di Peter Brown Pochi governanti hanno messo in moto cambiamenti con conseguenze tanto importanti per il futuro dell'Europa come quelle legate alla conversione di Costantino al cristianesimo nel 312 e alla conseguente fine della persecuzione dei cristiani, ratificata nel 313 con quello che ora chiamiamo l'Editto di Milano. Di fatto, la persona del primo imperatore cristiano ha finito per essere avvolta da un'aria di inquietante magnificenza. Dalla leggenda medievale del grido dell'angelo - hodie venenum effusum est in ecclesiam Christi, oggi è stato versato del veleno nella Chiesa di Cristo, un grido suscitato dalla leggendaria donazione di Costantino al Papa - fino al presente, molti teologi hanno ritenuto che un misterioso cambiamento verso il peggio dell'intera qualità del cristianesimo (che in tempi passati la gente si sarebbe accontentata di attribuire ad agenti soprannaturali, come il diavolo o l'anticristo) sembra essersi sintetizzato nella persona di un unico, piuttosto frivolo imperatore romano.
Intendo proprio frivolo: 150 anni dopo, in Gallia, Costantino veniva ricordato non - come potremmo aspettarci - per il suo rapporto con la Chiesa cristiana, ma per il fatto di aver inventato un tipo di crema per capelli che gli permetteva di portare il diadema sul capo nella posizione corretta: una brillantina luccicante, nota come "crema di Costantino". Ma anche per quanti possiedono un temperamento meno apocalittico o messianico, la figura di Costantino continua a essere centrale. Dinanzi a quasi tutti i legati del mondo antico che noi disapproviamo - e ce ne sono tanti: antisemitismo, potere secolare della Chiesa, l'insorgere dell'intolleranza e lo spirito delle crociate - tendiamo a dare la colpa di tutto a Costantino. In effetti, per una corrente importante degli studi tardo romani e protocristiani sembrerebbe che se Costantino non fosse esistito si sarebbe dovuto inventare.
Oggi desidero ridimensionare questa immagine troppo carica del primo imperatore cristiano. Desidero farlo ponendo una semplice domanda: secondo lo stesso Costantino e i cristiani del suo tempo quale sarebbe stato e quale sarebbe dovuto essere il futuro del cristianesimo? Quali erano per loro gli orizzonti del possibile? E quindi, quale sarebbe stata per loro la misura del successo?
Lo faccio perché desidero rompere un'impasse negli studi costantiniani. Siamo divenuti sempre più certi che Costantino fosse, di fatto, cristiano. Il cristianesimo di Costantino è ormai dato per scontato. Ma conosciamo il cristianesimo di quel cristianesimo? Sappiamo quale fosse l'immagine del futuro, che cosa era immaginabile o non immaginabile nel cristianesimo della fine del terzo e inizio del quarto secolo? Oppure, nelle nostre interpretazioni delle dichiarazioni e delle azioni di Costantino, stiamo proiettando sulle aspettative del cristianesimo del suo tempo immagini di un futuro cristiano appartenenti a un periodo successivo?
Dinanzi al paganesimo, Costantino ed Eusebio avevano una visione comune del presente e del probabile futuro. Era una visione misericordiosamente miope. Bastava umiliare qualche divinità ricordando in terra la vittoria già avvenuta di Cristo sull'impero invisibile dei demoni. Eusebio gioiva per l'occasionale - si potrebbe dire quasi "chirurgica" - umiliazione degli dei in determinati santuari. Accolse con favore l'abolizione, da parte di Costantino, delle prostitute sacre di Baalbek. Tali culti, infatti, rappresentavano per lui una piccola isola di tutto ciò che un tempo era stato il paganesimo. Nel caso specifico, l'azione di Costantino non faceva altro che ripetere quella di Adriano con l'abolizione del sacrificio umano. Entrambe queste azioni mostrarono al mondo che l'impero dei demoni era già caduto.
Nel frattempo, è importante ricordare un vecchio adagio irlandese. Non dobbiamo think too sudden, pensare per salti repentini. Dinanzi al corso della storia tardo romana, dobbiamo resistere a ogni costo alla tentazione di premere il tasto di avanzamento veloce. Molti studiosi parlano come se fosse bastato solo un piccolo passo per far sì che l'età di Costantino diventasse l'età di Teodosio i. A noi può sembrare un piccolo passo. Ma è stato un passo che ha scavalcato un abisso per entrare in un'altra epoca, volto verso orizzonti molto diversi del possibile. All'epoca di Costantino nessuno sapeva che al termine del lungo quarto secolo ci sarebbero stati Ambrogio, Teodosio e Agostino. Il mondo che avrebbe prodotto simili personaggi era ancora inimmaginabile. Alla fine del quarto secolo, le cose erano cambiate. Il futuro che Eusebio aveva ancora dipinto in tinte pastello si era stagliato in spessi colori ad olio. In molti ambiti e in molti ambienti il cristianesimo aveva incominciato a vedere se stesso davvero come una religione maggioritaria. Intorno al 403, Agostino poteva esortare i pagani ad "ascoltare il ruggito del mondo, lo strepitus mundi", come il ruggito unanime di un'intera città riunita nel locale anfiteatro. Dovevano affrettarsi e aderire a ciò che veniva ora presentato, senza esitare, non solo come una religione mondiale, ma anche come la religione della maggioranza del mondo.
Fu quindi nel vortice del lungo quarto secolo, e non nel 312, che il cristianesimo raggiunse la maggiore età. Se siano preferibili gli adulti (con tutti i loro difetti) o un tempo immaginato di innocenza infantile (come quella che ancora oggi investe la Chiesa antica ai tempi prima di Costantino del falso alone di un'età aurea perduta) rimane una questione aperta. Ma se c'è una cosa di cui possiamo essere certi è che Costantino ed Eusebio non avrebbero potuto prevedere quali grandi ricchezze, e anche quali disillusioni e pericoli, questa maturità avrebbe potuto portare. Di fatto, con le parole attribuite a Oliver Cromwell, "va più lontano chi non sa dove va".
(©L'Osservatore Romano 6 dicembre 2013)