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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
origene scrittiL’avvenimento centrale, nell’ambito dell’intera attività di Origene, fu il trasferimento da Alessandria a Cesarea di Palestina a seguito della condanna che Demetrio, il vescovo della metropoli egizia, gli aveva fatto infliggere per essere stato ordinato presbitero intorno al 233 da Teoctisto, vescovo di quella città palestinese, senza che egli lo avesse previamente autorizzato. In effetti Origene, maestro nella scuola catechetica di Alessandria, aspirava al presbiterato, al fine di poter predicare in chiesa e perciò allargare di molto l’ambito di quanti potessero fruire del suo insegnamento.
E proprio questo Demetrio non voleva, già a disagio a causa del prestigio che aureolava la fama di Origene, in quanto studioso della Scrittura, ben al di là di Alessandria, e che perciò dava ombra a quel vescovo autoritario e accentratore. La condanna inflitta a Origene dalla Chiesa di Alessandria non fu considerata valida dai vescovi della Palestina e di altre regioni di oriente, sì che a Cesarea Origene poté affiancare all’insegnamento scolastico anche la predicazione rivolta all’intera comunità, presente a volte anche il vescovo. La predicazione si esplicava soprattutto nell’ambito di assemblee liturgiche infrasettimanali, la cui finalità era di istruire i fedeli nella conoscenza della Scrittura che la Chiesa aveva ereditato e accolto dai giudei (in sostanza l’attuale Antico Testamento), ma la cui validità era fortemente contestata da fedeli di origine pagana, i più radicali dei quali — gli gnostici — si erano separati, anche se non solo per questo motivo, dalla Chiesa. In queste assemblee, che si riunivano con grande frequenza, a volte addirittura in giorni contigui, venivano proclamati libri interi della Scrittura, o ampie parti di essi, e di volta in volta uno dei testi previamente letti era oggetto di una omelia, che ne illustrava i significati. In questo ambito Origene predicò sistematicamente, e svariate raccolte di sue omelie furono allora messe per scritto e sono a giunte a noi. Stante la perdita di gran parte dei suoi scritti nell’originale greco, provocata dalle varie condanne che gli furono comminate post mortem, queste raccolte omiletiche sono giunte a noi quasi tutte in latino nelle traduzioni di Girolamo e Rufino (su Genesi, Esodo, Levitico e così via). Nell’originale greco conosciamo soltanto una raccolta di omelie su Geremia, alla quale di recente si è aggiunta un’altra sui Salmi, da poco individuata nel codice Monacensis Graecus 314 e pubblicata a opera di un’équipe di studiosi italiani diretta da Lorenzo Perrone. Origene aveva addirittura sfidato la condanna pur di poter entrare in contatto con l’intera comunità dei fedeli tramite la predicazione, ma essa a Cesarea non incontrò affatto l’incontrastato successo che, data la sua già ben affermata fama di maestro e scrittore, ci si sarebbe potuto attendere. Da vari spunti polemici che si leggono in alcune omelie, per esempio, sulla Genesi, appare chiaro che una parte degli ascoltatori, non quantitativamente rilevabile ma per certo tutt’altro che trascurabile, non gradiva il modo di predicare di O rigene. Nella prima omelia sul Levitico egli stesso sintetizza le critiche che gli venivano rivolte nell’espressione «contorcimenti (strophài ) di parole e nebbia di allegorie». Il secondo appunto coglie l’aspetto più specifico dell’esegesi di Origene, che in questo continuava la tradizione esegetica giudeoellenistica di Alessandria, da noi conosciuta soprattutto grazie agli scritti di Filone. Finalità di questa esegesi alessandrina era la ricerca della congruenza tra Scrittura ebraica e filosofia greca, il che era realizzabile soltanto grazie a una massiccia interpretazione allegorica del testo: i fiumi del paradiso sono simbolo delle virtù, Abramo dell’uomo sapiente e così via. In ambito cristiano l’esigenza di fondo era ben diversa: bisognava interpretare la Scrittura in modo da renderla accettabile a fedeli provenienti dal paganesimo, la cui fede in Cristo prescindeva completamente da ogni retroterra giudaico: di qui l’esigenza di interpretare quella Scrittura in funzione di Cristo, come anticipazione profetica della sua persona e del suo messaggio. Ma soltanto qualche espressione dei Salmi e dei libri profetici era applicabile a Cristo senza difficoltà; per il resto, soprattutto per le storie e i precetti contenuti nei libri della Legge, ciò era possibile soltanto mediante la sistematica applicazione del metodo allegorico, ben conosciuto in ambito filosofico: Isacco figura di Cristo, l’arca di Noè figura della Chiesa e così via. I primi esempi di questo