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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
padre paolino blog4di SILVIA GUSMANO

Il vangelo nel cuore e il coltello tra i denti. Padre Paolino, raccontato da Fiorella Perrone ne Le avventure di un monaco in bianco e nero (Siena, Edizioni Cantagalli, 2014, pagine 190, euro 12), è racchiuso in questo binomio. I suoi 99 anni (1909–2008) e le sue tante vite — figlio di beati e postulatore di santi, cappellano in guerra e monaco di clausura, scout e partigiano — scorrono all’insegna di una coerente radicalità: ama Gesù in modo assoluto e si batte per tener fede al suo insegnamento. La sua storia è avvincente sin da prima che venga al mondo. L’unione dei genitori Maria Corsini e Luigi Beltrame Quattrocchi, infatti, è così unica che verrà innalzata all’onore degli altari.
Nel 2001 la coppia di sposi, vissuta a Roma nell’ambiente dell’alta borghesia, è la prima dopo molti secoli a essere proclamata beata per le virtù coniugali e familiari che ha incarnato. La vita di padre Paolino — alla nascita Cesare Beltrame Quattrocchi — e dei suoi tre fratelli inizia e prosegue sotto il segno di questa stella speciale: un amore generoso che trae forza dal Vangelo e si traduce in un quotidiano atteggiamento di apertura verso il prossimo. Non stupisce quindi che i primi tre figli prendano i voti mentre Enrichetta, messa al mondo con fede e determinazione, nonostante una gravidanza ad alto rischio per lei e per la madre, consacra la propria esistenza alla cura dei genitori. Il primogenito, don Tarcisio, dedica il proprio sacerdozio all’apostolato giovanile e all’assistenza del prossimo. Suor Cecilia sceglie la clausura e prende la via di Milano. Padre Paolino, «monaco in bianco e nero», benedettino come il fratello, sperimenta entrambe le dimensioni: in mezzo alla gente per oltre cinquant’anni, nel silenzio della Trappa per altri quarantacinque. Un uomo coraggioso, dunque, sempre pronto a rimettersi in gioco e un ragazzo impetuoso — racconta la madre — «sempre pronto ad affibbiar qualche sberla». Quando a soli tredici anni comunica alla famiglia la propria vocazione pur nella gioia tutti si preoccupano per la sua irruenza e gli consigliano un ritiro dai benedettini di San Paolo fuori le Mura per abituarsi a un po’ di disciplina. «Va’ là — gli disse una delle sorelle — che è la volta buona che il diavolo si fa frate!». E infatti fu subito amore. A neanche quindici anni Cesarino inizia il suo percorso sacerdotale al fianco dell’abate Schuster, futuro arcivescovo di Milano, e poco dopo si trasferisce a Parma dove nel monastero di San Giovanni trascorre quasi trentacinque anni. In un’altra biografia di Paolino, L’avventuriero di Dio (Roma, Edizioni Pro Sanctitate, 2010), Rosangela Rastelli Zavattaro descrive una Parma subito in sintonia con «questo monaco di pelo rosso, gli occhietti come due fessure di vivacità, acume e intelligenza, che già nelle prime prediche domenicali e nel confessionale li fustigava con sorridente arguzia o con la forza rabbiosa di un temporale». In poco tempo i suoi figli spirituali si moltiplicano tra la gente dei borghi come nell’alta società e quando scoppia la guerra padre Paolino chiede e ottiene di essere in prima fila al fianco dei soldati. Per due anni vive sul fronte jugoslavo e riceve numerosi encomi per il suo coraggio e il suo sprezzo del pericolo. Quando si trova in mezzo alla sanguinosa guerriglia tra serbi e croati, padre Paolino, indifferente all’appartenenza etnica e alle alleanze italiane, continuamente si espone per mettere in salvo profughi, donne, bambini. All’indomani dell’armistizio, partecipa attivamente alla Resistenza come agente segreto, mentre la famiglia a Roma nasconde e aiuta numerosi fuggiaschi, in alcuni casi usando come travestimento le tonache dismesse dei figli. Nel 1944, padre Paolino si reca di persona a Salò, al ministero della Guerra, e ottiene la sospensione della pena capitale di ventisei partigiani parmensi. In altre occasioni intercede presso il carcere di Parma a favore di alcuni condannati a morte con l’accusa di connivenza al fascismo. È il caso di Pietro Barilla che diventa suo amico intimo e nel dopoguerra finanzia molte delle sue numerosissime opere assistenziali. La missione più importante, che gli vale la medaglia d’argento al valor militare, arriva nel febbraio del 1945 