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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
lavanda dei piediCEBU CITY, 27. Lo sviluppo di un autentico spirito di “diaconia”, cioè del servizio ai più bisognosi, rappresenta uno dei frutti più maturi di ogni celebrazione eucaristica. È quanto ha messo in risalto il cardinale presidente del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, Peter Kodwo Appiah Turkson, nella catechesi per il Congresso eucaristico internazionale in corso a Cebu City, nelle Filippine.
Già il legato pontificio, cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon, nell’omelia della messa di apertura del grande evento ecclesiale — è la seconda volta, dopo l’edizione del 1937 a Manila, che il Congresso eucaristico fa tappa nel Paese asiatico — aveva evidenziato soprattutto la dimensione sociale dell’Eucaristia, invitando i fedeli a una guerra senza quartiere «contro la povertà». Concetto in un certo senso ripreso e approfondito dal presidente del dicastero vaticano nel suo intervento, fatto giungere ai convegnisti attraverso l’arcivescovo di Cagayan de Oro, Antonio J. Ledesma. Un testo interamente dedicato al rapporto tra «Eucaristia e cura del creato», legame certamente esaltato dall’enciclica Laudato si’, che trova ancora più nel continente asiatico, così pesantemente segnato dalla povertà e dalla fragile esposizione ai mutamenti climatici, la sua piena ragion d’e s s e re . D’altronde, è la premessa da cui muove il porporato, quello del rapporto tra Eucaristia e cura del creato è un tema «che invita a scavare nelle profondità di ciò che significa essere veramente cattolico». Infatti, l’Eucaristia, «culmine e fonte» della vita cristiana, come insegna il concilio Vaticano II, è un «gioiello dalla molte sfaccettature». Una di queste, e certamente non una sfaccettatura secondaria, è proprio quella che Papa Francesco evidenzia nella Laudato si’, laddove si collega la teologia dell’ecologia con la distribuzione del cibo ai più poveri, ricordando come ogni volta che il cibo viene buttato — attualmente circa un terzo degli alimenti prodotti nel mondo finisce nella pattumiera — è come se esso fosse rubato dalla tavola dei poveri. Un concetto, osserva il porporato, che ricorda quello espresso anche da alcuni teologi latinoamericani quando affermano che «non si può celebrare l’Eucaristia con il pane rubato ». Un riferimento che richiama l’antica tradizione, in cui la presentazione di doni del pane e del vino all’altare rappresenta anche la raccolta di doni da distribuire ai poveri. «La prima descrizione sommaria del modo in cui i primi cristiani hanno celebrato l’Eucaristia — osserva il cardinale — ci viene da san Giustino martire, a metà del secondo secolo. Egli osserva che i ricchi offrono doni per i poveri, al momento della presentazione dei doni eucaristici». E ai diaconi spettava proprio raccogliere e distribuire questi doni. In questa prospettiva, viene evidenziato come uno dei punti di forza del ripristino, voluto dal Vaticano II, del diaconato permanente nella vita ecclesiale è rappresentato dal rapporto tra il servizio diaconale presso l’altare e il servizio al di fuori della messa specialmente verso i poveri, gli emarginati, i carcerati, i diseredati. «Il ministero del diacono riflette il Signore quando il diacono è umile nel servizio all’altare e in tutta la vita, come conseguenza di ciò che avviene al tavolo dell’a l t a re . Come tutti i ministeri della Chiesa, il ministero del diacono ha lo scopo di mostrare a tutti noi come dovremmo vivere la nostra vita: in servizio, sia nella liturgia celebrata nella chiesa sia nel vissuto di quella liturgia nella liturgia della vita». Quanto ai doni del pane e del vino portati all’altare, essi ci ricordano «costantemente che la liturgia eucaristica deriva dalle creature della terra e che il lavoro umano fa parte dell’espressione della propria personalità. Allo stesso tempo, può anche ricordarci con forza che tutti gli esseri umani condividono la dignità di essere figlie e figli di Dio e meritano sia condizioni di lavoro umano sia un salario minimo per il loro lavoro ». Un concetto, quello delle condizioni salariali e lavorative eque, che la Chiesa ha espresso con vigore sin dai tempi dell’enciclica Rerum novarum (1891) di Papa Leone XIII, e che poi il magistero pontificio ha ripreso con insistenza più volte fino ai tempi attuali, «poiché, per nostra grande vergogna, tali insegnamenti non sono mai stati pienamente attuati ». Tuttavia, «al di là della sofferenza umana causata dall’azione dell’uomo, le pratiche lavorative inique possono impoverire anche la stessa terra». In questo senso Papa Francesco nella Laudato si’ cita l’inquinamento, la deforestazione e gli squilibri ecologici che nascono dalle pratiche ingiuste. «Questo ci porta — sottolinea ancora il porporato — all’espressione “cultura dello scarto”. Il Papa combina la critica agli approcci incontrollati del libero mercato all’economia che distrugge questa buona terra con una sfida rivolta a tutti noi e circa i modi in cui “usiamo e abusiamo” dei nostri compagni di viaggio sulla terra, delle piante, degli animali e anche del suolo stesso». Anche in questo senso, aggiunge, il riunirsi e il fare l’Eucaristia collega gli uomini alla sacramentalità di tutta la vita. Vediamo come l’Eucaristia continua la vittoria pasquale di Cristo attraverso la morte e la risurrezione. Questa combinazione tra vita e morte, positivo e negativo, pone il mondo nella giusta prosp ettiva».

© Osservatore Romano - 28 gennaio 2016