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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
001-Ain-Karindi Don Oscar Battaglia
con il desiderio e il consenso di pubblicazione dell'autore


Tutto cominciò ad Ain-Karin

   Era arrivata la sera prima a Gerusalemme con una carovana di pellegrini provenienti dalla Galilea dopo cinque giorni di viaggio seguendo il lungo itinerario che attraversava la pianura di Esdrelon, toccava la città greca di Scitopoli e costeggiava la riva destra del Giordano fino a Gerico. L’ultimo giorno aveva affrontato l’interminabile salita di Wadi-el-Kelt fino alla città Santa,  27 chilometri più in su. La mattina dopo, poco prima dell’alba, si era rimessa in cammino, questa volta verso occidente, in direzione di Ein-Karin a tre chilometri dalla città. Conosceva ben la strada, perché l’aveva percorsa tante volte fin da bambina con sua madre, quando saliva in pellegrinaggio a Gerusalemme per una delle grandi feste e riceveva ospitalità a casa di Elisabetta sua nipote. Questa aveva sposato un sacerdote della tribù di Levi chiamato Zaccaria, che faceva servizio al Tempio santo quando era di turno.

   Appena l’alba, Maria discese la piccola valle che accoglieva un pugno di case-grotte alla periferia di Gerusalemme. Era giunta ad Ain-Karen (Sorgente della vigna), la meta del suo viaggio di carità. All’ingresso del paesino c’era una fonte, dove si fermò per lavarsi il volto, le mani e i piedi per eliminare il sudore accumulato nei precedenti giorni di cammino. Poi salì per un piccolo sentiero verso la casa della cugina che era in cima al villaggio. Spinse la porta, che si apriva su un piccolo cortile interno, dopo aver battuto un paio di colpi sul battente sgangherato. Allora entrò di slancio gridando il suo saluto di pace (Shalom!) ai padroni di casa che trafficavano già in cortile. I due anziani Zaccaria ed Elisabetta rimasero gradevolmente sorpresi davanti a quella visitatrice inaspettata. Elisabetta, nell’ascoltare quella voce squillante di giovane donna, fu attraversata da un intenso fremito di commozione mai provata fino ad allora e rimase sconvolta. Lo Spirito la spinse di scatto a gettarsi al collo della sua giovane cugina e a lanciare un forte grido di gioia come quello dei profeti visitati da Dio: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo. A che cosa devo che la Madre del mio Signore venga a me?Ecco,appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E benedetta colei che ha creduto nell’adempimento della parola del Signore» (Lc 2,40-45).

   Dopo i saluti, sedettero insieme su una stuoia del cortile e si raccontarono tutto. Maria narrò la visita-annuncio dell’Angelo e le sue misteriose parole; Elisabetta la informò sull’avventura capitata a suo marito Zaccaria nel Tempio durante l’offerta dell’incenso. Il suo uomo era lì, presente, muto e sordo, che le guardava incuriosito e smarrito mentre parlavano, cercando di indovinare dal movimento delle labbra ciò che si stavano dicendo. Quel vecchio sacerdote ricordava benissimo il pomeriggio di circa sei mesi prima quando, dentro il Santuario del Tempio, gli era apparso l’angelo Gabriele, alla destra dell’altare dell’incenso, e gli aveva comunicato la nascita di Giovanni che Elisabetta portava ora in grembo. L’Angelo gli aveva detto queste precise parole: «Non 003-annunciazione-di-Zaccariatemere, Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita. Tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, e tu lo chiamerai Giovanni. Avrai gioia ed esultanza, e molti si rallegreranno della sua nascita, perché egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti, sarà colmato di Spirito Santo fin dal seno di sua madre e ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio. Egli camminerà innanzi a lui con lo spirito e la potenza di Elia , per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto». Zaccaria disse all’angelo: «Come potrò mai conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni». L’angelo gli rispose: «Io sono Gabriele, che sto dinanzi a Dio e sono stato mandato a parlarti e a portarti questo lieto annuncio. Ed ecco, tu sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, che si compiranno a loro tempo» (Lc 1,13-20) . Quel giorno, raccontò Elisabetta, era tornato a casa muto e sordo, ma con la promessa di un figlio tanto atteso, quello che aveva fatto sentire la sua gioia saltando nel grembo di sua madre alla voce di Maria.

