Pubblichiamo uno stralcio del volume Rosmini per il Risorgimento. Tra unità e federalismo (Stresa, Edizioni Rosminiane, 2010, pagine 205, euro 10) scritto dal direttore del Centro internazionale di studi rosminiani.
"Quanto a me, per quell'incredibile affetto che a te porto, o Italia, o gran genitrice, innalzerò incessantemente questa devota preghiera all'Eterno: Onnipotente che prediligi l'Italia, che concedi a lei immortali figlioli, che dall'eterna Roma per i tuoi Vicari governi gli spiriti, deh! Dona altresì ad essa, benignissimo, la conoscenza dei suoi alti destini, unica cosa che ignora: rendila avida di liberi voti e di amore, di cui è degna più che di tributi e di spavento: fa che in se stessa ella trovi felicità e riposo, e in tutto il mondo un nome non feroce, ma mansueto".
È un Antonio Rosmini giovanissimo sacerdote di 26 anni che rivolge questo desiderio a Dio, dal pulpito della chiesa di San Marco in Rovereto. I suoi concittadini lo avevano pregato di stendere il panegirico per la morte di Pio VII, il Papa che aveva tenuto testa a Napoleone e che egli aveva incontrato a Roma proprio nell'aprile 1823, quattro mesi prima che morisse. La preghiera all'Italia chiudeva l'omelia.
Nell'omelia infatti le due figure che campeggiano e si combattono, Napoleone e Pio VII, non sono solo due persone dai destini privati, ma due emblemi, due bandiere, due campioni che rappresentano il potere temporale e quello spirituale della società. Da una parte l'imperatore francese che ha dato una svolta alla storia moderna, attraversando come un turbine l'Europa, sfasciando regni e imperi secolari, spargendo nelle menti dei popoli inquietudini nuove. Non era stato lui a risvegliare in Italia il fremito dell'unificazione, con l'istituzione prima delle "Repubbliche sorelle" della Francia (Repubbliche transpadana e cispadana che si fondono in cisalpina, ligure, romana), poi della Repubblica italiana (1802), quindi del Regno d'Italia (1805)? Era vero che si constatò in breve tempo, ancora una volta, come fosse illusione aspettarsi l'indipendenza dallo straniero: Venezia fu ceduta da lui all'Austria (Pace di Campoformio, 1797), i tesori d'arte e i metalli preziosi presero la via della Francia. Comunque fu suo il merito di aver fatto soffiare sull'Italia l'agitato vento della rivoluzione francese.
La figura di Napoleone emerge in Rosmini come l'alfiere di una politica che pretende di non avere limiti. Egli continua la stagione dei governi che invadono i diritti altrui con l'arbitrio e la forza. Non era difficile intravvedere, dietro la descrizione di Napoleone, la figura dell'imperatore austriaco, detentore di un impero che legava ancora la Chiesa con vincoli non legittimi, e opprimeva Paesi che non gli appartenevano di diritto.
Dall'altra parte del campo, la figura mite e ferma del padre universale dei cristiani, Pio VII, simbolo del capo religioso, debole anziano e senza armi, ma forte dello spirito del Vangelo. Umiliato, incarcerato, esiliato, finirà col vincere, dimostrando ancora una volta che le armi spirituali, quando sono usate in santità, non hanno rivali. Erano questi i tratti che il giovane prete Rosmini aveva letti sul volto di quel vegliardo, quando l'aveva visitato a Roma.
Il Panegirico, nelle sue linee essenziali, è già un programma politico. C'è la percezione che il futuro delle nazioni si giocherà fondamentalmente con o senza Dio. La posta in gioco appariva altissima. Se i due poteri si muoveranno correttamente, nel rispetto reciproco delle loro funzioni, allora sarà bene per tutti. Se invece prevarranno la diffidenza e lo scontro fra Stato e Chiesa, se ciascuna parte si illuderà di potere assorbire l'altra, allora si avanzerà fra tensioni infinite, e si renderà un cattivo servizio ai popoli.
Nella preghiera finale per l'Italia c'è il Rosmini patriota che chiede a Dio di aiutare i connazionali a giocare questa partita, in modo da uscirne entrambi vincenti (non quindi vincitore e perdente, ma vincitore e vincitore). Il popolo cui era fiero di appartenere era cattolico nella quasi totalità, aveva a Roma e nel Papa il centro del cattolicesimo (il "governo degli spiriti"). Sarebbe stato senza senso e utopistico scartare un dono sì grande, che gli italiani si trovavano in casa. Più che sostituirlo, bisognava integrarlo con altri primati emergenti quali l'utilità, la forza militare, i "lumi" della ragione, la scienza, il progresso, l'economia (tutte forze già nell'aria ai tempi di Rosmini giovane). Non alternative dunque, ma complementarietà. Non aut-aut (società civile o società religiosa), ma et-et: una corsa da compiere non contrapponendo le forze, ma fondendole saggiamente.
D'altra parte, non era un caso che i due grandi movimenti del Rinascimento prima e del Risorgimento dopo, fenomeni tipici della storia italiana, fossero stati coniati spontaneamente in analogia alla religione. Infatti il termine Rinascimento evoca il "rinascere" a vita nuova del battesimo, mentre Risorgimento richiama il "risorgere" dell'anima e del corpo al momento del giudizio divino. Dunque una nazione cui è congeniale camminare in amicizia e non in contrapposizione al Dio della cultura e del comportamento degli italiani.
La consapevolezza degli "alti destini", che Rosmini chiede a Dio per gli italiani, implica il risveglio diffuso delle potenzialità insite nella loro natura, delle cose grandi che questo popolo potrebbe compiere una volta conquistata l'unità e l'indipendenza, e camminando gli uni accanto agli altri con lo spirito di solidarietà appreso dal Vangelo. C'è poi in contrasto, sullo sfondo, il mare di miserie e meschinità, le fatalità che sono venute all'Italia dall'oblio dei suoi "alti destini": sbriciolamento, lotte e lacerazioni intestine, debolezza endemica, ricorso continuo allo straniero per spirito di servilità e di dipendenza.
L'ultima parte della preghiera invoca la felicità e il riposo non del violento che si impone, ma del giusto che ritorna in possesso di quanto gli è dovuto. È un richiamo di stile: l'Italia dovrà ritrovare l'unità, l'indipendenza, la libertà e l'equilibrio interno delle forze non con lo sconvolgimento e la passione delle rivoluzioni (vedi Rivoluzione Francese e spirito napoleonico di conquista e di annessione), ma con la mite fermezza del diritto sanzionato dalla giustizia. Una tesi che, a Italia fatta, l'amico Manzoni userà per rivendicare con fierezza l'unicità del Risorgimento italiano rispetto ad altre unificazioni.
In conclusione, nella mente del giovane Rosmini comincia a stagliarsi un'Italia singolare, che si farà strada nel tempo fra la nuvolaglia della cultura in cui è cresciuto, e lo trasformerà in breve tempo da simpatizzante della restaurazione a benevolo promotore di un sano "liberalesimo". La "singolarità" della proposta politica alla quale approderà sarà, come vedremo, il tentativo di delineare per l'Italia uno stato unitario di forze complementari, nel quale il vigore e la bellezza dello stare insieme si alimenteranno proprio dal riconoscimento di tutti i diritti maturati sui vari territori dalle diverse popolazioni.
(©L'Osservatore Romano - 7 agosto 2010)