsibility, as members of his body, to bring the reconciling power of his sacrifice to the world in which we live. The Second Vatican Council spoke eloquently of the indispensable role of the laity in carrying forward the Church’s mission through their efforts to serve as a leaven of the Gospel in society and to work for the advancement of God’s Kingdom in the world (cf. Lumen Gentium, 31; Apostolicam Actuositatem, 7). The Council’s appeal to the lay faithful to take up their baptismal sharing in Christ’s mission echoed the insights and teachings of John Henry Newman. May the profound ideas of this great Englishman continue to inspire all Christ’s followers in this land to conform their every thought, word and action to Christ, and to work strenuously to defend those unchanging moral truths which, taken up, illuminated and confirmed by the Gospel, stand at the foundation of a truly humane, just and free society.

    How much contemporary society needs this witness! How much we need, in the Church and in society, witnesses of the beauty of holiness, witnesses of the splendour of truth, witnesses of the joy and freedom born of a living relationship with Christ! One of the greatest challenges facing us today is how to speak convincingly of the wisdom and liberating power of God’s word to a world which all too often sees the Gospel as a constriction of human freedom, instead of the truth which liberates our minds and enlightens our efforts to live wisely and well, both as individuals and as members of society.

    Let us pray, then, that the Catholics of this land will become ever more conscious of their dignity as a priestly people, called to consecrate the world to God through lives of faith and holiness. And may this increase of apostolic zeal be accompanied by an outpouring of prayer for vocations to the ordained priesthood. For the more the lay apostolate grows, the more urgently the need for priests is felt; and the more the laity’s own sense of vocation is deepened, the more what is proper to the priest stands out. May many young men in this land find the strength to answer the Master’s call to the ministerial priesthood, devoting their lives, their energy and their talents to God, thus building up his people in unity and fidelity to the Gospel, especially through the celebration of the Eucharistic sacrifice.

    Dear friends, in this Cathedral of the Most Precious Blood, I invite you once more to look to Christ, who leads us in our faith and brings it to perfection (cf. Heb 12:2). I ask you to unite yourselves ever more fully to the Lord, sharing in his sacrifice on the Cross and offering him that "spiritual worship" (Rom 12:1) which embraces every aspect of our lives and finds expression in our efforts to contribute to the coming of his Kingdom. I pray that, in doing so, you may join the ranks of faithful believers throughout the long Christian history of this land in building a society truly worthy of man, worthy of your nation’s highest traditions.



     TRADUZIONE  IN  LINGUA ITALIANA

    Cari amici in Cristo,

    vi saluto tutti con gioia nel Signore e vi ringrazio per la vostra calorosa accoglienza. Ringrazio l’Arcivescovo Nichols per le parole di benvenuto che mi ha rivolto in nome vostro. Davvero in questo incontro del successore di Pietro con i fedeli della Gran Bretagna, "il cuore parla al cuore" e ci fa gioire nell’amore di Cristo e nella nostra comune professione della fede cattolica che ci è stata trasmessa dagli Apostoli. Sono particolarmente lieto che il nostro incontro abbia luogo in questa Cattedrale dedicata al Preziosissimo Sangue, che è il segno della misericordia redentrice di Dio riversatasi sul mondo mediante la passione, morte e resurrezione del suo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo. Un particolare saluto rivolgo all’Arcivescovo di Canterbury che ci onora della sua presenza.

    Il visitatore di questa cattedrale non può non rimanere colpito dal grande crocifisso che domina la navata, che ritrae il corpo di Cristo schiacciato dalla sofferenza, sopraffatto dal dolore, vittima innocente la cui morte ci ha riconciliati con il Padre e ci ha donato di partecipare alla vita stessa di Dio. Le braccia spalancate del Signore sembrano abbracciare questa chiesa intera, innalzando verso il Padre le schiere di fedeli che si raccolgono attorno all’altare del sacrificio Eucaristico e partecipano dei suoi frutti. Il Signore crocifisso sta sopra di noi e davanti a noi, come la sorgente della nostra vita e salvezza, "il sommo sacerdote dei beni futuri", come lo definisce l’autore della Lettera agli Ebrei nella prima lettura odierna (9,11).

    È, per così dire, all’ombra di questa impressionante immagine, che vorrei riferirmi alla parola di Dio che è stata proclamata in mezzo a noi e riflettere sul mistero del Sangue Prezioso, poiché è questo mistero che ci conduce a riconoscere l’unità fra il sacrificio di Cristo sulla Croce, il sacrificio Eucaristico che egli ha donato alla sua Chiesa, e il suo eterno sacerdozio, per mezzo del quale, assiso alla destra del Padre, egli non cessa di intercedere per noi, le membra del suo mistico corpo.

    Incominciamo dal sacrificio della Croce. Lo scaturire del sangue di Cristo è la sorgente della vita della Chiesa. San Giovanni, come sappiamo, vede nell’acqua e nel sangue che sgorgano dal corpo di nostro Signore la sorgente di quella vita divina che è donata dallo Spirito Santo e ci viene comunicata nei sacramenti (Gv 19,34; cfr 1 Gv 1,7;5,6-7). La Lettera agli Ebrei ricava, potremmo dire, le implicazioni liturgiche di questo mistero. Gesù, attraverso la sua sofferenza e morte, la sua auto-donazione nello Spirito eterno, è divenuto il nostro sommo sacerdote e "il mediatore di un’alleanza nuova" (9,15). Queste parole richiamano le stesse parole di nostro Signore nell’Ultima Cena, quando egli istituì l’Eucarestia come sacramento del suo corpo, donato per noi, e del suo sangue, il sangue della nuova ed eterna alleanza sparso per la remissione dei peccati (cfr Mc 14,24; Mt 26,28; Lc 22,20).

    Fedele al comando di Cristo "fate questo in memoria di me" (Lc 22,19), la Chiesa in ogni tempo e luogo celebra l’Eucarestia, fino a che il Signore ritorni nella gloria, rallegrandosi nella sua presenza sacramentale e attingendo alla forza del suo sacrificio di salvezza per la redenzione del mondo. La realtà del sacrificio Eucaristico è sempre stata al cuore della fede cattolica; messa in discussione nel sedicesimo secolo, essa venne solennemente riaffermata al Concilio di Trento, nel contesto della nostra giustificazione in Cristo. Qui in Inghilterra, come sappiamo, molti difesero strenuamente la Messa, sovente a caro prezzo, dando vita a quella devozione alla Santissima Eucaristia che è stata una caratteristica del cattolicesimo in queste terre.

    Il sacrificio Eucaristico del Corpo e Sangue di Cristo comprende a sua volta il mistero della passione di nostro Signore che continua nei membri del suo Corpo mistico, la Chiesa in ogni epoca. Il grande crocifisso che qui ci sovrasta, ci ricorda che Cristo, nostro eterno sommo sacerdote, unisce quotidianamente i nostri sacrifici, le nostre sofferenze, i nostri bisogni, speranze e aspirazioni agli infiniti meriti del suo sacrificio. Per lui, con lui ed in lui noi eleviamo i nostri corpi come un sacrificio santo e gradito a Dio (cfr Rm 12,1). In questo senso siamo presi nella sua eterna oblazione, completando, come afferma san Paolo, nella nostra carne ciò che manca alle sofferenze di Cristo a favore del suo corpo, che è la Chiesa (cfr Col 1,24). Nella vita della Chiesa, nelle sue prove e tribolazioni, Cristo continua, secondo l’incisiva espressione di Pascal, ad essere in agonia fino alla fine del mondo (Pensées, 553, éd. Brunschvicg).

    Vediamo rappresentato nella forma più eloquente questo aspetto del mistero del prezioso sangue di Cristo dai martiri di ogni tempo, che hanno bevuto al calice da cui Cristo stesso ha bevuto, ed il cui sangue, sparso in unione al suo sacrificio, dà nuova vita alla Chiesa. Ciò è anche riflesso nei nostri fratelli e sorelle nel mondo, che ancora oggi soffrono discriminazioni e persecuzioni per la loro fede cristiana. Ma è anche presente, spesso nascosto nelle sofferenze di tutti quei singoli cristiani che quotidianamente uniscono i loro sacrifici a quelli del Signore per la santificazione della Chiesa e la redenzione del mondo. Il mio pensiero va in modo particolare a tutti quelli che sono spiritualmente uniti a questa celebrazione Eucaristica, in particolare i malati, gli anziani, gli handicappati e coloro che soffrono nella mente e nello spirito.

    Qui penso anche alle immense sofferenze causate dall’abuso dei bambini, specialmente nella Chiesa e da parte dei suoi ministri. Esprimo soprattutto il mio profondo dolore alle vittime innocenti di questi inqualificabili crimini, insieme con la speranza che il potere della grazia di Cristo, il suo sacrificio di riconciliazione, porterà profonda guarigione e pace alle loro vite. Riconosco anche, con voi, la vergogna e l’umiliazione che tutti abbiamo sofferto a causa di questi peccati; vi invito a offrirle al Signore con la fiducia che questo castigo contribuirà alla guarigione delle vittime, alla purificazione della Chiesa ed al rinnovamento del suo secolare compito di formazione e cura dei giovani. Esprimo la mia gratitudine per gli sforzi fatti per affrontare questo problema responsabilmente, e chiedo a tutti voi di mostrare la vostra sollecitudine per le vittime e la solidarietà verso i vostri sacerdoti.