modo di interpretare simbolicamente, mediante l’allegorizzazione del testo, la Scrittura giudaica sono già in Paolo (cfr. Galati, 4, 24), e rapidamente si amplificano, come nella Lettera di Barnaba. Nell’alessandrino Origene questa allegorizzazione cristologica si complica con quella filosofica ereditata da Filone, da lui perfettamente conosciuta, sì da far di lui, in ambito cristiano, l’esegeta allegorista per eccellenza. Questo tipo di esegesi scritturistica era perfettamente ambientato in Alessandria, la città riconosciuta come la più colta e sofisticata nell’ambito di tutto l’imp ero. Ma a Cesarea di Palestina l’ambiente era ben diverso. La città era di origine e cultura greche, ma all’intorno il territorio era abitato dai giudei, che risiedevano numerosi anche nella città. Ne conseguiva che buona parte degli appartenenti alla comunità cristiana fossero di origine giudaica e, anche prescindendo dal livello culturale, ben lontano da quello di Alessandria cristiana, l’esegesi allegorica, in quanto di origine greca, non era gradita a chi fosse di anche lontana formazione giudaica. Origene, preoccupato anche a causa dell’attrazione che il culto giudaico continuava ancora a esercitare su non pochi cristiani, ha tenuto conto di questo, ma solo in certi limiti. Dove era possibile, nelle omelie su Geremia e soprattutto in quelle sui Salmi, l’alessandrino ha valorizzato il più possibile l’interpretazione letterale del testo biblico, senza per altro rinunciare a quella allegorica, considerata di tipo più approfondito. Ma la precettistica legale e cultuale di cui sono gremiti i libri della Legge, e che non poteva avere alcun valore per i cristiani, soltanto mediante una pressoché sistematica allegorizzazione poteva essere piegata a significato specifico in senso cristiano. Di qui l’allegorizzazione, per esempio, delle omelie sulla Genesi, che non pochi degli ascoltatori, evidentemente di origine giudaica, non gradivano, arrivando in qualche modo a esternare il loro malcontento. Come risulta anche da queste poche parole, Origene è stato, sì, l’allegorista per eccellenza, ma per certo l’esegesi allegorica non l’aveva trapiantata lui in ambito cristiano. Invece il secondo dei due appunti di cui sopra — «contorcimenti di parole » — ci introduce in aspetti proprio specifici della sua esegesi. In primo luogo la dimensione filologica che, per la prima volta in ambito cristiano, fonda criticamente l’interpretazione della Scrittura, per cui più volte non solo nei commentari ma anche nelle omelie Origene si sofferma su parole in cui il testo biblico greco dei Settanta gli appare inaccettabile, ed egli ne discute con riferimento anche agli altri traduttori greci. Ma, oltre a questo, va rilevata l’evidente tendenza del nostro esegeta a soffermarsi su espressioni che gli appaiono poco chiare e perciò bisognevoli di una spiegazione che a volte si prolunga eccessivamente. Per esempio, all’inizio della prima omelia sul salmo 36, la presenza dei verbi parazeloùn e zeloùn all’inizio del salmo gli ispira una spiegazione sulla differenza di significato dei due termini, che si prolunga per più di due pagine della recente edizione (pagine 113-115) per concludere piuttosto ovviamente che parazeloùn indica un’invidiare molto cattivo e nocivo. E ancora più a lungo si diffonde la spiegazione di diabèmata all’inizio della quarta omelia sullo stesso salmo (pagine 157-160), un termine che Origene considera molto raro, ma che là ha l’indubbio ovvio significato di “passi” (reso infatti con gressus nella traduzione di Rufino). Quanto all’altrettanto evidente tendenza di Origene a divagare, si vada, per esempio, alle pagine 303-305 della già citata edizione, dove l’espressione del salmo 76, 4 «mi sono ricordato di Dio» induce l’esegeta a soffermarsi sul ricordo di Dio. Gli sovviene allora che il nome Zaccaria significa appunto, in lingua ebraica, “r i c o rd o di Dio”, donde una prolissa digressione su Zaccaria, il padre di Giovanni Battista ( cfr. Luca, 2), che non ha alcun plausibile collegamento col testo del salmo che sul momento viene interpretato. Oggi noi valutiamo le omelie di Origene come opera letteraria, ne apprezziamo i tanti aspetti positivi, e di questi che appaiono funzionalmente meno positivi non teniamo conto più che tanto. Penso che tale fosse già la valutazione che ne davano i colti lettori romani delle omelie tradotte per loro da Girolamo e Rufino. Ma pensiamo ai fedeli di Cesarea riuniti ad ascoltare Origene che predicava in chiesa, in massima parte di modesto e modestissimo livello culturale, ed è facile immaginare che le loro reazioni, nell’ascoltare quelle che per loro erano solo lungaggini poco comprensibili, non saranno state per