 Elisabetta era piena di riconoscenza per quel Dio che ora le stava facendo un altro grande regalo: le aveva mandato un aiuto inaspettato per quegli ultimi mesi che precedevano il parto. Il Dio buono non lascia mai soli coloro che lo amano e lo servono, anzi, spesso oltrepassa le loro attese e le loro preghiere, commentò Maria, alla quale quei mesi sarebbero serviti come preparazione alla sua maternità miracolosa. Era venuta a scuola dalla sua parente anziana per imparare ad essere a sua volta madre. Il piccolo Giovanni avrebbe avuto un’ostetrica non professionale, ma di inestimabile valore e dignità. Quei tre mesi che 004--la-gioia-delle-due-madriMaria restò in casa di Elisabetta dovettero servire a consolidare un profondo legame di amicizia tra le due famiglie, quella di Nazaret e quella di Ain-Karin. Così, ogni volta che Maria e Giuseppe verranno in pellegrinaggio a Gerusalemme saranno ospiti graditissimi della famiglia di Zaccaria ed Elisabetta. Lo noteranno a modo loro molti nostri pittori del rinascimento che spesso metteranno i due bambini a giocare assieme nei loro quadri della S. Famiglia. L’amicizia tra Giovanni e Gesù è nata e cresciuta nelle rispettive famiglie, anche se i vangeli non registrano questi ricordi d’infanzia.
 

005-nascita-del-BattistaIl grande profeta

   L’angelo aveva detto a Zaccaria: «Egli sarà grande davanti al Signore». Per questo Giovanni è stato una figura molto amata e venerata dalla tradizione cristiana. La sua devozione risale ai Vangeli: Matteo ne parla ben 25 volte, Marco 15, Lc 19, Gv 18. In tutto il N.T. egli è citato ben 76 volte. Pietro tracciava i limiti del kerigma evangelico tra il Battesimo di Giovanni all’ascensione di Gesù al cielo (At 1,22). La sua figura apre le narrazioni evangeliche, perché apriva i racconti apostolici. Tipico è il discorso kerigmatico di Pietro a Cesarea, in casa del centurione Cornelio, che inizia così: «Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, dopo il battesimo predicato da Giovanni…» (At 10,37); ugualmente emblematico è quello di Paolo ad Antiochia di Pisidia, che esordisce dicendo: «Giovanni aveva preparato la sua venuta predicando un battesimo di penitenza a tutto il popolo d’Israele. Diceva Giovanni, sul finire della sua missione, Io non sono ciò che voi pensate che io sia! Ecco viene dopo di me uno al qual io non sono degno di sciogliere i sandali» (At 13,24-25). Troviamo già in queste brevi parole la presentazione sintetica dei quattro racconti evangelici.

Non meraviglia allora che il racconto la vita pubblica di Gesù sia introdotta da Luca con un grande affresco storico con al centro il Battista: «Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturea e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati,   com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia».006-predicazione-del-Battista

     Un figura così forte e famosa non poteva sottrarsi fin dall’inizio ad esagerazioni devozionali. Il Battista ebbe discepoli che ne conservarono il ricordo e la devozione, ponendolo addirittura in concorrenza con Gesù. L’evangelista Giovanni, che era stato suo discepolo, sente il bisogno di ridimensionarne l’importanza fin dal prologo del suo vangelo, stabilendo un confronto equilibrato con la persona di Gesù, Verbo di Dio: «Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce» (Gv 1,6-8). Sempre lo stesso evangelista precisa, riferendo una confessione del Battista ai suoi discepoli: «Voi stessi mi siete testimoni che ho detto: Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a lui. Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l'amico dello sposo, che è presente e l'ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io invece diminuire»(3,28-30). Senza polemiche inopportune, con serenità, si cercava di mettere Giovanni nella sua giusta luce, che nulla toglieva alla sua umana grandezza di profeta.