    Cari amici, ritorniamo alla contemplazione del grande crocifisso che troneggia sopra noi. Le mani di nostro Signore, stese sulla Croce, ci invitano a contemplare anche la nostra partecipazione al suo eterno sacerdozio e la responsabilità che abbiamo, in quanto membra del suo corpo, di portare al mondo in cui viviamo il potere riconciliante del suo sacrificio. Il Concilio Vaticano II parlò in maniera eloquente dell’indispensabile ruolo del laicato di portare avanti la missione della Chiesa, attraverso lo sforzo di servire da fermento del Vangelo nella società, lavorando per l’avanzamento del Regno di Dio nel mondo (cfr Lumen gentium, 31; Apostolicam actuositatem, 7). Il richiamo del Concilio ai fedeli laici ad assumere il loro impegno battesimale partecipando alla missione di Cristo richiama le intuizioni e gli insegnamenti di John Henry Newman. Possano le profonde idee di questo grande Inglese continuare ad ispirare tutti i seguaci di Cristo in questa terra a conformare a lui ogni loro pensiero, parola ed azione e a lavorare strenuamente per difendere quelle immutabili verità morali che, riprese, illuminate e confermate dal Vangelo, stanno alla base di una società veramente umana, giusta e libera.

    Quanto ha bisogno la società contemporanea di questa testimonianza! Quanto abbiamo bisogno, nella Chiesa e nella società, di testimoni della bellezza della santità, testimoni dello splendore della verità, testimoni della gioia e libertà che nascono da una relazione viva con Cristo! Una delle più grandi sfide che oggi dobbiamo affrontare è come parlare in maniera convincente della sapienza e del potere liberante della parola di Dio ad un mondo che troppo spesso vede il Vangelo come un limite alla libertà umana, invece che come verità che libera le nostre menti e illumina i nostri sforzi per vivere in modo saggio e buono, sia come individui che come membri della società.

    Preghiamo quindi affinché i cattolici di questa terra diventino sempre più consapevoli della loro dignità di popolo sacerdotale, chiamato a consacrare il mondo a Dio mediante una vita di fede e di santità. E possa questa crescita di zelo apostolico essere accompagnata da un aumento di preghiera per le vocazioni al sacerdozio ministeriale. Più si sviluppa l’apostolato dei laici, più urgente viene sentito il bisogno di sacerdoti, e più il laicato approfondisce la consapevolezza della propria specifica vocazione, più si rende evidente ciò che è proprio del sacerdote. Possano molti giovani di questa terra trovare la forza di rispondere alla chiamata del Maestro al sacerdozio ministeriale, offrendo le loro vite, le loro energie e i loro talenti a Dio, edificando così il suo popolo nell’unità e nella fedeltà al Vangelo, specialmente attraverso la celebrazione del sacrificio Eucaristico.

    Cari amici, in questa Cattedrale del Preziosissimo Sangue vi invito ancora una volta a guardare a Cristo, autore e perfezionatore della nostra fede (cfr Eb 12,2). Vi chiedo di unirvi ancor più pienamente al Signore, partecipando al suo sacrificio sulla Croce ed offrendogli questo "culto spirituale" (cfr Rm 12,1) che abbraccia ogni aspetto della nostra vita e si esprime nell’impegno di contribuire all’avvento del suo Regno. Prego affinché, così facendo, possiate unirvi alle schiere di credenti della lunga storia cristiana di questa terra nel costruire una società veramente degna dell’uomo, degna delle più nobili tradizioni della vostra nazione.

    © Bollettino Santa Sede - 18 settembre 2010


    Il Papa al termine della Messa nella Cattedrale di Westminster ha rivolto questo saluto ai giovani:

    Cari giovani amici,

    grazie per il vostro caloroso saluto! “Il cuore parla al cuore” – cor ad cor loquitur – come sapete. Ho scelto queste parole così care al Cardinal Newman come tema della mia visita. In questi pochi momenti in cui stiamo insieme desidero parlarvi dal cuore e chiedervi di aprire il vostro a ciò che vi dirò.
    Chiedo ad ognuno di voi, prima di tutto, di guardare dentro al proprio cuore. Pensate a tutto l’amore, per ricevere il quale il vostro cuore è stato creato e a tutto l’amore che esso è chiamato a donare. In fin dei conti, siamo stati fatti per amare. Questo è ciò che la Bibbia intende quando afferma che siamo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio: siamo stati fatti per conoscere il Dio dell’amore, il Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo, e per trovare la nostra piena realizzazione in quel divino amore che non conosce né inizio né fine.

    Siamo stati fatti per ricevere amore e di fatto ne abbiamo. Ogni giorno dovremmo ringraziare Dio per l’amore che abbiamo già ricevuto, per l’amore che ci ha resi ciò che siamo, l’amore che ci ha mostrato cosa è davvero importante nella vita. Dobbiamo ringraziare il Signore per l’amore che abbiamo ricevuto dalle nostre famiglie, amici, insegnanti, e da tutte quelle persone che nella vita ci hanno aiutato a comprendere quanto siamo preziosi, ai loro occhi e agli occhi di Dio.

    Siamo stati fatti anche per donare amore, per fare dell’amore l’ispirazione di ogni nostra attività, la realtà più solida della nostra vita. A volte ciò sembra tanto naturale, specialmente quando sentiamo l’euforia dell’amore, quando i nostri cuori sono ricolmi di generosità, di idealismo, del desiderio di aiutare gli altri, di costruire un mondo migliore. Ma allo stesso tempo ci rendiamo conto che amare è difficile: i nostri cuori possono facilmente essere induriti dall’egoismo, dall’invidia e dall’orgoglio. La Beata Madre Teresa di Calcutta, la grande Missionaria della Carità, ci ricordava che dare amore, amore puro e generoso, è il frutto di una decisione quotidiana. Ogni giorno dobbiamo scegliere di amare e ciò richiede un aiuto, l’aiuto che proviene da Cristo, dalla preghiera, dalla saggezza che si trova nella sua parola e dalla grazia che egli effonde su di noi nei sacramenti della sua Chiesa.

    Questo è il messaggio che desidero condividere con voi oggi. Vi chiedo di guardare dentro il vostro cuore ogni giorno, per trovare la sorgente di ogni amore autentico. Gesù è sempre là, aspettando tranquillamente che possiamo raccoglierci con lui ed ascoltare la sua voce. Nel profondo del vostro cuore egli vi chiama a trascorrere del tempo con lui nella preghiera. Ma questo tipo di preghiera, la vera preghiera, richiede disciplina: richiede di trovare dei momenti di silenzio ogni giorno. Spesso ciò significa attendere che il Signore parli. Anche fra le occupazioni e lo stress della nostra vita quotidiana abbiamo bisogno di dare spazio al silenzio, perché è nel silenzio che troviamo Dio, ed è nel silenzio che scopriamo chi siamo veramente. E con ciò, scopriamo la vocazione particolare che Dio ci ha dato per l’edificazione della sua Chiesa e la redenzione del nostro mondo.

    Il cuore parla al cuore. Con queste parole pronunciate dal mio cuore, cari giovani amici, assicuro le mie preghiere per voi affinché le vostre vite portino frutti abbondanti per la crescita della civiltà dell’amore. Vi chiedo anche di pregare per me, per il mio ministero di successore di Pietro, e per le necessità della Chiesa nel mondo. Su di voi, sulle vostre famiglie ed i vostri amici, di cuore invoco da Dio benedizioni di sapienza, gioia e pace.

    Il Papa, dopo il saluto ai giovani, si è recato per benedire, in cattedrale, un mosaico raffigurante il santo patrono del Galles, St David. Quindi ha rivolto il suo saluto ai fedeli del Galles:

    Venerato Fratello Mons. Regan,

    grazie per il caloroso saluto che mi ha rivolto a nome dei fedeli del Galles. Sono felice di avere questa opportunità di onorare la nazione e le sue antiche tradizioni cristiane benedicendo un mosaico di San Davide, il patrono del popolo Gallese, e accendendo la candela della statua di Nostra Signora di Cardigan.

    San Davide fu uno dei grandi santi del sesto secolo, quell’epoca d’oro di santi e missionari in queste isole, e fu per questo un fondatore della cultura cristiana che sta alle radici dell’Europa moderna. La predicazione di Davide fu semplice, ma profonda. Le parole che, morente, pronunciò ai monaci furono “Siate felici, conservate la fede e fate cose semplici”. Sono le cose semplici che rivelano il nostro amore per colui che ci ha amati per primo (cfr 1Gv 4,19) e che uniscono le persone in una comunità di fede, amore e servizio. Possa il messaggio di san Davide, in tutta la sua semplicità e ricchezza, continuare a risuonare nel Galles di oggi, attirando i cuori del suo popolo ad un rinnovato amore per Cristo e la sua Chiesa.

