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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
Sandro Magister - L'Espresso
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Durante il Giubileo Giovanni Paolo chiese perdono delle colpe storiche della Chiesa. Ma Benedetto deve affrontare altre emergenze: pedofilia e calo di devoti


Il tripudio del Giubileo del 2000 fa da crudele contrasto, solo dieci anni dopo, con la via dolorosa della Chiesa di oggi. Eppure, se appena si scava in cosa fu davvero quell'anno di grazia, si scopre che la Chiesa di papa Benedetto semplicemente ne realizza gli annunci.
Il Giubileo fu anno di pentimento e perdono. Di perdono dato e richiesto, per i tanti peccati dei figli della Chiesa nella storia. La prima domenica di Quaresima di quell'anno, era il 12 marzo, papa Karol Wojtyla officiò sotto gli occhi del mondo una liturgia penitenziale senza precedenti. Per sette volte come i sette vizi capitali confessò le colpe commesse dai cristiani secolo dopo secolo, e per tutte a Dio chiese perdono. Sterminio degli eretici, persecuzione degli ebrei, guerre di religione, umiliazione delle donne... Il volto dolente del papa, segnato dalla malattia, era l'icona di questo atto di pentimento. Il mondo lo guardò con rispetto. Con compiacimento, anche. Talora rincarando la pretesa: il papa avrebbe dovuto fare molto di più. E in effetti, sui media mondiali, era questa la musica dominante. Bene faceva Giovanni Paolo II a umiliarsi per certe pagine nere della storia cristiana, ma ogni volta c'era chi pretendeva che doveva battersi il petto di più e per altro ancora.

La lista non era mai bastante. Ripassando tutte le volte in cui papa Wojtyla chiese perdono per qualcosa, prima e dopo il Giubileo del 2000, si trova che lo fece per crociate, dittature, scismi, eresie, donne, ebrei, Galileo, guerre di religione, Lutero, Calvino, indios, ingiustizie, inquisizione, integralismo, Islam, mafia, razzismo, Ruanda, schiavismo. E forse manca qualche voce. Di sicuro però mai chiese pubblicamente perdono per gli abusi sessuali sui bambini. Né si ricorda che qualcuno sia mai saltato su a rimproverargli questo silenzio, né tanto meno ad esigere che il papa aggiungesse alla lista la pedofilia.

Era solo dieci anni fa. Ma questo era lo spirito del tempo, dentro e fuori la Chiesa. Uno spirito sordo allo scandalo dei giovanissimi abusati, nonostante fossero già esplosi in Austria il caso Groër, l'arcivescovo di Vienna colpito da accuse mai accertate, negli Stati Uniti il caso Bernardin, l'arcivescovo di Chicago falsamente accusato che perdonò il suo accusatore, e ovunque il caso Maciel, il fondatore dei Legionari di Cristo di cui si verificò poi la colpevolezza.

C'era però a Roma un cardinale che vedeva lontano, di nome Joseph Ratzinger. Più che ai peccati dei cristiani del passato, sui quali il giudizio storico è sempre problematico, egli guardava ai peccati del presente. E tra questi egli ne vedeva alcuni che più di altri sporcavano il volto della Chiesa "santa", tanto più quando commessi da chierici.

Nel 2001, da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, rese più stringenti le procedure con cui affrontare i casi di pedofilia tra il clero. Quando nel 2002 negli Stati Uniti scoppiò lo scandalo in proporzioni clamorose, sostenne la linea del rigore. Il venerdì santo del 2005, nello scrivere il testo dell'ultima Via Crucis del pontificato di Giovanni Paolo II, denunciò la "sporcizia" nella Chiesa con gli accenti di una lamentazione profetica. Poche settimane dopo fu eletto papa e cinque anni dopo, nel decennale del Giubileo del 2000, lo scandalo della pedofilia investì la Chiesa e lui con un'asprezza senza precedenti.

Ebbene, sotto l'ondata travolgente delle accuse, Benedetto XVI ha fatto per le colpe dei cristiani di oggi quello che il Giubileo del 2000 fece per le colpe dei cristiani del passato. Ha predicato che la più grande tribolazione per la Chiesa non nasce da fuori, ma dai peccati commessi dentro di lei. Ha messo la Chiesa in stato penitenziale, ha chiesto a tutti i cristiani di purificare sì la "memoria", ma più ancora la loro vita presente.

Ai cattolici dell'Irlanda, più di altri contagiati dallo scandalo, ha ordinato di far pulizia di tutto, di confessarsi spesso, di fare penitenza tutti i venerdì per un anno intero e ai loro vescovi e sacerdoti di sottoporsi a speciali esercizi spirituali. Ai preti, soprattutto, ha dedicato una cura particolarissima. Prima ancora che le polemiche toccassero l'apice, Benedetto XVI ha indetto un Anno Sacerdotale per ravvivare nei chierici l'amore per la loro missione e la fedeltà ai loro impegni, castità compresa. Come modello di vita ha offerto loro l'esempio del santo Curato d'Ars, un umile curato di campagna nella Francia anticlericale dell'Ottocento, che passava le intere sue giornate nel confessionale, ad accogliere i peccatori e a perdonare.

© L'Espresso - 8 luglio 2010