       Matteo presenta il Battista al Giordano, quando Gesù appare inaspettatamente per farsi battezzare, e mostra 007-battesimo-di-Cristochiaramente che i due già si conoscevano bene, perché Giovanni esclama: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?» ( Mt 3,14). Luca ci dice che il loro incontro avvenne prima della nascita, quando Maria si recò a servire Elisabetta al suo sesto mese di gravidanza (Lc 1,44). Questi racconti hanno inciso nel culto e nella pietà cristiana che hanno fatto di Giovanni Battista uno dei più grandi santi della chiesa, tanto che, unico caso nel calendario liturgico dei santi, di lui si celebrano due feste: quella della nascita (25 giugno, solstizio d’estate) e quella della morte (29 agosto). Perfino la cattedrale di Roma porta il titolo di S. Giovanni Battista insieme a migliaia di chiese nel mondo.

     Il fatto ci costringe a rileggere nel suo vero significato un detto enigmatico di Gesù che, parlando alla folla di Giovanni ormai in prigione, aveva detto: « Egli è più di un profeta. E’ colui del quale sta scritto: “Ecco io mando davanti a te il mio messaggero che preparerà la tua via davanti a te” (Mal 3,1). In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui» (Mt 11,9-11). Come profeta egli ebbe un ruolo unico, eccezionale: indicare di persona il Messia finalmente arrivato, fino a fargli da battistrada (Lc 1,76s); gli altri profeti lo avevano annunciato in modo confuso e da lontano. Questo fece di lui il più grande fra i nati di donna, consacrato profeta fin dal grembo materno dallo stesso Gesù. Con Giovanni iniziò un tempo nuovo, ma egli, finché visse, rimase al di là del Giordano, cioè nell’economia dell’Antico Testamento, come i patriarchi e profeti che lo avevano preceduto. In prospettiva cristiana egli poteva essere considerato inferiore al più piccolo dei discepoli di Gesù divenuti, attraverso la fede e il battesimo, figli di Dio. Ma dopo il battesimo di sangue, che lo unì strettamente e in anticipo alla morte e risurrezione di Gesù, egli entrò nella nuova economia cristiana riciclando, come figlio, tutta la sua precedente grandezza. Questo fa di lui uno dei più grandi santi del calendario cristiano.
 

La figura e l’attività di Giovanni

   Matteo (3,1-12) schematizza il suo racconto sul Battista in quattro quadri: Nel primo descrive la figura, l’annuncio e il suo battesimo di penitenza (1-6); nel secondo009-Giovanni-Battista riporta il suo severo richiamo a conversione (7-10); nel terzo traccia brevemente il confronto tra lui e Gesù (11); nel quarto annuncia il giudizio escatologico con immagini icastiche (12) : «In quei giorni venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi , perché il regno dei cieli è vicino !». Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaia quando disse:Voce di uno che grida nel deserto:/ Preparate la via del Signore,/ addrizzate i suoi sentieri! (Is 40,3)

E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano , confessando i loro peccati. Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere ! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo . Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco.   Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile» (Mt 3,1-12).

   Al centro del discorso c’è il confronto con Gesù che inizia la sua predicazione riprendendo alla lettera l’annuncio del Battista: «Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino» (3,2; 4,17). Sono confrontati i due tipi di battesimo che fanno la differenza (quello di acqua al Giordano e quello di fuoco a Pentecoste). Nel confronto risalta la superiorità del Signore sull’araldo che lo annuncia. Questi è lo schiavo che si china ai suoi piedi a sciogliere i sandali che il padrone gli porge. Le distanze sono siderali. Matteo però vede già nella figura del Battista un anticipo profetico della figura di Gesù rifiutato, inascoltato e messo a morte dalle autorità giudaiche.

 010-profeta-Elia  La sua comparsa è collocata nel deserto ad oriente del Giordano, nelle steppe di Moab, dove era morto Mosè (Dt 34,5s) e dove era stato rapito Elia (2 Re 2,11). E’ chiaro il riferimento teologico ad un ponte ideale che ha i suoi maggiori pilastri nei tre grandi profeti (Mosè, Elia, Giovanni). Essi si passano il testimone fino a giungere a Gesù Cristo, compimento delle Scritture. Lo stesso Gesù presenterà Giovanni come il più grande dei profeti anzi «più che un profeta» (Mt 11,9), perché ha indicato con il dito il Messia tanto atteso e annunciato da tutti i profeti che lo hanno preceduto. Lo indicherà come il profeta Elia redivivo, atteso per i tempi nuovi (Mt 1710-13). Ai guadi del Giordano Giosuè introdusse il popolo dell’esodo nella terra promessa, ora Giovanni ripete quel gesto per introdurre l’era nuova del Messia. Egli è al confine tra l’Antico e il Nuovo Testamento a segnare il passaggio delle due epoche. Vi allude Gesù, quando afferma: «La legge e tutti i profeti hanno profetato fino a Giovanni. E se volete accettarlo, egli è quell’Elia che deve venire. Chi ha orecchi intenda» (Mt 11,13-15). Perciò egli ricopre il ruolo che la tradizione giudaica assegnava ad Elia, tenuto in serbo per i giorni del Messia: «Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore, che voi cercate; l'angelo dell'alleanza, che voi sospirate, ecco viene, dice il Signore degli eserciti. Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore, perché converta il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri; così che io venendo non colpisca il paese con lo sterminio» (Mal 3,1.23s). Elia sarebbe tornato ad annunciarne la venuta del Cristo la notte di Pasqua, perciò gli si riservava, e gli si riserva ancora oggi, una sedia vuota nel banchetto della notte di Pasqua.