    Nella sua secolare storia, la gente del Galles si è distinta per la sua devozione alla Madre di Dio; ciò è posto in evidenza dagli innumerevoli luoghi del Galles chiamati “Llanfair” – Chiesa di Maria. Mentre mi appresto ad accendere la candela sorretta da Nostra Signora, prego affinché Ella continui ad intercedere presso il suo Figlio per tutti gli uomini e le donne del Galles. Che la luce di Cristo continui a guidare i loro passi e plasmare la vita e la cultura della nazione.

    Purtroppo non mi è stato possibile recarmi in Galles durante questa visita. Ma spero che questa splendida statua, che ora ritorna al Santuario Nazionale di Nostra Signora di Cardigan, sarà un ricordo permanente del profondo amore del Papa per il popolo del Galles e della sua costante vicinanza sia nella preghiera, che nella comunione della Chiesa.

    Bendith Duw ar bobol Cymru! Dio benedica il popolo del Galles!

    © Radio Vaticana - 18 settembre 2010

    Dopo aver salutato i giovani radunati sul Sagrato, il Santo Padre Benedetto XVI rientra nella Cattedrale di Westminster per svelare e benedire un mosaico raffigurante St David, Patrono del Galles. Qui, dopo il saluto del Vescovo di Wrexham, S.E. Mons. Edwin Regan a nome della delegazione di fedeli del Galles, il Papa pronuncia le parole che pubblichiamo di seguito:

     PAROLE DEL SANTO PADRE


    Dear Bishop Regan,

    Thank you for your very warm greeting on behalf of the faithful of Wales. I am happy to have this opportunity to honour the nation and its ancient Christian traditions by blessing a mosaic of Saint David, the patron saint of the Welsh people, and by lighting the candle of the statue of Our Lady of Cardigan.

    Saint David was one of the great saints of the sixth century, that golden age of saints and missionaries in these isles, and he was thus a founder of the Christian culture which lies at the root of modern Europe. David’s preaching was simple yet profound: his dying words to his monks were, "Be joyful, keep the faith, and do the little things". It is the little things that reveal our love for the one who loved us first (cf. 1 Jn 4:19) and that bind people into a community of faith, love and service. May Saint David’s message, in all its simplicity and richness, continue to resound in Wales today, drawing the hearts of its people to renewed love for Christ and his Church.

    Through the ages the Welsh people have been distinguished for their devotion to the Mother of God; this is evidenced by the innumerable places in Wales called "Llanfair" – Mary’s Church. As I prepare to light the candle held by Our Lady, I pray that she will continue to intercede with her Son for all the men and women of Wales. May the light of Christ continue to guide their steps and shape the life and culture of the nation.

    Sadly, it was not possible for me to come to Wales during this visit. But I trust that this beautiful statue, which now returns to the National Shrine of Our Lady in Cardigan, will be a lasting reminder of the Pope’s deep love for the Welsh people, and of his constant closeness, both in prayer and in the communion of the Church.

    Bendith Duw ar bobol Cymru! God bless the people of Wales!


     TRADUZIONE IN LINGUA ITALIANA

    Venerato Fratello Mons. Regan,

    grazie per il caloroso saluto che mi ha rivolto a nome dei fedeli del Galles. Sono felice di avere questa opportunità di onorare la nazione e le sue antiche tradizioni cristiane benedicendo un mosaico di San Davide, il patrono del popolo Gallese, e accendendo la candela della statua di Nostra Signora di Cardigan.

    San Davide fu uno dei grandi santi del sesto secolo, quell’epoca d’oro di santi e missionari in queste isole, e fu per questo un fondatore della cultura cristiana che sta alle radici dell’Europa moderna. La predicazione di Davide fu semplice, ma profonda. Le parole che, morente, pronunciò ai monaci furono "Siate felici, conservate la fede e fate cose semplici". Sono le cose semplici che rivelano il nostro amore per colui che ci ha amati per primo (cfr 1Gv 4,19) e che uniscono le persone in una comunità di fede, amore e servizio. Possa il messaggio di san Davide, in tutta la sua semplicità e ricchezza, continuare a risuonare nel Galles di oggi, attirando i cuori del suo popolo ad un rinnovato amore per Cristo e la sua Chiesa.

    Nella sua secolare storia, la gente del Galles si è distinta per la sua devozione alla Madre di Dio; ciò è posto in evidenza dagli innumerevoli luoghi del Galles chiamati "Llanfair" – Chiesa di Maria. Mentre mi appresto ad accendere la candela sorretta da Nostra Signora, prego affinché Ella continui ad intercedere presso il suo Figlio per tutti gli uomini e le donne del Galles. Che la luce di Cristo continui a guidare i loro passi e plasmare la vita e la cultura della nazione.

    Purtroppo non mi è stato possibile recarmi in Galles durante questa visita. Ma spero che questa splendida statua, che ora ritorna al Santuario Nazionale di Nostra Signora di Cardigan, sarà un ricordo permanente del profondo amore del Papa per il popolo del Galles e della sua costante vicinanza sia nella preghiera, che nella comunione della Chiesa.

    Bendith Duw ar bobol Cymru! Dio benedica il popolo del Galles!

    © Bollettino Santa Sede - 18 settembre 2010



    Gli anziani, una benedizione per la società: così il Papa alla St. Peter’s Residence

    Miei cari fratelli e sorelle,

    sono davvero contento di essere fra voi, residenti della Casa San Pietro, e di ringraziare Suor Marie Claire e la Signora Taskper le loro gentili parole di benvenuto a vostro nome. Sono anche lieto di salutare l’Arcivescovo Smith di Southwark, come pure le Piccole Sorelle dei Poveri, il personale e i volontari che vi assistono.

    Con i progressi della medicina ed altri fattori legati alla accresciuta longevità, è importante riconoscere la presenza di un crescente numero di anziani come una benedizione per la società. Ogni generazione può imparare dall’esperienza e saggezza della generazione che l’ha preceduta. Inoltre il provvedere alla cura delle persone anziane non dovrebbe essere anzitutto considerata come un atto di generosità, ma come il ripagare un debito di gratitudine.

    Da parte sua la Chiesa ha sempre avuto grande rispetto per l’anziano. Il Quarto Comandamento “Onora tuo padre e tua madre come il Signore tuo Dio ti ha comandato” è legato alla promessa “perché si prolunghino i tuoi giorni e tu sia felice nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà (Dt 5,16). Questa opera della Chiesa per gli anziani e gli infermi non offre loro solamente amore e cura, ma è anche ricambiata da Dio con le benedizioni che egli ha promesso alla terra in cui questo comandamento viene osservato. Dio vuole un preciso rispetto per la dignità e il valore, la salute e il benessere degli anziani e, attraverso le sue istituzioni caritative in Gran Bretagna ed altrove, la Chiesa cerca di adempiere il comando del Signore di rispettare la vita, senza tenere conto dell’età o delle condizioni.

    Agli inizi del mio pontificato ho detto: “Ognuno di noi è voluto, ognuno di noi è amato, ognuno di noi è necessario“ (Omelia alla Messa per gli inizi del Ministero Petrino del Vescovo di Roma, 24 aprile 2005). La vita è un dono unico, ad ogni stadio, dal concepimento fino alla morte naturale, e spetta solo a Dio darla e toglierla. Uno può godere buona salute in tarda età; ma ugualmente i Cristiani non dovrebbero avere paura di partecipare alle sofferenze di Cristo se Dio vuole che affrontiamo l’infermità. Il mio predecessore il Papa Giovanni Paolo, ha sofferto pubblicamente negli ultimi anni della sua vita. Appariva chiaro a tutti che viveva questo in unione alle sofferenze del nostro Salvatore. La sua letizia e pazienza nell’affrontare i suoi ultimi giorni furono un significativo e commovente esempio per tutti noi che dobbiamo portare il carico degli anni che avanzano.

    Per questo sono venuto fra voi non solo come un Padre, ma soprattutto come un fratello che conosce bene le gioie e le sfide che vengono con l’età. I nostri lunghi anni di vita ci offrono l’opportunità di apprezzare la bellezza dei più grandi doni che Dio ci ha dato, il dono della vita così come la fragilità dello spirito umano. Quelli fra noi che vivono parecchi anni hanno una meravigliosa opportunità di approfondire la propria consapevolezza del mistero di Cristo che umiliò se stesso per condividere la nostra umanità. Mentre cresce il nostro normale periodo di vita, le nostre capacità fisiche spesso vengono meno; e tuttavia questi periodi possono essere fra gli anni spiritualmente più fruttuosi della nostra vita. Questi anni sono un’opportunità per ricordare in una preghiera affettuosa tutti quelli che abbiamo amato in questa vita e porre tutto quello che siamo stati e abbiamo fatto davanti alla grazia e alla tenerezza di Dio. Questo sarà certamente di grande conforto spirituale e ci permetterà di scoprire di nuovo il suo amore e la sua bontà tutti i giorni della nostra vita.

    Con questi sentimenti, cari fratelli e sorelle, assicuro di cuore le mie preghiere per tutti voi, e vi chiedo di pregare per me. Che la nostra beata Signora ed il suo sposo San Giuseppe preghino per la nostra felicità in questa vita e ci ottengano la benedizione di un sereno passaggio nella prossima.

    Dio vi benedica tutti!

