Sulla Tradizione. Pensieri presi in prestito e lasciati in eredità.Carissimi, Chiamo in aiuto, oggi, 36° anniversario della mia ordinazione episcopale, un giovane Vescovo cattolico norvegese che ci può rafforzare nel rinnovamento, in continuità (ricordate l' et ...et?), delle nostre convinzioni su un dato fondamentale della fede cattolica. Esso giunge -dicevo- dalla Norvegia, dove rinasce la Chiesa, quando altrove si attesta che è moribonda.
In effetti Sacra Scrittura e Tradizione, con la lettera maiuscola, indicano le sue colonne portanti, con l'intervento anche del Magistero del Papa e dei Vescovi, come ben attesta nella Dei Verbum il Vaticano II, al N. 10. E così rinnoviamo, partendo dal titolo che si può e deve pure attribuire a un Vescovo, e cioè Traditionis custos, custode della Tradizione.
Il suo nome è Erik Varden, di Trondheim, che il 3 ottobre 2020 ricevette la sacra ordinazione nella cattedrale della città, la prima dopo la riforma protestante. Su una popolazione di 700 mila persone, in un vasto territorio, i cattolici sono 16 mila, per lo più immigrati da numerosi Paesi del mondo, come in una terra di missione. Il suo primo libro è evocatore de La solitudine spezzata: Sulla memoria cristiana. E la Tradizione è altresì memoria che rimonta -nel libro- soprattutto a Ponziano e Ippolito, il primo papa dimessosi nella storia, e il suo oppositore, l’uno novatore e l’altro tradizionalista, diciamo così, riconciliati nel martirio e nella santità. Richiamando poi Lumen gentium, la splendida Costituzione sulla Chiesa del Concilio Vaticano II, il Vescovo di Trondheim, descrive il suo ministero con qualifiche molto belle e vere e anche piuttosto intimidatorie se ti capita -come lo sono io- di essere un vescovo. Sei dunque, un “pastore della Chiesa” (n. 18), un “successore degli apostoli” (n. 18), “il principio e fondamento dell'unità” nella tua diocesi (n. 23), “l’economo della grazia del supremo sacerdozio” (n. 26) e molto altro ancora.
A dire il vero, si è tentati, se nominati a tale ministero, di pensare che molto dipenda da te. Papa Francesco però ci ricorda che non è così. Un vescovo non è che un anello di una lunga, lunghissima catena [d'oro] che va sotto il nome di "Tradizione". Questa parola è un sostantivo che indica un’azione. In latino, traditio, indica l'atto di trasmettere qualcosa. Un vescovo incaricato della custodia della Tradizione deve quindi assicurare che la trasmissione continui. Egli guarda indietro con attenzione, gratitudine e grazie per ricevere ciò che gli viene consegnato; guarda al tempo stesso avanti con impazienza, desiderando trasmettere, intatto, il tesoro che gli è stato momentaneamente affidato. “Intatto” peraltro non è certo sinonimo di “invariato”; tuttavia qui occorre cautela. Non deve cioè, il Vescovo, ridurre il patrimonio universale a un prodotto solamente di sua preferenza. Vivere, lavorare e pregare, come ha insegnato il Concilio al Vescovo, è essere -dice- come Isacco, quel misterioso Patriarca che ha lasciato alle cronache poche parole e ha compiuto pochi atti memorabili. Tuttavia, il suo esempio è notevole. Incurante di lasciare di sé un segno, “Isacco tornò a scavare i pozzi d'acqua che avevano scavati i servi di suo padre, Abramo, e che i Filistei avevano turati dopo la morte di Abramo, e li chiamò come li aveva chiamati suo padre” (Genesi 26, 18). Ripristinando però l'accesso ai pozzi paterni, si assicurò che i suoi figli potessero bere. Egli è' dunque un'icona del Vescovo, bella immagine da attuare.