   Il testo profetico che lo caratterizza è quello del Deutero-Isaia che annuncia il ritorno del Popolo di Dio dall’esilio babilonese nel 538 a.C. Isaia è il profeta della salvezza messianica, il suo testo richiama il nuovo esodo e il nuovo ingresso nella terra promessa inaugurato dal messia. Annuncia la costruzione di una strada regale da Babilonia ad Israele, sulla quale sta per passare Dio alla guida del suo popolo. Per questo l’originale ebraico recita: «Una voce grida: nel deserto preparate la strada al Signore». Matteo, che segue la versione dei LXX, cambia la punteggiatura come nel testo evangelico attuale. Nell’annuncio del Battista, il «Signore» che viene designa chiaramente Gesù di cui è riconosciuta la personalità divina.

 

011-Giovanni-BattistaL’asceta esseno di Qumran?

     Giovanni è descritto come una figura austera di asceta alla maniera di Elia (2 Re 1,8): Indossa un vestito di lana ruvida tessuta con peli di cammello, porta una cintura di pelle ai fianchi. Il suo cibo è quello dei beduini poveri, cioè le locuste che popolano il deserto, cibo consentito dalla legge (Lv 11,22) e il miele che le api selvatiche depositano negli anfratti di roccia o le resine delle tamerici mannifere. Questo ascetismo aveva contribuito ad irrobustire il suo animo, ma non lo aveva reso fanatico, scontroso, settario come i vicini asceti di Qumran, che sicuramente aveva conosciuto e forse frequentato. Non vestiva però di bianco come loro, né evitava i peccatori ritenuti da loro impuri. Non viveva in comunità, ma da eremita solitario. Non era un monaco, ma un semplice beduino del deserto, senza fissa dimora. Aveva temprato la sua forte fibra al sole cocente delle dune.

     Proponeva a tutti un battesimo segno di pentimento capace di cambiare la vita. Matteo evita di dire che tale battesimo di conversione era «per il perdono dei peccati», perché questa caratteristica è propria del battesimo cristiano. Giovanni invitava chi veniva a lui a confessare le proprie colpe e pentirsene. Dio che guarda il cambiamento del cuore avrebbe accordato il suo perdono. Il Battista si inserisce nel movimento battesimale tipico dell’ambiente giudaico del suo tempo (Siria, Palestina, diaspora, Qumran). Gli ebrei praticavano frequenti abluzioni e lavaggi sacri per esigenza di purificazione interiore. Specie i farisei ne inculcavano la pratica (Mc 7,3s), spesso in maniera formalistica.

       Proprio contro i farisei, che dicono e non fanno, come rimprovererà loro Gesù (Mt 23,3), Giovanni si scaglia in maniera violenta chiamandoli «razza di vipere» , cioè animali diabolici, velenosi, subdoli, per la loro ipocrisia e per il loro culto freddo, senza vita. Vuole che cambino vita e comportamento con una vera «conversione» (metanoia), cioè con un pentimento sincero dei propri peccati, con in profondo cambiamento di mentalità, con una vita rinnovata. Davanti a Dio non esistono privilegi di razza, nessun ebreo può rifugiarsi dietro la fede di Abramo come deterrente o polizza assicurativa per la salvezza.