    © Radio Vaticana - 18 settembre 2010

    Commovente incontro del Papa con alcune vittime di abusi compiuti da membri del clero

    Nel pomeriggio, presso la nunziatura apostolica di Londra, il Papa ha incontrato un gruppo di persone vittime di abusi sessuali da parte di membri del clero. Benedetto XVI – riferisce un comunicato della Sala Stampa vaticana - si è commosso ascoltando le storie delle vittime e ha espresso profondo dolore e vergogna per le sofferenze loro e delle loro famiglie. Ha pregato con loro e ha assicurato che la Chiesa Cattolica, mentre continua a mettere in atto misure efficaci per la protezione dei giovani, sta facendo tutto il possibile per verificare le accuse, per collaborare con le autorità civili e per consegnare alla giustizia il clero e i religiosi accusati di questi gravi crimini. Come in altre occasioni, ha pregato affinché tutte le vittime di abusi possano sperimentare guarigione e riconciliazione e riescano a superare la propria angoscia passata e presente con serenità e nuova speranza per il futuro”. Successivamente, l’incontro del Papa con un gruppo di professionisti e di volontari che si dedicano alla protezione dei bambini e dei giovani in ambiente ecclesiastico.

    © Radio Vaticano - 18 settembre 2010

    vegli-hidepark.jpgVeglia di preghiera ad Hide Park

    Cari Fratelli e Sorelle in Cristo,

    questa è una serata di gioia, di immensa gioia spirituale per tutti noi. Siamo qui riuniti in questa veglia di preghiera per prepararci alla Messa di domani, durante la quale un grande figlio di questa Nazione, il Cardinale John Henry Newman, sarà dichiarato Beato. Quante persone, in Inghilterra e in tutto il mondo, hanno atteso questo momento! Anche per me personalmente è una grande gioia condividere questa esperienza con voi. Come sapete, Newman ha avuto da tanto tempo un influsso importante nella mia vita e nel mio pensiero, come lo è stato per moltissime persone al di là di queste isole. Il dramma della vita di Newman ci invita ad esaminare le nostre vite, a vederle nel contesto del vasto orizzonte del piano di Dio, e a crescere in comunione con la Chiesa di ogni tempo e di ogni luogo: la Chiesa degli Apostoli, la Chiesa dei martiri, la Chiesa dei santi, la Chiesa che Newman amò ed alla cui missione consacrò la propria intera esistenza.

    Ringrazio l’Arcivescovo Peter Smith per le gentili parole di benvenuto pronunciate a vostro nome, e sono particolarmente lieto di vedere molti giovani presenti a questa veglia. Questa sera, nel contesto della preghiera comune, desidero riflettere con voi su alcuni aspetti della vita di Newman, che considero importanti per le nostre vite di credenti e per la vita della Chiesa oggi.
    Permettetemi di cominciare ricordando che Newman, secondo il suo stesso racconto, ha ripercorso il cammino della sua intera vita alla luce di una potente esperienza di conversione, che ebbe quando era giovane. Fu un’esperienza immediata della verità della Parola di Dio, dell’oggettiva realtà della rivelazione cristiana quale era stata trasmessa nella Chiesa. Tale esperienza, al contempo religiosa e intellettuale, avrebbe ispirato la sua vocazione ad essere ministro del Vangelo, il suo discernimento della sorgente di insegnamento autorevole nella Chiesa di Dio ed il suo zelo per il rinnovamento della vita ecclesiale nella fedeltà alla tradizione apostolica. Alla fine della vita, Newman avrebbe descritto il proprio lavoro come una lotta contro la tendenza crescente a considerare la religione come un fatto puramente privato e soggettivo, una questione di opinione personale. Qui vi è la prima lezione che possiamo apprendere dalla sua vita: ai nostri giorni, quando un relativismo intellettuale e morale minaccia di fiaccare i fondamenti stessi della nostra società, Newman ci rammenta che, quali uomini e donne creati ad immagine e somiglianza di Dio, siamo stati creati per conoscere la verità, per trovare in essa la nostra definitiva libertà e l’adempimento delle più profonde aspirazioni umane. In una parola, siamo stati pensati per conoscere Cristo, che è Lui stesso “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6).

    L’esistenza di Newman, inoltre, ci insegna che la passione per la verità, per l’onestà intellettuale e per la conversione genuina comportano un grande prezzo da pagare. La verità che ci rende liberi non può essere trattenuta per noi stessi; esige la testimonianza, ha bisogno di essere udita, ed in fondo la sua potenza di convincere viene da essa stessa e non dall’umana eloquenza o dai ragionamenti nei quali può essere adagiata. Non lontano da qui, a Tyburn, un gran numero di nostri fratelli e sorelle morirono per la fede; la testimonianza della loro fedeltà sino alla fine fu ben più potente delle parole ispirate che molti di loro dissero prima di abbandonare ogni cosa al Signore. Nella nostra epoca, il prezzo da pagare per la fedeltà al Vangelo non è tanto quello di essere impiccati, affogati e squartati, ma spesso implica l’essere additati come irrilevanti, ridicolizzati o fatti segno di parodia. E tuttavia la Chiesa non si può esimere dal dovere di proclamare Cristo e il suo Vangelo quale verità salvifica, la sorgente della nostra felicità ultima come individui, e quale fondamento di una società giusta e umana.

    Infine, Newman ci insegna che se abbiamo accolto la verità di Cristo e abbiamo impegnato la nostra vita per lui, non vi può essere separazione tra ciò che crediamo ed il modo in cui viviamo la nostra esistenza. Ogni nostro pensiero, parola e azione devono essere rivolti alla gloria di Dio e alla diffusione del suo Regno. Newman comprese questo e fu il grande campione dell’ufficio profetico del laicato cristiano. Vide chiaramente che non dobbiamo tanto accettare la verità come un atto puramente intellettuale, quanto piuttosto accoglierla mediante una dinamica spirituale che penetra sino alle più intime fibre del nostro essere. La verità non viene trasmessa semplicemente mediante un insegnamento formale, pur importante che sia, ma anche mediante la testimonianza di vite vissute integralmente, fedelmente e santamente; coloro che vivono della e nella verità riconoscono istintivamente ciò che è falso e, proprio perché falso, è nemico della bellezza e della bontà che accompagna lo splendore della verità, veritatis splendor.

    La prima lettura di stasera è la magnifica preghiera con la quale san Paolo chiede che ci sia dato di conoscere “l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza” (cfr Ef 3,14-21). L’Apostolo prega affinché Cristo dimori nei nostri cuori mediante la fede (cfr Ef 3,17) e perché possiamo giungere a “comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità” di quell’amore. Mediante la fede giungiamo a vedere la parola di Dio come una lampada per i nostri passi e luce del nostro cammino (cfr Sal 119, 105). Come innumerevoli santi che lo precedettero sulla via del discepolato cristiano, Newman insegnò che la “luce gentile” della fede ci conduce a renderci conto della verità su noi stessi, sulla nostra dignità di figli di Dio, e sul sublime destino che ci attende in cielo. Permettendo a questa luce della fede di risplendere nei nostri cuori e abbandonandoci ad essa mediante la quotidiana unione al Signore nella preghiera e nella partecipazione ai sacramenti della Chiesa, datori di vita, diventiamo noi stessi luce per quanti ci stanno attorno; esercitiamo il nostro “ufficio profetico”; spesso, senza saperlo, attiriamo le persone più vicino al Signore ed alla sua verità. Senza la vita di preghiera, senza l’interiore trasformazione che avviene mediante la grazia dei sacramenti, non possiamo – con le parole di Newman – “irradiare Cristo”; diveniamo semplicemente un altro “cembalo squillante” (1Cor 13,1) in un mondo già pieno di crescente rumore e confusione, pieno di false vie che conducono solo a profondo dolore del cuore e ad illusione.

    Una delle più amate meditazioni del Cardinale contiene queste parole: “Dio mi ha creato per offrire a lui un certo specifico servizio. Mi ha affidato un certo lavoro che non ha affidato ad altri” (Meditations on Christian Doctrine). Vediamo qui il preciso realismo cristiano di Newman, il punto nel quale la fede e la vita inevitabilmente si incrociano. La fede è destinata a portare frutto nella trasformazione del nostro mondo mediante la potenza dello Spirito Santo che opera nella vita e nell’attività dei credenti. Nessuno che guardi realisticamente al nostro mondo d’oggi può pensare che i cristiani possano continuare a far le cose di ogni giorno, ignorando la profonda crisi di fede che è sopraggiunta nella società, o semplicemente confidando che il patrimonio di valori trasmesso lungo i secoli cristiani possa continuare ad ispirare e plasmare il futuro della nostra società. Sappiamo che in tempi di crisi e di ribellioni Dio ha fatto sorgere grandi santi e profeti per il rinnovamento della Chiesa e della società cristiana; noi abbiamo fiducia nella sua provvidenza e preghiamo per la sua continua guida. Ma ciascuno di noi, secondo il proprio stato di vita, è chiamato ad operare per la diffusione del Regno di Dio impregnando la vita temporale dei valori del Vangelo. Ciascuno di noi ha una missione, ciascuno è chiamato a cambiare il mondo, ad operare per una cultura della vita, una cultura forgiata dall’amore e dal rispetto per la dignità di ogni persona umana. Come il Signore ci insegna nel Vangelo appena ascoltato, la nostra luce deve risplendere al cospetto di tutti, così che, vedendo le nostre opere buone, possano dar gloria al nostro Padre celeste (cfr Mt 5,16).

