di PIETRO MESSA Nel 1228 Gregorio IX canonizzò frate Francesco d’Assisi, ossia ne riconobbe canonicamente la santità mediante una prassi consolidatasi negli ultimi decenni. Da quel momento il figlio del mercante assisano Pietro di Bernardone è per la Chiesa un modello da imitare, un intercessore da pregare e un maestro da ascoltare. Se l’intercessione, direttamente collegata all’aspetto taumaturgico cioè alla capacità di compiere miracoli, si esplicita soprattutto mediante la preghiera e in particolar modo la liturgia, quello esemplare è mediato dalla conoscenza di parole e fatti edificanti della sua esistenza narrati in un’op era da divulgare mediante la lettura. Quindi «cose che devono essere lette», «da leggersi» e ciò in latino si esprime semplicemente con legenda, ossia mediante il neutro plurale, che lascia sottinteso il termine res , cose del gerundivo — aggettivo verbale di sola forma passiva che esprime dovere o necessità — del verbo legere .
Come si suol dire «ogni traduzione è un tradimento» del testo e ciò vale anche con il latino legenda che nel termine italiano leggenda acquista il significato di racconto fantastico, realtà inventate, ossia favolose. Certamente quando Gregorio IX commissionò al frate Tommaso da Celano di scrivere la vita del nuovo santo non pensava assolutamente a narrazioni fantastiche o eteree, ma a un racconto delle opere e parole dell’Assisiate che facesse risaltare la sua santità. E quindi il Celanense si mise a scrivere non una cronistoria, ma una lettura teologica — cioè che considerasse l’azione della grazia del Signore — della storia ma senza eliminare quest’ultima. Fu così che a soli due anni di distanza dalla sua morte ebbe origine la prima agiografia, ossia scrittura della santità, di san Francesco; l’autore lo denomina indifferentemente santo o beato, ma ciò non deve destare meraviglia perché la distinzione attuale tra santo, a cui è riservato un culto prescrittivo e universale ufficializzato mediante una canonizzazione, e beato, a cui è concesso un culto solamente indultivo e locale dopo la beatificazione, ha origine solo più tardi, nel Seicento. Un’agiografia, quindi, in cui la lettura sapienziale della vita di Francesco a volte è fatta mediante una riflessione logica, ma più spesso tramite il genere letterario narrativo. E così, soprattutto per narrare la gioventù e la conversione, l’autore non disdegna di attingere a modelli narrativi precedenti, come racconti biblici oppure di santi famosi quali Martino di Tours o Antonio abate. C’è da considerare che se per quanto accadde nei primi decenni della vita dell’Assisiate si potevano assumere modelli precedenti, forzando a volte la storia — anche se per dire il vero in vari casi è la forza della storia che deforma tale stile agiografico — ciò risultava più difficile per non dire impossibile per gli episodi più recenti che potevano essere accaduti solo pochi anni prima. In fondo Tommaso da Celano scrive quando frate Francesco è morto solo da un paio d’anni. Il testo della Vita beati Francisci fu pronto nel 1228-1229. Come incastonate tra un prologo e i miracoli, le due parti che la compongono narrano rispettivamente dall’infanzia al 1223 e dalla permanenza a la Verna nel 1224 fino alla morte e canonizzazione. Quasi fosse un racconto di passaggio, al termine della prima parte è narrato ciò che accadde nella notte di Natale del 1223 a Greccio. L’anno è altamente significativo: infatti il 29 novembre mediante la bolla Solet annuere Onorio III dal Palazzo di San Giovanni in Laterano — abitazione in quel tempo dei papi durante i periodi di dimora a Roma — aveva approvato la Regola dei frati Minori, tanto che viene normalmente denominata Regola bollata, per distinguerla da redazioni precedenti che non giunsero alla conclusione dell’iter di conferma. Alcuni giorni successivi, quasi a completamento dell’atto precedente, sempre Onorio il 18 dicembre scriveva la Fratrum minorum in cui affermava non solo che dopo la professione nessun frate poteva abbandonare l’O rdine, ma che chiunque l’avesse fatto doveva essere evitato e denunciato come uno scomunicato. Tommaso da Celano circoscrive bene l’episodio — non c’è nessun c’era una volta come iniziano le favole e le leggende nel significato attuale, come spiegato sopra — dandone le coordinate storiche: a Greccio, tre anni prima della morte avvenuta nel 1226, circa quindici giorni prima del Natale, cioè attorno al 10 dicembre 1223. Quindi in quell’anno con buona probabilità frate Francesco nell’Avvento, tempo di quattro settimane che prepara al Natale, da Roma giunse nella valle di Rieti per celebrare la festa del Natale a Greccio descritta con attenzione dall’autore della vita del santo, composta circa cinque anni dopo lo svolgersi dei fatti. «Terminata quella veglia solenne — scrive Tommaso — ciascuno tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia. Il fieno che era stato collocato nella mangiatoia fu conservato, perché per mezzo di esso il Signore guarisse nella sua misericordia i giumenti e gli altri animali. E davvero è avvenuto che, nel territorio circostante, molti animali, colpiti da diverse malattie, mangiando di quel fieno furono da esse liberati. Anzi, anche alcune donne, durante le doglie di un parto lungo e doloroso, ponendosi addosso un poco di quel fieno, hanno felicemente partorito. Alla stessa maniera numerosi uomini e donne sono stati guariti da molti mali. Oggi quel luogo è stato consacrato al Signore, e sopra la mangiatoia è stato costruito un altare ed è stata dedicata una chiesa in onore del beatissimo padre Francesco, affinché là dove un tempo gli animali mangiarono il fieno, ora gli uomini possano mangiare, per la salute dell’anima e del corpo, la carne dell’Agnello immacolato e incontaminato, Gesù Cristo nostro Signore». Tommaso da Celano innanzitutto contestualizza l’episodio nella scelta esistenziale di Francesco d’Assisi da lui stesso ricordata e trasmessa ai frati poco prima di morire nel Testamento, ossia «vivere secondo la forma del santo Vangelo» seguendo le orme del Signore nostro Gesù Cristo. Quindi non si tratta di una imitazione mediante una osservanza letterale e pedissequa del dettato evangelico, ma come ha ben illustrato André Vauchez, di una «osservanza spiritualmente letterale» del Vangelo; infatti per l’Assisiate la lettera era importante — tanto da avere davanti a essa un atteggiamento quasi integralista — p erò non per se stessa, ma in quanto mediante essa è possibile accedere alla Parola che è “spirito e vita”.
© Osservatore Romano - 28-29 dicembre 2015