       Figli di Abramo sono solo coloro che hanno la fede sincera di Abramo, che ubbidì in tutto a Dio, non chi porta il suo sangue nelle proprie vene. Ad essi il Battista minaccia il giudizio incombente con due immagini forti e decisive: il taglio dell’albero infruttuoso e la vagliatura del grano. La prima è ripresa da Gesù al termine del discorso della montagna: «Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco» (Mt 7,19). La figura si ritrova anche in una parabola, quella del fico sterile (Lc 13,6-9). La seconda immagine era visibile nelle campagne della Palestina al momento della trebbiatura, quando con una pala di legno (il vaglio) il contadino gettava in aria il grano per separarlo dalla pula con l’aiuto del vento.

       Giovanni annuncia come imminente questo giudizio divino definitivo di cernita del bene dal male e ne assegna il compito al messia che sta arrivando. Per lui Gesù è il giudice escatologico, che opererà la separazione del bene e del male nel mondo, e fonderà una società di puri, distruggendo i malvagi col fuoco inestinguibile. Da buon profeta,Giovanni opera una sovrapposizione di tempi, anticipando al presente il periodo della fine. Gesù assegnerà il giudizio di cui parla Giovanni al tempo finale, alla sua seconda venuta. Lo dicono chiaramente le parabole della zizzania e della rete da pesca che distinguono il tempo presente da quello futuro, il tempo della pazienza e quello della cernita. Sarà questo anticipo di prospettiva che, più tardi, lo farà entrare in crisi.


012-battesimo-di-CristoIl battesimo di Gesù al Giordano

Dove Giovanni ha visto giusto, è nel confronto tra il battesimo portato da Gesù e il suo. L’evangelista si preoccupa di chiarire per la sua chiesa che Gesù non ha bisogno del battesimo di Giovanni perché non ha peccati da confessare. Perciò riporta, come premessa, il dialogo tra Gesù e il precursore. Vengono così chiariti i rispettivi ruoli. Giovanni confessa la sua inferiorità, come uno schiavo davanti al suo padrone, e umilmente vorrebbe rifiutargli il suo rito di penitenza dicendo: «Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?» (v 14). Il suo battesimo di acqua a Gesù non serve, mentre lui ha bisogno del battesimo in spirito che Gesù solo amministra.

     Il Battista si arrende solo davanti alla risposta decisa e chiarificatrice di Cristo: «Lascia fare per ora, poiché conviene che adempiamo ogni giustizia» (v 15). La spiegazione sta tutta in quel termine «giustizia» (dikaiosyne) che Matteo usa sette volte, di cui cinque solo nel Discorso della Montagna. Da buon ebreo, Giovanni capisce che qui è in gioco «la volontà di Dio». Gesù gli ha detto che ambedue devono compiere (pleroun) il piano salvifico di Dio. Solo a questa condizione Giovanni acconsente e immerge Gesù nelle acque del Giordano.

       Questo rito non è descritto, è solo indicato. Per Matteo non è il battesimo che conta, ma ciò che lo accompagna, cioè la scena di rivelazione alla quale il Battista assiste come testimone. Dirà infatti alla gente che lo attornia al Giordano: «Io non lo conoscevo (quale veramente egli è), ma sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse fatto conoscere ad Israele. Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua, mi aveva detto: L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio» (Gv 1,31-34).

       L’evento accadde quando Gesù «ascese» (amèbé), risalì dalle acque, come un nuovo Salvatore alla maniera di Mosè uscito dalle acque del Nilo. Isaia aveva predetto: «Allora si ricordarono dei giorni antichi, di Mosè suo servo. Dov’è colui che fece uscire dall’acqua del Nilo il pastore del suoi gregge? Dov’è colui che gli pose nell’intimo il suo santo spirito?» (Is 63,11). I lettori giudeo-cristiani di Matteo, che venivano come lui dalle scuole rabbiniche, sapevano fare bene questi collegamenti ideali. Tanto più che il profeta Isaia, che aveva parlato di «ascesa» dalle acque, poco dopo parlerà di «discesa» di Dio dai cieli che si squarciano (Mc 1,19) e si aprono: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti» (Is 63,19).