    Qui desidero dire una parola speciale ai molti giovani presenti. Cari giovani amici: solo Gesù conosce quale “specifico servizio” ha in mente per voi. Siate aperti alla sua voce che risuona nel profondo del vostro cuore: anche ora il suo cuore parla al vostro cuore. Cristo ha bisogno di famiglie che ricordano al mondo la dignità dell’amore umano e la bellezza della vita familiare. Egli ha bisogno di uomini e donne che dedichino la loro vita al nobile compito dell’educazione, prendendosi cura dei giovani e formandoli secondo le vie del Vangelo. Ha bisogno di quanti consacreranno la propria vita al perseguimento della carità perfetta, seguendolo in castità, povertà e obbedienza, e servendoLo nel più piccolo dei nostri fratelli e sorelle. Ha bisogno dell’amore potente dei religiosi contemplativi che sorreggono la testimonianza e l’attività della Chiesa mediante la loro continua orazione. Ed ha bisogno di sacerdoti, buoni e santi sacerdoti, uomini disposti a perdere la propria vita per il proprio gregge. Chiedete a Dio cosa ha in mente per voi! Chiedetegli la generosità di dirgli di sì! Non abbiate paura di donarvi interamente a Gesù. Vi darà la grazia necessaria per adempiere alla vostra vocazione. Permettetemi di concludere queste poche parole invitandovi ad unirvi a me il prossimo anno a Madrid per la Giornata Mondiale della Gioventù. Si tratta sempre di una splendida occasione per crescere nell’amore per Cristo ed essere incoraggiati nella vostra gioiosa vita di fede assieme a migliaia di altri giovani. Spero di vedere là molti di voi, a Madrid!

    Ed ora, cari amici, continuiamo questa veglia di preghiera preparandoci ad incontrare Cristo, presente fra noi nel Santissimo Sacramento dell’Altare. Insieme, nel silenzio della nostra comune adorazione, apriamo le menti ed i cuori alla sua presenza, al suo amore, alla potenza convincente della sua verità. In modo speciale, ringraziamolo per la continua testimonianza a quella verità, offerta dal Cardinale John Henry Newman. Confidando nelle sue preghiere, chiediamo a Dio di illuminare i nostri passi e quelli della società britannica, con la luce gentile della sua verità, del suo amore, della sua pace. Amen.

    © Radio Vaticana - 18 settembre 2010


    19 settembre 2010 - Alle ore 8 di questa mattina, il Santo Padre Benedetto XVI si congeda dalla Nunziatura Apostolica di Londra e si trasferisce in auto a Wimbledon Park da dove si imbarca sull’elicottero alla volta di Birmingham.

    Al Suo arrivo, previsto per le ore 9.30, il Papa è accolto da S.E. Mons. Bernard Longley, Arcivescovo di Birmingham, e dal Sindaco della Città, Len Gregory. Quindi si reca nel Cofton Park di Birmingham dove, alle ore 10, presiede la Santa Messa di Beatificazione del Servo di Dio John Henry Newman (1801-1890), Cardinale e Fondatore degli Oratori di San Filippo Neri in Inghilterra.

    Nel corso della celebrazione, introdotta dall’indirizzo di saluto dell’Arcivescovo di Birmingham, S.E. Mons. Bernard Longley, dopo il Rito di Beatificazione e la proclamazione del Santo Vangelo, il Papa pronuncia l’omelia che riportiamo di seguito:



    OMELIA DEL SANTO PADRE

    Dear Brothers and Sisters in Christ,

    This day that has brought us together here in Birmingham is a most auspicious one. In the first place, it is the Lord’s day, Sunday, the day when our Lord Jesus Christ rose from the dead and changed the course of human history for ever, offering new life and hope to all who live in darkness and in the shadow of death. That is why Christians all over the world come together on this day to give praise and thanks to God for the great marvels he has worked for us. This particular Sunday also marks a significant moment in the life of the British nation, as it is the day chosen to commemorate the seventieth anniversary of the Battle of Britain. For me as one who lived and suffered through the dark days of the Nazi regime in Germany, it is deeply moving to be here with you on this occasion, and to recall how many of your fellow citizens sacrificed their lives, courageously resisting the forces of that evil ideology. My thoughts go in particular to nearby Coventry, which suffered such heavy bombardment and massive loss of life in November 1940. Seventy years later, we recall with shame and horror the dreadful toll of death and destruction that war brings in its wake, and we renew our resolve to work for peace and reconciliation wherever the threat of conflict looms. Yet there is another, more joyful reason why this is an auspicious day for Great Britain, for the Midlands, for Birmingham. It is the day that sees Cardinal John Henry Newman formally raised to the altars and declared Blessed.

    I thank Archbishop Bernard Longley for his gracious welcome at the start of Mass this morning. I pay tribute to all who have worked so hard over many years to promote the cause of Cardinal Newman, including the Fathers of the Birmingham Oratory and the members of the Spiritual Family Das Werk. And I greet everyone here from Great Britain, Ireland, and further afield; I thank you for your presence at this celebration, in which we give glory and praise to God for the heroic virtue of a saintly Englishman.

    England has a long tradition of martyr saints, whose courageous witness has sustained and inspired the Catholic community here for centuries. Yet it is right and fitting that we should recognize today the holiness of a confessor, a son of this nation who, while not called to shed his blood for the Lord, nevertheless bore eloquent witness to him in the course of a long life devoted to the priestly ministry, and especially to preaching, teaching, and writing. He is worthy to take his place in a long line of saints and scholars from these islands, Saint Bede, Saint Hilda, Saint Aelred, Blessed Duns Scotus, to name but a few. In Blessed John Henry, that tradition of gentle scholarship, deep human wisdom and profound love for the Lord has borne rich fruit, as a sign of the abiding presence of the Holy Spirit deep within the heart of God’s people, bringing forth abundant gifts of holiness.

    Cardinal Newman’s motto, Cor ad cor loquitur, or "Heart speaks unto heart", gives us an insight into his understanding of the Christian life as a call to holiness, experienced as the profound desire of the human heart to enter into intimate communion with the Heart of God. He reminds us that faithfulness to prayer gradually transforms us into the divine likeness. As he wrote in one of his many fine sermons, "a habit of prayer, the practice of turning to God and the unseen world in every season, in every place, in every emergency – prayer, I say, has what may be called a natural effect in spiritualizing and elevating the soul. A man is no longer what he was before; gradually … he has imbibed a new set of ideas, and become imbued with fresh principles" (Parochial and Plain Sermons, iv, 230-231). Today’s Gospel tells us that no one can be the servant of two masters (cf. Lk 16:13), and Blessed John Henry’s teaching on prayer explains how the faithful Christian is definitively taken into the service of the one true Master, who alone has a claim to our unconditional devotion (cf. Mt 23:10). Newman helps us to understand what this means for our daily lives: he tells us that our divine Master has assigned a specific task to each one of us, a "definite service", committed uniquely to every single person: "I have my mission", he wrote, "I am a link in a chain, a bond of connexion between persons. He has not created me for naught. I shall do good, I shall do his work; I shall be an angel of peace, a preacher of truth in my own place … if I do but keep his commandments and serve him in my calling" (Meditations and Devotions, 301-2).

    The definite service to which Blessed John Henry was called involved applying his keen intellect and his prolific pen to many of the most pressing "subjects of the day". His insights into the relationship between faith and reason, into the vital place of revealed religion in civilized society, and into the need for a broadly-based and wide-ranging approach to education were not only of profound importance for Victorian England, but continue today to inspire and enlighten many all over the world. I would like to pay particular tribute to his vision for education, which has done so much to shape the ethos that is the driving force behind Catholic schools and colleges today. Firmly opposed to any reductive or utilitarian approach, he sought to achieve an educational environment in which intellectual training, moral discipline and religious commitment would come together. The project to found a Catholic University in Ireland provided him with an opportunity to develop his ideas on the subject, and the collection of discourses that he published as The Idea of a University holds up an ideal from which all those engaged in academic formation can continue to learn. And indeed, what better goal could teachers of religion set themselves than Blessed John Henry’s famous appeal for an intelligent, well-instructed laity: "I want a laity, not arrogant, not rash in speech, not disputatious, but men who know their religion, who enter into it, who know just where they stand, who know what they hold and what they do not, who know their creed so well that they can give an account of it, who know so much of history that they can defend it" (The Present Position of Catholics in England, ix, 390). On this day when the author of those words is raised to the altars, I pray that, through his intercession and example, all who are engaged in the task of teaching and catechesis will be inspired to greater effort by the vision he so clearly sets before us.

