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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico

oratoriodi ALESSANDRO SARACO*


Lo sguardo misericordioso di Gesù sostiene il sacerdote nella fatica quotidiana della sua missione: con queste parole pronunciate al clero della diocesi di Roma il 16 settembre scorso, Papa Francesco ha inteso incoraggiare il “suo clero” — e con esso il clero di tutto il mondo — a confidare soprattutto nell’azione della divina misericordia come fonte primaria di ogni attività sacerdotale e pastorale.

Percepire la propria debolezza e allo stesso tempo l’aiuto di Dio il suggerimento di Papa Francesco ai molti sacerdoti che «faticano» quotidianamente per venire incontro alle tante esigenze del popolo di Dio. Il sacerdote, infatti, non può certo appartenere a quella categoria di persone di cui Gesù ha detto che «non hanno bisogno di conversione» (Luca, 15, 7). Perché si credono giusti: in tal caso non avremmo più bisogno di Gesù. È sempre illusorio credersi convertiti una volta per tutte. Il peccato, la conversione e la grazia sono inestricabili, crescono insieme, come il grano e la zizzania. Questo conflitto tra la carne e lo spirito, tra il peccato e la grazia, tra l’uomo e lo Spirito di Dio, implica dunque che anche i sacerdoti siano consapevoli del loro essere creature deboli, “vasi di creta” e insieme della forza soave e lieve, ma alla fine irresistibile, della Grazia che opera in loro in quanto novelli Cristo che prolungano nella storia la prima evangelizzazione del Cristo storico (Paolo VI). L’esperienza di percepirsi peccatori in conversione, peccatori perdonati, facilita i sacerdoti nel loro peculiare e delicato servizio di essere i dispensatori della misericordia di Dio, uomini che sanno comprendere, compatire e, perciò, guarire le infermità morali e spirituali, il male del peccato, di cui sono affetti tutti coloro che bussano alle porte dei confessionali per ottenere perdono, guarigione, redenzione. L’assoluzione dei peccati dovrebbe costituire la parte centrale di tutta l’azione evangelizzatrice del presbitero. Il presbitero è il cantore dell’amore misericordioso di Dio. Ha scritto Giovanni Paolo II nella lettera enciclica Dives in Misericordia: «La Chiesa vive una vita autentica, quando professa e proclama la misericordia — il più stupendo attributo del Creatore e del Redentore — e quando accosta gli uomini alle fonti della misericordia del Salvatore, di cui essa è depositaria e dispensatrice» (capitolo VII, n. 13). Se è vero che oggi c’è mancanza del senso del peccato e siamo come avvolti da un’atmosfera amorale, non esistendo più la frontiera tra vizio e virtù, tra ciò che è buono e ciò che non lo è, tra bene e male, è anche perché non si è fatta sperimentare in modo sufficiente proprio la gioia del perdono e della salvezza ritrovata, che è una prerogativa esclusivamente di Dio che egli esercita tramite la mediazione ecclesiale nel sacramento della confessione. Non possiamo non tener conto di quel fondamentale concetto che Benedetto XVIha riproposto nella lettera enciclica Spe salvi: l’uomo può scegliere di commettere il male ma da solo non può liberarsene; solo Dio ci può redimere; solo Dio ha il potere di «togliere il peccato del mondo». Con la fede in questo potere può emergere sempre di nuovo «la speranza della guarigione del mondo» (cfr. n. 36). È l’incontro con la misericordia di Dio che ci trasforma, ci libera consentendoci alla fine di essere noi stessi e con ciò totalmente di Dio. Come sacerdoti, dobbiamo aiutare la nostra gente a confidare maggiormente nel perdono di Dio più grande del nostro peccato, dobbiamo pian piano aiutarli a credere che la nostra sporcizia non ci macchia eternamente se almeno siamo rimasti protesi verso Cristo, verso la verità e verso l’a m o re . Ma questo annuncio, questa comunicazione potrà accadere ed essere convincente se i sacerdoti mostrano al popolo di essere anch’essi protesi verso Cristo, verso la verità, verso l’amore. La più importante e più efficace opera pastorale dei presbiteri rimane pur sempre la testimonianza di una vita autenticamente cristiana e sacerdotale, una vita fedele a Cristo, una esistenza sacerdotale trasparente che sappia mostrare che la vita secondo i principi evangelici è buona, bella, proponibile e praticabile. I grandi maestri della spiritualità cristiana hanno sempre ripetuto: o il cristianesimo è filocalia, amore della bellezza, via pulchritudinis, via della bellezza, o non è. E se è via della bellezza saprà allora attirare anche altri su quel cammino che conduce alla vita più forte della morte, saprà essere sequentia Sancti Evangelii, pagina vivente di Vangelo per gli uomini e le donne del nostro tempo.

*Reverendo officiale della Penitenzieria apostolica

© Osservatore Romano - 27 settembre 2013