       Qui dunque c’è uno più grande di Mosè. Con lui si ristabilisce la comunicazione diretta tra il cielo e la terra, quella annunciata da Gesù a Natanaele di Cana: «Vedrete i cieli aperti e gli angeli di Dio salire a scendere sul Figlio dell’uomo» (Gv 1,51). Cielo e terra si ricongiungono, «il regno dei cieli» abbraccia ora anche la terra. A scendere è lo Spirito che inaugura i tempi messianici, come predetto da Isaia e proclamato da Gesù nella sinagoga di Nazareth: «Lo Spirito del Signore è sopra di me: per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato ad annunciare ai poveri un lieto messaggio. Oggi si è adempiuta questa profezia che voi avete udito con i vostri orecchi» (Lc 4,18-21). E’ lo Spirito che fa di Gesù «il Cristo» (Christòs = il Consacrato, il Messia),divenuto poi un suo secondo nome.

         La figura della «colomba» indica prima di tutto che lo Spirito è un abitatore dei cieli come questo uccello, egli viene dal cielo di Dio. Ma l’immagine richiama anche l’atto iniziale di Dio, quando la sua potenza creatrice si librava sulle acqua del caos come un uccello che cova le sue uova (Gn 1,2); richiama anche la colomba che indicò a Noè la fine del diluvio, recandogli con il becco un ramoscello fresco di olivo (Gn 8,8-13). In questi riferimenti si esprime la volontà di Dio di creare un mondo rinnovato. L’era del messia è vista come il tempo della nuova creazione. Forse la tradizione ebraico-cristiana ha potuto vedere nella figura della colomba anche l’immagine della sposa del Cantico dei Cantici, ad indicare l’amore grande con il quale il Padre ama il Figlio. Esso sarebbe specificato dalle parole di Dio che accompagnano la visione: «Questi è il Figlio mio prediletto(agapetòs), nel quale mi sono compiaciuto».

       Sono parole che fanno riferimento ai canti profetici del Servo del Signore vittima designata per i peccati del mondo (Is 42,1) e richiamano la figura di Isacco, il figlio unico amato (agapetòs) da Abramo, condotto al sacrificio, ma risparmiato all’ultimo istante (Gn 22,2.12.16). A queste parole farebbe eco il Battista che presenta Gesù come «l’agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29.36). Il Servo del Signore di Isaia è indicato infatti come un agnello sacrificale condotto al macello, che «è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità» (Is 53,5-7). Il battesimo di Gesù al Giordano è il preludio della sua pasqua a Gerusalemme. Il Padre lo presenta al mondo come il Figlio amato che darà la vita al mondo con la sua morte violenta.

   Ma nella scena di rivelazione alla quale il Battista assistette c’è anche una descrizione anticipata del battesimo cristiano, quello che Gesù avrebbe amministrato «in Spirito Santo e fuoco». Esso è una nuova creazione, un nuovo inizio, come quello annunciato dalla colomba, o indicato dal passaggio del Giordano, che richiama l’ingresso del popolo di Dio nella terra promessa, dopo quaranta anni di esodo. Qui avviene la consacrazione profetica del credente, abilitato come Gesù all’annuncio e alla testimonianza del vangelo. Qui il battezzato diventa figlio amato di Dio per opera dello Spirito del Figlio (Rom 8,14-17), perché si riveste di Cristo immergendosi nella sua morte e risurrezione (Gal 3,25; Col 2,12).  


La crisi di fede di Giovanni

     I rapporti tra Gesù e Giovanni non si chiudono al Giordano. Matteo (11,2-24) e Luca (7,18-35) ci narrano un loro dialogo a distanza quando il Battista era ormai nella prigione del Macheronte in attesa di condanna definitiva. In quei giorni di solitudine e di sofferenza, dovette ripensare al suo incontro con Gesù, che egli aveva presentato come il messia tanto atteso e ormai venuto. Lo aveva presentato come il severo giudice escatologico, che abbatte gli alberi infruttuosi e purifica la sua aia separando il buon grano dalla pula. Quello che sentiva dire di Gesù lo metteva in crisi fino a fargli dubitare di essersi sbagliato. Non sapeva prendere in considerazione l’idea che il suo annuncio fosse vero, ma incompleto.  