quando, su ordine del generale Cadorna, attraversa la Linea Gotica per consegnare documenti di fondamentale importanza al presidente del consiglio Bonomi. Come racconta la sorella Enrichetta, «in abiti da benedettino, in bicicletta partì dal parmense, attraversò l’Appennino e di sera, ormai senza bicicletta, arrivò in un accampamento di partigiani comunisti» e superò la loro diffidenza «grazie al suo carattere allegro e burlone. Arrivato a Firenze si liberò degli abiti talari e venne travestito da borghese. Giunse dunque a Roma». Finita la guerra, inizia anche per padre Paolino l’epoca della ricostruzione, materiale e spirituale. Inizialmente la questione che più lo coinvolge è quella dei reduci. Per offrire primo soccorso ai tanti che rientrano dal fronte e dalla prigionia, organizza un campo nella vicina stazione di Pescanti na e accoglie decine di soldati con un bicchiere di lambrusco, una parola di conforto e un aiuto materiale per raggiungere al più presto casa. Tra loro anche lo scrittore Giovannino Guareschi, così colpito da quel primo incontro con padre Paolino da ispirarsi a lui per la creazione del celebre personaggio di don Camillo. Negli anni successivi, le risposte del sacerdote alle emergenze del dopoguerra si moltiplicano: dalle colonie estive per i bambini al centro riabilitativo di Misurina, oggi polo d’eccellenza per la cura dell’asma infantile; da Villa Serena per gli ex carcerati al laboratorio di sartoria per le ex prostitute rimaste in mezzo alla strada a seguito della legge Merlin; dai soccorsi agli alluvionati del Polesine sino alla ricostituzione degli amati Scout. Come don Tarcisio-Aquila Azzurra, infatti, anche Paolino ha un nome — Gatto Rosso — e una lunga storia negli scout dove, tra i primi in Italia, entra quando ha appena otto anni. Altro grande merito dei genitori è stato infatti quello di entusiasmarsi sin dagli esordi alla proposta dell’inglese sir Robert Baden-Powell e di avviare a Roma, in centro e in periferia, le prime due comunità di scout cattolici, a dispetto della diffidenza iniziale di parte della Chiesa. È quindi naturale per i figli proseguire quella vocazione, contribuendo nel dopoguerra sia alla rinascita degli scout, soppressi dal fascismo, sia alla fondazione del reparto femminile delle Guide, che nel 1974 si unirà a quello maschile nell’Agesci. Nel frattempo Paolino diventa parroco di San Giovanni e punto di riferimento insostituibile per la cittadinanza di Parma e quando comunica la decisione di entrare in Trappa, trasferendosi nel monastero benedettino di Frattocchie, vicino a Roma, la sopresa generale è grande. Nessuno lo immagina in quelle vesti ubbidienti e pacate, dedito solo alla preghiera, costretto al silenzio per molte ore al giorno. Ma don Paolino è determinato, sente — siamo nel 1962 — che è tempo di dare più spazio alla propria vita interiore e di chiudere il cerchio dell’ Ora et labora . Sin dalle prime lettere che firma come fra’ Maria Paolino rivela una profonda gioia per la scelta compiuta, una scelta che non doma il suo spirito innovatore ma lo incanala in altre strade; principalmente, la scrittura e i viaggi. Paolino, da sempre grande oratore, riversa ora il flusso tumultuoso delle idee e dei sentimenti sulla carta. Scrive numerosi libri e all’indomani del Vaticano II fonda l’Umil (Unione monastica italiana per la liturgia) da dove promuove la pubblicazione di testi fondamentali all’attuazione della riforma liturgica appena decisa. L’altro fronte da cui spesso si affaccia al mondo esterno è quello della ricerca storica che lo spinge a compiere diversi viaggi e a seguire da postulatore diverse cause di beatificazione. Il capitolo più avventuroso di questa attività è senz’altro la spedizione in Cina nel 1979, allo scopo di ricostruire la storia dell’antico monastero benedettino di Yang Kia Ping, distrutto nel 1947. E così anche dalla clausura Paolino continua a pungolare i suoi contemporanei, da autentico provocatore evangelico qual era. In una delle ultime interviste che rilascia, alla soglia dei cent’anni, indica ancora loro la strada senza esitazione: «Mettetevi in condizione di rispondere coraggiosamente a questa domanda, “che cosa stai facendo nel mondo, come stai rispondendo all’amore di D io?”. Un po’ di silenzio e lasciamo che le risposte vengano fuori dal fondo del cuore».

© Osservatore Romano - 1 febbraio 2015