certo f a v o re v o l i . Il fatto è che, quando Origene cominciò a predicare sistematicamente a Cesarea, egli non si poteva giovare di precedente significativa esperienza diretta in proposito, mentre aveva alle spalle decenni d’insegnamento nella scuola di Alessandria. Qui aveva interpretato gli stessi testi sui quali ora predicava, ma senza alcuna preoccupazione non solo di risultare prolisso ma anche poco chiaro nella spiegazione, in quanto da lui rivolta a un uditorio ristretto e selezionato, in grado di seguire i meandri a volte complessi del suo discorso esegetico e anche di interloquire liberamente con richiesta di chiarimenti. Quando, già formato da questa esperienza alessandrina, Origene ha cominciato a predicare a Cesarea, in sostanza non ha fatto altro che travasare nell’omelia la ratio ermeneutica che applicava all’interpretazione del testo biblico nella scuola: spiegazione del testo ripartito in lemmi di varia lunghezza, e portata avanti soprattutto mediante il riscontro con altri passi scritturistici di analoga espressione e/o significato, in modo da far scaturire dal raffronto la quaestio. E la discussione che di qui scaturiva permetteva di approfondire il significato del passo biblico in questione molto al di là del semplice significato letterale, ricorrendo anche ampiamente alla sua allegorizzazione. È ovvio che Origene, quando ha cominciato a predicare abitualmente, ha capito bene che la spiegazione omiletica del testo biblico doveva diversificarsi profondamente dalla spiegazione scolastica, e ha tenuto conto della differenza. Questa consisteva non solo nell’esigenza di contenere il suo dire in definiti limiti di tempo, che solo eccezionalmente potevano essere prevaricati, ma anche e soprattutto nel modo di porgere la spiegazione. Ha perciò cercato in primo luogo un forte contatto diretto con i suoi ascoltatori: di qui la frequenza dell’allocuzione diretta (“tu”, “voi”) e del “noi” inclusivo; a volte, di fronte a passi biblici impegnativi, si raccomanda addirittura alle preghiere del suo uditorio. Come ho già sopra accennato, nei limiti permessi dall’imperativo categorico di cercare comunque sempre Cristo nel testo biblico, anche in quello della Scrittura giudaica, Origene ha valorizzato in alcune raccolte omiletiche, molto più di quanto risulta dai commentari che riportano la spiegazione scolastica, l’i n t e r p re t a z i o n e immediatamente letterale del testo biblico. Ma più volte, proprio nel proporla, la definisce adatta agli haploùsteroi , i simpliciores , cioè gli uditori meno colti non in grado di penetrare il significato più profondo del testo biblico, cioè di passare da quello che egli definisce il corpo della Scrittura al suo spirito. Ho parlato qui sopra di limiti nei quali si contiene l’adeguamento di Origene omileta alle esigenze dei suoi ascoltatori, e sono per lui limiti ben definiti. Per interpretazione della Scrittura, che in quanto parola divina gli appare inesauribilmente feconda nei suoi significati, egli intende soprattutto il “r i c e rc a re ” col massimo impegno — l’onnipresente zetèin — al fine di portarli alla luce mediante il metodico approfondimento del significato superficialmente letterale, e non nascondendosi mai che più volte i risultati di questa ricerca possano apparire incerti e precari. L’immagine che leggiamo all’inizio della prima omelia sull’Esodo — dove Origene assimila la Scrittura a un albero che si sviluppa più o meno rigoglioso e ricco di frutti in relazione alle cure più o meno sapienti che vi dedica l’agricoltore, cioè l’interprete — è quella che meglio di ogni altra ci fa capire che cosa per lui abbia significato lo studio della Scrittura: ricerca a tutto campo, per sua natura soprattutto aperta e aporetica. È più che naturale che a questa in lui radicata convinzione Origene non abbia inteso mai rinunciare, pur avvertendo l’esigenza, in ambito omiletico, di aggiustamenti, che per altro, in quanto esteriori, sono risultati solo poco più che marginali. Se perciò va apprezzata come più che lodevole la sua ambizione di far partecipe l’intera comunità dei frutti della sua mai intermessa ricerca, non ci nascondiamo che il modo di portare avanti tale ricerca, che è dire la sua tecnica esegetica, era costituzionalmente adatta, al di là del ristretto ambito della scuola, più a lettori che ad ascoltatori, e comunque ad ascoltatori di adeguato livello culturale, quelli di Alessandria e non quelli di Cesarea di Palestina. In questo senso la vicenda di Origene omileta appare paradossale: ha tanto sofferto per ottenere di predicare, ma ha ottenuto di farlo soltanto là dove la sua eloquenza non poteva essere compiutamente apprezzata.

© Osservatore Romano - 28 agosto 2015