   Dobbiamo tener presente che anche i santi più grandi hanno le loro crisi di depressione, di stanchezza, di angoscia. Dio li purifica facendoli passare attraverso la fornace ardente del dubbio e della disperazione. E’ accaduto anche a Giovanni nelle prigioni umide e buie del Macheronte, dove marciva da mesi senza uno spiraglio di luce. Mandò allora alcuni dei suoi discepoli più fidati a domandare direttamente a Gesù: «Sei tu colui che deve venire (l’atteso messia) o dobbiamo attenderne un altro?» (Mt 11,3). Gesù avrebbe potuto chiarire subito dicendo che egli era realmente il messia venuto, ma anche il messia «che deve venire», perché è duplice la sua venuta. Giovanni aveva annunciato ambedue le venute, mettendo l’accento sulla seconda e ridimensionando la prima.

Gesù ha preferito ricordargli i segni della prima venuta, segni di misericordia e di salvezza, non di giudizio, come aveva annunciato il profeta Isaia, da lui utilizzato per presentare se stesso.

013-Giovanni-Battista   Rimandò quindi i discepoli di Giovanni incaricandoli di informarlo esattamente sulla sua attività taumaturgica. Egli, da uomo di Dio e da profeta, avrebbe capito. Il messaggio è formulato con frasi brevi e ritmiche facili da ricordare come un recitativo mnemonico: «I ciechi vedono, gli storpi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è predicato il vangelo» (11,5) E’ una specie di sintesi di citazioni, una carrellata di testi presi da Isaia, che i cristiani antichi definivano «profeta evangelista» (cc. 26.29.35.61). E conclude all’indirizzo del precursore: «Beato chi non si scandalizza di me». Era un invito affettuoso a riprendere coraggio e a superare la crisi

     Voleva dirgli che egli non aveva impugnato nessuna ascia per tagliare alberi, non aveva inforcato nessun ventilabro per ripulire il grano, ma stava operando un giudizio morale nel cuore dei suoi ascoltatori chiamati a scegliere tra lui e il peccato. Stava pazientemente introducendo nella storia il regno dei cieli con la sua parola chiara e con i suoi miracoli. Giovanni, che conosceva bene le Scritture, sapeva bene che Dio non costringe nessuno a credere; egli vuole salvare, non condannare. Prima del giudizio, propone agli uomini gli inviti insistenti del suo amore e i segni della sua salvezza. Non c’era bisogno di dire che il Battista si tranquillizzò; è dato per scontato. Del resto l’elogio che Gesù fa di Giovanni ci rassicura in tal senso. Ora può affrontare con serenità il martirio.


014-rovine-di-Macheronte-Prigione-del-BattistaL’uomo forte e coraggioso

       Il discorso che segue l’episodio della chiarificazione è una specie di panegirico di Giovanni tenuto alle folle che hanno assistito al dialogo. Esso inizia con tre domande retoriche introdotte con l’interrogativo: «Chi siete andati a vedere nel deserto?»: una banderuola (una persona incoerente) che cambia orientamento a secondo del vento che soffia? Un signorino, vestito di lusso come un figurino, dai gusti raffinati e dalla vita agiata? O piuttosto un profeta austero dalla parola tagliente? Giovanni è più di un profeta, perché riveste il ruolo eccezionale di precursore del messia predetto da egli è colui che inizia un tempo nuovo: «dai suoi giorni fino ad ora il regno di Dio soffre violenza, e i violenti se ne impadroniscono» (Mt 11,7-13). Quelli introdotti da Giovanni, non sono tempi pacifici, ma eroici, dice Gesù. Ci vuole il coraggio e la forza d’animo degli «irruenti» (bastai) per impadronirsi del regno dei cieli. Forse allude all’esempio del Battista, uomo coraggioso e irruento, che sta per sacrificare la sua vita e rapire così il regno dei cieli portato da Gesù dal quale sembrava escluso fino ad apparirne il più piccolo dei piccoli (11,11).  