    While it is John Henry Newman’s intellectual legacy that has understandably received most attention in the vast literature devoted to his life and work, I prefer on this occasion to conclude with a brief reflection on his life as a priest, a pastor of souls. The warmth and humanity underlying his appreciation of the pastoral ministry is beautifully expressed in another of his famous sermons: "Had Angels been your priests, my brethren, they could not have condoled with you, sympathized with you, have had compassion on you, felt tenderly for you, and made allowances for you, as we can; they could not have been your patterns and guides, and have led you on from your old selves into a new life, as they can who come from the midst of you" ("Men, not Angels: the Priests of the Gospel", Discourses to Mixed Congregations, 3). He lived out that profoundly human vision of priestly ministry in his devoted care for the people of Birmingham during the years that he spent at the Oratory he founded, visiting the sick and the poor, comforting the bereaved, caring for those in prison. No wonder that on his death so many thousands of people lined the local streets as his body was taken to its place of burial not half a mile from here. One hundred and twenty years later, great crowds have assembled once again to rejoice in the Church’s solemn recognition of the outstanding holiness of this much-loved father of souls. What better way to express the joy of this moment than by turning to our heavenly Father in heartfelt thanksgiving, praying in the words that Blessed John Henry Newman placed on the lips of the choirs of angels in heaven:

    Praise to the Holiest in the height
    And in the depth be praise;
    In all his words most wonderful,
    Most sure in all his ways!
    (The Dream of Gerontius).



     

    TRADUZIONE IN LINGUA ITALIANA


    Cari Fratelli e Sorelle in Cristo,

    la giornata odierna che ci ha portati qui insieme a Birmingham è di grande auspicio. In primo luogo, è il giorno del Signore, domenica, il giorno in cui nostro Signore Gesù Cristo risuscitò dai morti e cambiò per sempre il corso della storia umana, offrendo vita e speranza nuove a quanti vivevano nelle tenebre e nell’ombra della morte. Questa è la ragione per cui i cristiani in tutto il mondo si riuniscono insieme in questo giorno per dar lode e ringraziare Dio per le grandi meraviglie da lui operate per noi. Questa domenica particolare, inoltre, segna un momento significativo nella vita della nazione britannica, poiché è il giorno prescelto per commemorare il 70mo anniversario della "Battle of Britain". Per me, che ho vissuto e sofferto lungo i tenebrosi giorni del regime nazista in Germania, è profondamente commovente essere qui con voi in tale occasione, e ricordare quanti dei vostri concittadini hanno sacrificato la propria vita, resistendo coraggiosamente alle forze di quella ideologia maligna. Il mio pensiero va in particolare alla vicina Coventry, che ebbe a soffrire un così pesante bombardamento e una grave perdita di vite umane nel novembre del 1940. Settant’anni dopo, ricordiamo con vergogna ed orrore la spaventosa quantità di morte e distruzione che la guerra porta con sé al suo destarsi, e rinnoviamo il nostro proposito di agire per la pace e la riconciliazione in qualunque luogo in cui sorga la minaccia di conflitti. Ma vi è un ulteriore, più gioiosa ragione del perché questo è un giorno fausto per la Gran Bretagna, per le Midlands e per Birmingham. E’ il giorno che vede il Cardinale John Henry Newman formalmente elevato agli altari e dichiarato Beato.

    Ringrazio l’Arcivescovo Bernard Longley per il cortese benvenuto rivoltomi questa mattina, all’inizio della Messa. Rendo omaggio a tutti coloro che hanno lavorato così intensamente per molti anni per promuovere la causa del Cardinale Newman, inclusi i Padri dell’Oratorio di Birmingham e i membri della Famiglia spirituale Das Werk. E saluto tutti coloro che sono qui venuti dall’intera Gran Bretagna, dall’Irlanda e da altrove; vi ringrazio per la vostra presenza a questa celebrazione, durante la quale rendiamo gloria e lode a Dio per le virtù eroiche di questo sant’uomo inglese.

    L’Inghilterra ha una grande tradizione di Santi martiri, la cui coraggiosa testimonianza ha sostenuto ed ispirato la comunità cattolica locale per secoli. E tuttavia è giusto e conveniente che riconosciamo oggi la santità di un confessore, un figlio di questa Nazione che, pur non essendo chiamato a versare il proprio sangue per il Signore, gli ha tuttavia dato testimonianza eloquente nel corso di una vita lunga dedicata al ministero sacerdotale, specialmente alla predicazione, all’insegnamento e agli scritti. E’ degno di prendere il proprio posto in una lunga scia di Santi e Maestri di queste isole, san Beda, sant’Hilda, san Aelredo, il beato Duns Scoto solo per nominarne alcuni. Nel beato John Henry quella gentile tradizione di insegnamento, di profonda saggezza umana e di intenso amore per il Signore ha dato ricchi frutti quale segno della continua presenza dello Spirito Santo nel profondo del cuore del Popolo di Dio, facendo emergere abbondanti doni di santità.

    Il motto del Cardinale Newman, Cor ad cor loquitur, "il cuore parla al cuore", ci permette di penetrare nella sua comprensione della vita cristiana come chiamata alla santità, sperimentata come l’intenso desiderio del cuore umano di entrare in intima comunione con il Cuore di Dio. Egli ci rammenta che la fedeltà alla preghiera ci trasforma gradualmente nell’immagine divina. Come scrisse in uno dei suoi forbiti sermoni: "l’abitudine alla preghiera, che è pratica di rivolgersi a Dio e al mondo invisibile in ogni stagione, in ogni luogo, in ogni emergenza, la preghiera, dico, ha ciò che può essere chiamato un effetto naturale nello spiritualizzare ed elevare l’anima. Un uomo non è più ciò che era prima; gradualmente… ha interiorizzato un nuovo sistema di idee ed è divenuto impregnato di freschi principi" (Parochial and plain sermons, IV, 230-231). Il Vangelo odierno ci dice che nessuno può essere servo di due padroni (cfr Lc 16,13), e l’insegnamento del Beato John Henry sulla preghiera spiega come il fedele cristiano si sia posto in maniera definitiva al servizio dell’unico vero Maestro, il quale soltanto ha il diritto alla nostra devozione incondizionata (cfr Mt 23,10). Newman ci aiuta a comprendere cosa significhi questo nella nostra vita quotidiana: ci dice che il nostro divino Maestro ha assegnato un compito specifico a ciascuno di noi, un "servizio ben definito", affidato unicamente ad ogni singolo: "io ho la mia missione – scrisse – sono un anello in una catena, un vincolo di connessione fra persone. Egli non mi ha creato per niente. Farò il bene, compirò la sua opera; sarò un angelo di pace, un predicatore di verità proprio nel mio posto… se lo faccio obbedirò ai suoi comandamenti e lo servirò nella mia vocazione" (Meditations and devotions, 301-2).

    Lo specifico servizio al quale il Beato John Henry Newman fu chiamato comportò l’applicazione del suo sottile intelletto e della sua prolifica penna a molti dei più urgenti "problemi del giorno". Le sue intuizioni sulla relazione fra fede e ragione, sullo spazio vitale della religione rivelata nella società civilizzata, e sulla necessità di un approccio all’educazione ampiamente fondato e a lungo raggio, non furono soltanto di importanza profonda per l’Inghilterra vittoriana, ma continuano ancor oggi ad ispirare e ad illuminare molti in tutto il mondo. Desidero rendere onore alla sua visione dell’educazione, che ha fatto così tanto per plasmare l’"ethos" che è la forza sottostante alle scuole ed agli istituti universitari cattolici di oggi. Fermamente contrario ad ogni approccio riduttivo o utilitaristico, egli cercò di raggiungere un ambiente educativo nel quale la formazione intellettuale, la disciplina morale e l’impegno religioso procedessero assieme. Il progetto di fondare un’università cattolica in Irlanda gli diede l’opportunità di sviluppare le proprie idee su tale argomento e la raccolta di discorsi da lui pubblicati come The Idea of a University contiene un ideale dal quale possono imparare quanti sono impegnati nella formazione accademica. Ed in verità, quale meta migliore potrebbero proporsi gli insegnanti di religione se non quel famoso appello del Beato John Henry per un laicato intelligente e ben istruito: "Voglio un laicato non arrogante, non precipitoso nei discorsi, non polemico, ma uomini che conoscono la propria religione, che in essa vi entrino, che sappiano bene dove si ergono, che sanno cosa credono e cosa non credono, che conoscono il proprio credo così bene da dare conto di esso, che conoscono così bene la storia da poterlo difendere" (The Present Position of Catholics in England, IX, 390). Oggi quando l’autore di queste parole viene innalzato sugli altari, prego che, mediante la sua intercessione ed il suo esempio, quanti sono impegnati nel compito dell’insegnamento e della catechesi siano ispirati ad un più grande sforzo dalla sua visione, che così chiaramente pone davanti a noi.