A questo punto, nel suo libro, il Pastore cattolico di Trondheim ricorda un episodio della vita di Giovanni Battista Montini, poi papa e santo. Nominato alla sede di Milano, a lui Pio XII concesse udienza, pur indisposto. Mentre i due uomini si congedavano, il papa anziano e sofferente diede però al nuovo arcivescovo questa consegna: Depositum custodi. È cosa fondamentale e impegnativa. La sua espressione è antica e si riferisce alla pienezza della fede contenuta sia nella Scrittura che nella Tradizione; rappresenta quindi ciò senza cui il cristianesimo non sarebbe se stesso. Non è una nozione statica. Il deposito troverà modi sempre nuovi di esprimersi. Parla molte lingue. È in grado di assumere differenti forme culturali. Trovare la sua articolazione più autenticamente portatrice di Cristo qui e ora è una sfida per ogni generazione di credenti. Ciò che conta è questo: non ridurlo a meno di ciò che è. Di questo Pio XII era consapevole forse più di tutti. Non disse però a Montini di essere un disco rotto, di continuare a dire antiche verità in vecchi modi. Conosceva fin troppo bene quell'intelletto attento, quel prete sensibile. Quello che gli disse fu: va' e pascola il tuo gregge variegato e sparso; trova parole e gesti che sia in grado di comprendere, ma non scendere a compromessi; abbi fiducia che il deposito che ti è stato affidato dai tempi antichi conterrà il germe delle risposte necessarie per affrontare le domande di oggi; vivi di quel deposito, scavaci dentro, e profondamente. Così Montini ha spiegato le parole del Papa nel suo discorso inaugurale, che ha messo in evidenza la Tradizione millenaria della Chiesa come fonte di sempre nuova attualità e originalità.
In questi giorni c'è qua e là la tendenza a ridurre la “Tradizione” a un termine di partigianeria, -nota il giovane Vescovo di Trondheim- a qualcosa di cui si può essere a favore o contro, e ciò non ha senso. Nel momento in cui considero la "Tradizione" come un oggetto, una proprietà a mia disposizione (sia da rifiutare che da custodire gelosamente), riduco un processo vivente a una cosa. Mi assegno il compito di un antiquario incaricato di accettare o respingere ordini di conservazione. È molto differente dall'essere un custode. C'è un bel verso nell'inno di Compieta della Chiesa in cui si chiede al Creatore di tutte le cose ut solita clementia sis præsul ad custodiam. La custodia è una funzione della costanza nella clemenza. Esercitarla non significa restare indietro, ma andare avanti. La parola praesul, spesso tradotta con “protettore”, significa letteralmente “qualcuno che salta o balla davanti”, come Davide davanti all'Arca (2 Sam 6, 14ss). Ci deve essere energia umile nella custodia, e gioia grata. L’essere attenti a ciò che c'è dietro ci rende capaci di andare avanti.
Va da sé che non tutti saranno sempre d'accordo su come trattare la Tradizione. C'è spazio per una disputa rispettosa e costruttiva -io lo chiamerei dialogo-. C'è sempre stato. Parte di ciò che rende cattolica la Chiesa è proprio la sua capacità di accettare le tensioni, di attendere che le apparenti antitesi si risolvano – per grazia, nella carità – in sintesi. Oggi ci scontriamo su questo aspetto del Cattolicesimo. Come mai? [Vedasi A. Marchetto e Federico Arcelli, Riflessioni per un dialogo intraecclesiale] In parte perché il ritmo della vita non ci dà più la pazienza di assegnare a qualsiasi processo tutto il tempo di cui ha bisogno per funzionare. In parte perché cadiamo preda dell'illusione autocelebrativa, tipica del ventunesimo secolo, che presuppone che i nostri tempi siano categoricamente diversi da tutti gli altri tempi e quindi richiedano sempre misure categoricamente nuove. Dovremmo rileggere l’Ecclesiaste, invece, come c'invita chi ho chiamato oggi a farci da guida. E ricordare altresì alcune lezioni della storia della Chiesa. E' bello, carissimi, che proprio alla fine il Vescovo che ci ha oggi fondamentalmente "predicato", si sia fatto eco della storia della Chiesa perché voi conoscete il mio amore per essa. Ma si tratta anche di un atto di speranza, oltre che di fede, "la piccola sorella Speranza" [Vedi A. Marchetto, Ancora sul Concilio Vaticano II. Studi storici ed ermeneutici in tempo di lockdown, p.115].
+ Agostino Marchetto