     Il coraggio e la forza d’animo del Battista appare chiaramente nella sua attività di predicatore. Di fonte all’atteggiamento ipocrita dei farisei e dei sadducei, capi religiosi della nazione, egli usa parole di fuoco, che avranno il parallelo solo in quelle di Gesù (Mt 12,34): «Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all’ira imminente? Producete frutti degni di conversione e non credete di poter dire tra voi: Abbiamo Abramo come padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre» (3,7-9). Questo suo coraggio gli costò l’ostilità delle autorità giudaiche che lo ritenevano un indemoniato per la sua vita austera. Dice Gesù: «E’ venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e hanno detto: Ha un demonio» (11,18). 015-decollazione-del-Battista

         Ma ciò che gli costò la vita fu lo scontro con Erode Antipa, figlio di Erode il Grande, che conduceva una vita dissoluta. «Erode aveva arrestato Giovanni e lo aveva fatto incatenare e gettare in prigione per causa di Erodiade, moglie di Filippo suo fratello. Giovanni infatti gli diceva: Non ti è lecito tenerla!» (14,3s). Era accaduto che Antipa ara venuto a Roma per farsi confermare il regno dal nuovo imperatore Tiberio (14-37 d.C) e qui si era invaghito di Erodiade moglie di Erode-Filippo, un suo fratello che viveva a Roma a vita privata. Se la prese in moglie e la portò con se in Galilea insieme ad una figlia, di nome Salome, avuta   nel suo primo matrimonio. Giovanni non poteva passare sotto silenzio lo scandalo che il re Antipa stava dando al popolo col suo flagrante adulterio, a cui si aggiungeva l’incesto, perché Erodiade era anche sua nipote. Alzò la voce profetica senza paura contro i sovrani e dovette subirne le conseguenze. Fu imprigionato, ma il provvedimento non soddisfece la regina, che continuava a vedere in lui un pericolo. Erode, rappresentante del politico senza scrupoli, non lo aveva giustiziato solo per paura del popolo che lo riteneva un profeta.

           L’occasione per eliminare in modo definitivo quella voce scomoda fu data alla regina dalla festa di compleanno del re, quando Antipa, ubriaco fradicio ed eccitato dal ballo lascivo di Salome, si impegnò a soddisfare ogni desiderio della ragazza. La regina, che covava da tempo il suo rancore insoddisfatto, suggerì a sua figlia di chiedere in dono la testa dell’odiato profeta. La ragazza rientrando nella sale del banchetto fece la sua macabra richiesta, gelando tutti: «Dammi qui, su un vassoio,la testa di Giovanni il Battista». «Il re ne fu contristato, ma a causa del giuramento e dei commensali, ordinò che le fosse data e mandò a decapitare Giovanni in carcere» (14,9s). Così il Battista chiuse la sua breve vita di testimone con il martirio. Molti profeti, prima di lui avevano subito la stessa sorte, ma egli anticipò di pochi mesi il martirio del Messia che aveva annunciato, precursore di lui nella vita e nella morte. Ambedue muoiono vittime dell’identico messaggio, quello della venuta del regno dei cieli. Un messaggio rifiutato dagli stessi carnefici, il re e le autorità giudaiche. Questo fa di lui un martire cristiano, venerato come tale nella chiesa di tutti i tempi.          

           L’episodio ha esercitato un forte influsso sull’arte specie della pittura e della poesia, con quadri e drammi in molte lingue europee. Ma soprattutto sono stati il culto e la pietà cristiana a sviluppare la grande devozione del Battista. Egli resta l’esempio di un uomo coerente con la sua fede e con il suo messaggio, un testimone tutto dedito a Cristo, che ha vissuto in funzione esclusiva di lui, che ha dato il suo sangue come martire a cagione di un messaggio identico a quello di Gesù: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Ha accettato di perdere la vita per questo vangelo. Così è divenuto vero seguace del messia che aveva presentato, dicendo: « Io non sono il Cristo, ma sono stato mandato innanzi a lui. Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io diminuire» (Gv 3,29-30).                  

     Matteo, dopo aver raccontato il martirio di Giovanni, ricorda due fatti significativi: Quando i discepoli del Battista vennero ad informare Gesù, questi «partì su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte» (14,13). Non stava fuggendo per paura, aveva bisogno di raccoglimento per ricordare il suo amico appena scomparso. Il lutto per una persona cara lascia sconvolti, si cerca rifugio nel silenzio per pregare, per ritrovare l’equilibrio interiore e lenire il dolore. Matteo lega alla morte del Battista amico anche il miracolo della moltiplicazione dei pani dei pesci. Gesù comprende che a ricordare l’amico, più del pianto, valgono le opere di bene. Matteo vuole dire dunque che Gesù compie i miracoli delle guarigione e della moltiplicazione del pane per onorare il grande profeta martire appena scomparso. La carità è sempre il migliore suffragio.