    Mentre il testamento intellettuale di John Henry Newman è stato quello che comprensibilmente ha ricevuto le maggiori attenzioni nella vasta pubblicistica sulla sua vita e la sua opera, preferisco in questa occasione, concludere con una breve riflessione sulla sua vita di sacerdote e di pastore d’anime. Il calore e l’umanità che sottostanno al suo apprezzamento del ministero pastorale vengono magnificamente espressi da un altro dei suoi famosi discorsi: "Se gli angeli fossero stati i vostri sacerdoti, cari fratelli, non avrebbero potuto partecipare alle vostre sofferenze, né compatirvi, né aver compassione per voi, né provare tenerezza nei vostri confronti e trovare motivi per giustificarvi, come possiamo noi; non avrebbero potuto essere modelli e guide per voi, ed avervi condotto dal vostro uomo vecchio a vita nuova, come lo possono quanti vengono dal vostro stesso ambiente ("Men, not Angels: the Priests of the Gospel", Discourses to mixed congregations, 3). Egli visse quella visione profondamente umana del ministero sacerdotale nella devota cura per la gente di Birmingham durante gli anni spesi nell’Oratorio da lui fondato, visitando i malati ed i poveri, confortando i derelitti, prendendosi cura di quanti erano in prigione. Non meraviglia che alla sua morte molte migliaia di persone si posero in fila per le strade del luogo mentre il suo corpo veniva portato alla sepoltura a mezzo miglio da qui. Cento vent’anni dopo, grandi folle si sono nuovamente qui riunite per rallegrarsi del solenne riconoscimento della Chiesa per l’eccezionale santità di questo amatissimo padre di anime. Quale modo migliore per esprimere la gioia di questo momento se non quella di rivolgerci al nostro Padre celeste in cordiale ringraziamento, pregando con le parole poste dal Beato John Henry Newman sulle labbra dei cori degli angeli in cielo:

    Lode a Colui che è Santissimo nell’alto dei cieli
    E lode sia nelle profondità;
    Bellissimo in tutte le sue parole,
    ma ben di più in tutte le sue vie!
    (The dream of Gerontius).

    © bollettino Santa Sede - 19 settembre 2010



    Angelus a Birmingham

    Fratelli e sorelle in Gesù Cristo,

    Sono lieto di inviare i miei saluti alla gente di Siviglia, dove, proprio ieri, è stata beatificata Madre María de la Purísima de la Cruz. Che la beata María sia di ispirazione per le giovani donne a seguire il suo esempio di amore totale a Dio e al prossimo.

    quando il Beato John Henry Newman venne a vivere a Birmingham, diede il nome di “Maryvale” alla sua prima casa. L’Oratorio da lui fondato è dedicato all’Immacolata Concezione della Beata Vergine. E l’Università Cattolica dell’Irlanda venne da lui posta sotto la protezione di Maria, Sedes sapientiae. In moltissimi modi egli visse il proprio ministero sacerdotale in spirito di devozione filiale alla Madre di Dio. Meditando sul ruolo di Maria nel dispiegarsi del piano di Dio per la nostra salvezza, giunse ad esclamare: “Chi può valutare la santità e la perfezione di lei, che fu scelta per essere la Madre di Cristo? Quali avrebbero dovuto essere i suoi doni, lei che fu scelta per essere l’unica familiare terrena del Figlio di Dio, l’unica che egli fu obbligato per natura a riverire e alla quale rivolgersi; l’unica incaricata di guidarlo ed educarlo, di istruirlo giorno dopo giorno, mentre cresceva in sapienza e grandezza?” (Parochial and plain sermons, II, 131-2). E’ sulla base di questi doni abbondanti di grazia che noi l’onoriamo, ed è sulla base del suo intimo legame con il suo Figlio divino che noi in maniera naturale ricerchiamo la sua intercessione per le nostre necessità e quelle del mondo intero. Nelle parole dell’Angelus, ci rivolgiamo ora alla nostra santissima Madre ed affidiamo a lei le intenzioni che sono nei nostri cuori.

    © Radio Vaticana - 19 settembre 2010




    Il Papa ai Vescovi di Inghilterra, Galles e Scozia

    Venerati Fratelli nell’Episcopato,

    questo è stato un giorno di grande gioia per la comunità cattolica in queste isole. Il Beato John Henry Newman, come ora lo possiamo chiamare, è stato elevato all’onore degli altari quale esempio di fedeltà eroica al Vangelo ed un intercessore per la Chiesa in queste terre, che egli amò e servì così bene. Qui proprio in questa cappella nel 1852, diede voce alla nuova fiducia e vitalità della comunità cattolica in Inghilterra e Galles, dopo la restaurazione della gerarchia, e le sue parole possono essere applicate pure alla Scozia, venticinque anni dopo. La sua beatificazione odierna è un ricordo della continua azione dello Spirito Santo nell’elargire doni di santità su tutta la gente della Gran Bretagna, così che da est ad ovest e dal nord al sud, sia elevata una perfetta oblazione di lode e di ringraziamento alla gloria del nome di Dio.

    Ringrazio il Cardinale O’Brien e l’Arcivescovo Nichols per le loro parole e, ciò facendo, mi viene alla mente quanto poco tempo è trascorso da quando mi è stato dato di accogliervi tutti a Roma per le visite Ad limina delle vostre rispettive Conferenze Episcopali. In quella occasione abbiamo parlato di alcune delle sfide che vi stanno innanzi nel vostro guidare la gente nella fede, particolarmente circa l’urgente necessità di proclamare il Vangelo di nuovo in un contesto altamente secolarizzato. Nel corso della mia visita mi è apparso chiaro come, fra i britannici, sia profonda la sete per la buona novella di Gesù Cristo. Siete stati scelti da Dio per offrire loro l’acqua viva del Vangelo, incoraggiandoli a porre le proprie speranze non nelle vane lusinghe di questo mondo, bensì nelle solide rassicurazioni del mondo futuro. Mentre annunciate la venuta del Regno, con le sue promesse di speranza per i poveri ed i bisognosi, i malati e gli anziani, i non ancora nati e gli abbandonati, fate di tutto per presentare nella sua interezza il messaggio vivificante del Vangelo, compresi quegli elementi che sfidano le diffuse convinzioni della cultura odierna. Come sapete, è stato di recente costituito un Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione dei Paesi di lunga tradizione cristiana, e desidero incoraggiarvi ad avvalervi dei suoi servigi per affrontare i compiti che vi stanno innanzi. Inoltre, molti dei nuovi movimenti ecclesiali hanno un carisma particolare per l’evangelizzazione e son certo che continuerete ad esplorare vie appropriate ed efficaci per coinvolgerli nella missione della Chiesa.

    Dalla vostra visita a Roma, i cambiamenti politici nel Regno Unito hanno concentrato l’attenzione sulle conseguenze della crisi finanziaria, che ha causato tante privazioni ad innumerevoli persone e tante famiglie. Lo spettro della disoccupazione sta stendendo le proprie ombre sulla vita di molta gente, ed il costo a lungo termine di pratiche d’investimento dei tempi recenti, mal consigliate, sta diventando quantomai evidente. In tali circostanze, vi saranno ulteriori appelli alla caratteristica generosità dei cattolici britannici, e sono certo che voi sarete in prima linea per esortare alla solidarietà nei confronti dei bisognosi. La voce profetica dei cristiani ha un ruolo importante nel mettere in evidenza i bisogni dei poveri e degli svantaggiati, che possono così facilmente essere trascurati nella destinazione di risorse limitate. Nel documento magisteriale Choosing the Common Good, i Vescovi d’Inghilterra e del Galles hanno sottolineato l’importanza della pratica della virtù nella vita pubblica. Le circostanze odierne offrono una buona opportunità per rafforzare quel messaggio, e certamente per incoraggiare le persone ad aspirare ai valori morali più alti in ogni settore della loro vita, contro un retroterra di crescente cinismo addirittura circa la possibilità di una vita virtuosa.

    Un altro argomento che ha ricevuto molta attenzione nei mesi trascorsi e che mina seriamente la credibilità morale dei responsabili della Chiesa è il vergognoso abuso di ragazzi e di giovani da parte di sacerdoti e di religiosi. In molte occasioni ho parlato delle profonde ferite che tale comportamento ha causato, anzitutto nelle vittime ma anche nel rapporto di fiducia che dovrebbe esistere fra sacerdoti e popolo, fra sacerdoti e i loro Vescovi, come pure fra le autorità della Chiesa e la gente. So bene che avete fatto passi molto seri per portare rimedio a questa situazione, per assicurare che i ragazzi siano protetti in maniera efficace da qualsiasi danno, e per affrontare in modo appropriato e trasparente le accuse quando esse sorgono. Avete pubblicamente fatto conoscere il vostro profondo dispiacere per quanto accaduto e per i modi spesso inadeguati con i quali, in passato, si è affrontata la questione. La vostra crescente comprensione dell’estensione degli abusi sui ragazzi nella società, dei suoi effetti devastanti, e della necessità di fornire adeguato sostegno alle vittime, dovrebbe servire da incentivo per condividere, con la società più ampia, la lezione da voi appresa. In realtà, quale via migliore potrebbe esserci se non quella di fare riparazione per tali peccati avvicinandovi, in umile spirito di compassione, ai ragazzi che soffrono anche altrove per gli abusi? Il nostro dovere di prenderci cura della gioventù esige proprio questo e niente di meno.

