«Le immagini cristiane riguardano soggetti coi quali entrare in relazione intersoggettiva. In fondo, l'icona è una presenza in vista di un incontro. A ben guardare, non si tratta di una verità, né dell'illustrazione di un tema, né della presentazione di una tappa o di una storia. L'icona scavalca l'illustrazione e la narrazione». Lo storico e teologo domenicano François Boespflug, docente all'Università di Strasburgo, ha maturato questa convinzione dopo oltre 30 anni di ricerche sulla rappresentazione divina lungo la storia del cristianesimo. Un lavoro adesso condensato nel vasto volume Dieu et ses images. Une histoire de l'Eternel dans l'art (Dio e le sue immagini. Una storia dell'Eterno nell'arte), edito in Francia da Bayard.
Professore, il cristianesimo si scoprì iconofilo, "amico" delle immagini, solo in modo progressivo. Perché?
«Ancor oggi, la rappresentazione di Dio nell'arte cristiana è vista come una sorta di paradosso. Tanto più dagli altri monoteismi, più scettici o addirittura ostili verso le immagini. Il teologo ebreo Martin Buber ha scritto che "al contempo senza immagine e immaginato è il Dio dei cristiani". Parla dell'immagine di un Dio che dovrebbe non avere immagini. Il dogma cristiano ha infatti sempre sottolineato che per ogni pittore la raffigurazione di Dio è un'impresa impossibile. L'imitazione del reale, la mimesis, non può essere impiegata, dato che Dio non ha una forma, essendo un Essere puramente spirituale. Al contempo, a partire dall'arte paleocristiana, Dio è stato espresso progressivamente da un capitale di figure antropomorfe molto familiari e sempre più abituali. Ma queste immagini, come sottolinea Buber, sono soprattutto un elemento del presente vissuto dei credenti».
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