di GIORGIO BÀRBERI SQUAROTTI In memoria di Eugenio Corsini
Eugenio non si è mai rinchiuso in un autore, in un tema, in un tempo: li avrebbe sentiti come una prigione. Penso, allora, ai tanti discorsi di Eugenio che hanno come argomento le Langhe, sempre vere e sempre mitiche, non quelle di Pavese però, con gli dèi e le dee che su quelle colline sono discesi a conversare con gli uomini e a condividere i loro riti divini e atroci, ma quelle povere e selvatiche, senza mitologia, con le canzoni lente e notturne, di amore e di morte, di vino diffuso e di disperata allegria.
Sono le sue Langhe prima che diventassero di moda fino a essere onorate dall’Unesco come patrimonio dell’umanità: per Eugenio soprattutto, anzi esclusivamente, quelle più alte e impervie, solitarie, selvatiche, che (al suo dire) non sono mai state raggiunte e depredate dai Romani perché troppo mis e re . È naturalmente, anche questo, un mito: ma è stato necessario per lui per spiegare e giustificare davanti a quei luoghi amati la nascita in lui dell’altro amore, quello della parola scritta, del messaggio e della bellezza degli scrittori cristiani antichi e di Dante e degli altri autori italiani, classici e del nostro tempo. Le cantorie che Eugenio ha fatto rinascere sulle Langhe qualche decennio fa coinvolgendo anche gli amici di città e dell’università erano la faccia popolare di quella verità e di quella bellezza della Parola che offrono le letterature di ogni tempo. Ed ecco, al punto decisivo della sua attività di docente e di scrittore, l’opera che più gli è cara e che ha suscitato tante riserve e negazioni insieme con approvazioni e plausi (ma in misura e quantità minori): l’interpretazione dell’ Ap o calisse giovannea. Eugenio ha anzitutto voluto unire le due ricerche a lui care: la letteratura (si badi bene: si parla di letteratura come «invenzione» da interpretare, nell’ambito della scrittura cristiana come specifica espressione della parola) e il greco. L’ambizione ardua di Eugenio è stata quella di leggere e interpretare l’ Apocalisse come un’opera letteraria con il più rigoroso codice di invenzione, di narrazione, di animazione retorica con una sequenza enorme di metafore e di ossimori, di fantasiosa creatività, e contemporaneamente, come è un libro «sacro», il modello anzi per le future proliferazioni delle forme e dei generi della letteratura cristiana. Di qui l’impegno di Eugenio nell’offrire la doppia interpretazione del testo giovanneo: la specificità letteraria del racconto, delle visioni, della lingua, degli strumenti retorici e il messaggio religioso. La novità del lavoro di Eugenio è proprio in questa doppia «lettura» di un testo della tradizione cristiana quasi trascurato o lasciato da parte con qualche fastidio sia per i dubbi della datazione, sia per l’argomento tanto oscuro e i difficili e spesso incoerenti o contraddittori tentativi di spiegazioni delle allegorie e delle immagini, come soprattutto è accaduto dopo l’intervento dissacrante del razionalismo classicheggiante dell’età umanistica (senza più pensare, anche in età moderna e attuale, a quanto l’ Apocalisse deve alla Commedia dantesca e anche ai Triumphi del Petrarca e all’ Amorosa visione del Boccaccio).
© Osservatore Romano - 24 marzo 2018