    Mentre riflettiamo sulla fragilità umana che questi tragici eventi rivelano in maniera così dura, ci viene ricordato che, per essere guide cristiane efficaci, dobbiamo vivere nella più alta integrità, umiltà e santità. Come scrisse una volta il beato John Henry Newman: “Che Dio ci doni dei sacerdoti che sappiano sentire la propria debolezza di peccatori, e che il popolo li sappia compatire ed amare e pregare per la loro crescita in ogni buon dono di grazia” (Sermon, 22 marzo 1829). 191). Prego che fra le grazie di questa visita vi sia un rinnovato impegno da parte delle guide cristiane alla vocazione profetica che hanno ricevuto, e un nuovo apprezzamento da parte del popolo per il grande dono del ministero ordinato. Sgorgheranno così spontaneamente le preghiere per le vocazioni, e possiamo esser fiduciosi che il Signore risponderà inviando operai che raccolgano l’abbondante messe che ha preparato in tutto il Regno Unito (cfr Mt 9,37-38). A tale proposito sono lieto di avere l’opportunità di incontrare fra poco i seminaristi dell’Inghilterra, della Scozia e del Galles per rassicurarli delle mie preghiere, mentre si preparano a far la loro parte per raccogliere quella messe.

    Infine vorrei parlarvi di due materie specifiche che riguardano in questo tempo il vostro ministero episcopale. Una è l’imminente pubblicazione della nuova traduzione del Messale Romano. In questa circostanza desidero ringraziare tutti voi per il contributo dato, con così minuziosa cura, all’esercizio collegiale nella revisione e nell’approvazione dei testi. Ciò ha fornito un immenso servizio ai cattolici di tutto il mondo anglofono. Vi incoraggio a cogliere l’occasione che questa nuova traduzione offre, per una approfondita catechesi sull’Eucaristia e per una rinnovata devozione nei modi in cui essa viene celebrata. “Quanto più viva è la fede eucaristica nel popolo di Dio, tanto più profonda è la sua partecipazione alla vita ecclesiale che Cristo ha affidato ai suoi discepoli” (Sacramentum caritatis, 6). L’altro punto lo sollevai in febbraio con i Vescovi dell’Inghilterra e del Galles, quando vi chiesi di essere generosi nel porre in atto la Costituzione apostolica Anglicanorum coetibus. Questo dovrebbe essere considerato un gesto profetico che può contribuire positivamente allo sviluppo delle relazioni fra anglicani e cattolici. Ci aiuta a volgere lo sguardo allo scopo ultimo di ogni attività ecumenica: la restaurazione della piena comunione ecclesiale nel contesto della quale il reciproco scambio di doni dai nostri rispettivi patrimoni spirituali, serve da arricchimento per noi tutti. Continuiamo a pregare e ad operare incessantemente per affrettare il lieto giorno in cui quel traguardo potrà essere raggiunto.

    Con tali sentimenti vi ringrazio cordialmente per la vostra ospitalità durante questi ultimi quattro giorni. Nell’affidare voi e il popolo che servite all’intercessione di sant’Andrea, san Davide e san Giorgio, volentieri imparto la Benedizione Apostolica a voi, al clero, ai religiosi e ai laici dell’Inghilterra, della Scozia e del Galles.


    © Radio Vaticana - 19 settembre 2010


    Grazie per la calorosa accoglienza

    Signor Primo Ministro,

    Grazie per le gentili parole di congedo rivoltemi a nome del Governo di Sua Maestà e degli abitanti del Regno Unito. Sono molto grato per tutto l’impegnativo lavoro di preparazione da parte sia dell’attuale che del precedente Governo, da parte degli impiegati civili, delle autorità locali e della polizia, come pure da parte dei molti volontari che con tanta pazienza son venuti in aiuto per preparare gli eventi di questi quattro giorni. Grazie per il calore della vostra accoglienza e per l’ospitalità che ho potuto gustare.

    Nel tempo in cui sono stato con voi, ho potuto incontrare i rappresentanti delle molte comunità, culture, lingue e religioni che formano la società britannica. Proprio la diversità della Gran Bretagna moderna è una sfida per il suo Governo e per il popolo, ma rappresenta anche una grande opportunità per ulteriore dialogo interculturale e interreligioso per l’arricchimento dell’intera comunità.

    Sono stato grato per l’opportunità, che mi è stata data in questi giorni, di incontrare Sua Maestà la Regina, come pure lei ed altri leader politici, ed aver avuto modo di discutere materie di comune interesse sia qui che altrove. Sono stato particolarmente onorato di essere invitato a rivolgermi ad entrambe le Camere del Parlamento nello storico ambiente di Westminster Hall. Spero davvero che queste occasioni possano contribuire a confermare e a rafforzare le eccellenti relazioni fra la Santa Sede e il Regno Unito, specialmente nella collaborazione per lo sviluppo internazionale, nella cura per l’ambiente naturale e nella edificazione di una società civile con un rinnovato senso di valori condivisi ed uno scopo comune.

    È stato inoltre un piacere compiere una visita a Sua Grazia l’Arcivescovo di Canterbury ed ai vescovi della Chiesa d’Inghilterra, e successivamente di pregare con loro e con fedeli cristiani nell’evocativo spazio di Westminster Abbey, un luogo che parla così eloquentemente delle nostre tradizioni religiose e culturali condivise. Poiché la Gran Bretagna è casa di moltissime tradizioni religiose, sono stato lieto di aver avuto l’opportunità di incontrare i loro rappresentanti e di condividere con loro qualche pensiero circa il contributo che le religioni possono offrire allo sviluppo di una società sana e pluralistica.

    Naturalmente, la mia visita era rivolta in modo speciale ai cattolici del Regno Unito. Ricordo con intima gioia il tempo trascorso con i Vescovi, il clero, i religiosi ed i laici, come pure quello con gli insegnanti, gli studenti e gli anziani. E’ stato commovente in maniera speciale celebrare con loro, qui a Birmingham, la beatificazione di un grande figlio dell’Inghilterra, il Cardinale John Henry Newman. Con la sua vasta eredità di scritti accademici e spirituali, sono certo che egli abbia ancora molto da insegnarci sulla vita e la testimonianza cristiane tra le sfide del mondo contemporaneo, sfide che egli previde con eccezionale chiarezza. Nel congedarmi da voi, permettetemi ancora una volta di formulare i migliori voti e le mie preghiere per la pace e la prosperità della Gran Bretagna. Grazie molte e Dio vi benedica tutti!

    © Radio Vaticana - 19 settembre 2010



    Telegrammi per il ritorno dal Regno Unito


    L’aereo con a bordo il Santo Padre Benedetto XVI, di ritorno dal Viaggio Apostolico nel Regno Unito, decolla dall’aeroporto internazionale di Birmingham alle ore 18.45 locali (le 19.45 ora di Roma).
    Nel viaggio di ritorno verso Roma, sorvolando gli spazi aerei di Francia e Svizzera, e rientrando infine in Italia, il Papa fa pervenire ai rispettivi Capi di Stato i seguenti messaggi telegrafici:


    SON EXCELLENCE MONSIEUR NICOLAS SARKOZY
    PRÉSIDENT DE LA RÉPUBLIQUE FRANÇAISE
    PARIS

    ALORS QUE JE SURVOLE LE TERRITOIRE FRANÇAIS AU RETOUR DE MON VOYAGE APOSTOLIQUE AU ROYAUME-UNI J’ADRESSE DE NOUVEAU À VOTRE EXCELLENCE ET À SES COMPATRIOTES MES VŒUX DE BONHEUR ET DE PAIX (.) QUE DIEU ACCORDE À LA FRANCE ET À SES HABITANTS D’ABONDANTES BÉNÉDICTIONS

    BENEDICTUS PP. XVI



    IHRER EXZELLENZ
    FRAU DORIS LEUTHARD
    BUNDESPRAESIDENTIN DER SCHWEIZERISCHEN EIDGENOSSENSCHAFT
    BERN

    AUF DER RUECKREISE VON MEINEM PASTORALBESUCH IN GROSSBRITANNIEN UEBERFLIEGE ICH DAS HOHEITSGEBIET DER SCHWEIZ [stop] DIES IST MIR EIN WILLKOMMENER ANLASS IHNEN VEREHRTE FRAU BUNDESPRAESIDENTIN UND DEM GANZEN SCHWEIZER VOLK HERZLICHE GRUESSE ZU SENDEN [stop] IHNEN SOWIE ALLEN BUERGERINNEN UND BUERGERN IHRES GESCHAETZTEN LANDES ERBITTE ICH DEN FRIEDEN UND DEN SEGEN GOTTES

    BENEDICTUS PP. XVI



    A SUA ECCELLENZA
    ON. GIORGIO NAPOLITANO
    PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA
    PALAZZO DEL QUIRINALE
    00187 ROMA

    AL RIENTRO DAL VIAGGIO APOSTOLICO NEL REGNO UNITO DOVE TRA L’ALTRO HO AVUTO LA GIOIA DI BEATIFICARE IL CARDINALE JOHN HENRY NEWMAN STUDIOSO INSIGNE I CUI ALTI MERITI E LE CUI VIRTÙ CRISTIANE FURONO APPREZZATI ANCHE DA QUALIFICATE PERSONALITÀ ITALIANE TRA LE QUALI IL CARO SENATORE FRANCESCO COSSIGA SUO PREDECESSORE RIVOLGO A LEI SIGNOR PRESIDENTE IL MIO DEFERENTE SALUTO CHE ACCOMPAGNO CON UN AFFETTUOSO ED ORANTE PENSIERO PER L’INTERA DILETTA ITALIA

    BENEDICTUS PP. XVI



    © Bollettino Santa Sede - 19 settembre 2010