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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
Misericordiadi MIRELLA CATERINA SORO*

In una lettera al beato Raimondo da Capua, padre e figlio spirituale allo stesso tempo, santa Caterina da Siena racconta un’esperienza che ha segnato profondamente la sua vita. Siamo nel 1375. Caterina viene a conoscenza della condanna a morte di Niccolò di Tuldo, giovane perugino che si trova a Siena dove gli viene comminata la pena capitale per aver sparlato della Repubblica. Gettato in carcere, la condanna lo fa andare su tutte le furie.
Respinge i preti e ogni sorta di persone. Caterina va a trovarlo e gli sta vicino. Inaspettatamente, egli accoglie la presenza di questa giovane donna così coraggiosa, forte e determinata. Nasce un’amicizia. E in lui, all’improvviso, avviene un cambiamento radicale. Lei stessa racconta questa esperienza così intensa: «Io ho ricevuto un capo nelle mani mie il quale mi fu di tanta dolcezza. Andai a visitare colui che sapete. E mi si fece promettere che, quando venisse il tempo della giustizia, io fossi con lui. La mattina innanzi la campana andai a lui e ricevette grande consolazione. Lo menai a udire la messa, e ricevette la santa comunione, la quale mai più aveva ricevuta». Niccolò è cambiato ma ancora «era rimasto un timore di non essere forte» nel momento della fine. «Ma la smisurata bontà di Dio lo ingannò e teneva il capo suo sul petto mio». Il nostro Dio ci “inganna” teneramente perché, anche se lo rifiutiamo, egli percorre vie impensate per attirare il nostro cuore al suo. Attraverso la carità dei fratelli ci fa incontrare la sua misericordia e la sua grazia. «E diceva: “Sta con me, non mi abbandonare. E così starò bene e muoio contento” ». Caterina fa un gesto forte: prova a ricevere lei, donna, lei, “pura”, il “sangue impuro” di un uomo macchiatosi dei più orrendi crimini. Conforta Niccolò con gesti e parole di tenerezza e scopre dentro di sé un desiderio grande: che il giovane non muoia da solo. Che sperimenti l’amore. Gli raccomanda di avere sempre nel cuore il nome di Gesù in attesa di quel momento. Lei stessa lo attende nel luogo della giustizia in orazione continua. «Io allora sentivo uno giubilo, uno odore del sangue suo; e non era senza l’odore del mio». Nella sofferenza del fratello, Caterina scopre la misericordia di Dio che si serve del dolore e della morte per donare a Niccolò la vita eterna. Caterina vive pienamente la sua vocazione “sacerdotale” domenicana, intercedendo per lui e facendosi canale della grazia. Attraverso di lei, Niccolò si avvicina a Dio e ai sacramenti che trasformano il suo cuore. Mentre riposa la testa sul petto di Caterina, il dolore si trasforma. Non passa ma diventa leggero e compatibile con un’intensa gioia. L’amore trasforma entrambi. Niccolò perde ogni timore, passa dalla tristezza alla letizia e si domanda: «Da dove mi viene tanta grazia, che la dolcezza dell’anima mia m’aspetterà al luogo santo della giustizia?». La «dolcezza dell’anima mia» è Caterina, divenuta per Niccolò amica e sorella. «Vedete che era giunto a tanto lume, che chiamava il luogo della giustizia luogo santo. E vedendomi cominciò a ridere. Aveva sulle labbra solo i nomi di Gesù e Caterina». Lei gli tiene la testa mentre lui viene decapitato. È un momento intenso, drammatico, doloroso che cambia per sempre la vita della santa. Ora lei vede «Dio e Uomo, come si vedesse la chiarità del sole». Vede che Dio non è altro che misericordia, Lui che «riceveva il sangue nel sangue suo»: Niccolò viene lavato nel sangue di Gesù e mentre muore a questa vita, rinasce alla vita eterna. Caterina percepisce che Dio non è altro che tenerezza. Incontrando il cuore straziato del condannato a morte, comprende che quel volto di dolore, solo alla fine illuminato dal sorriso, è il volto stesso di Gesù. E vede il cuore di Cristo aperto e un «mare di sangue» sgorgare da Dio: è il mare della vita. Il mare della misericordia. È bastata una piccola fessura nel cuore di Niccolò, perché Caterina vi entrasse e, attraverso lei, vi entrasse Gesù, con la sua infinita misericordia. Caterina si accorge di essere tutta bagnata col sangue di Niccolò e sente che non può levarselo di dosso. Comprende che l’esperienza di quella morte è diventata per tutti e due, per lei e per Niccolò, un’esp erienza di vita: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo» (Giovanni, 10, 9). Il sangue di Gesù, sparso sulla croce, è la sorgente di ogni amore, di ogni comunione, di ogni libero legame tra gli uomini. È principio e fondamento del cammino dell’uomo verso la libertà. Attraverso il sangue di Cristo, Dio riporta ogni uomo dentro il suo abbraccio: «Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Giovanni, 14, 6). Ma perché il sangue ha tanta forza? Perché è stato versato con amore ed è proprio nell’amore la sua forza ed efficacia. La misericordia di Dio ci lava nel «tesoro del sangue» (Dialogo, XV, 168) e dà vita, elimina le tenebre, dona la luce e la verità, confonde la bugia, ricrea, donando la grazia e rifacendo l’uomo a immagine di Dio, come era stato creato (cfr. Dialogo, XXX). Il sangue unisce, libera, purifica. «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno» (Giovanni, 7, 38). Bere quel sangue significa ricevere la forza dello Spirito e fare lo stesso cammino di Gesù: un percorso che è, insieme, via di luce, lacrime e amore. Dopo l’indimenticabile esperienza della morte di Niccolò, la vita di Caterina cambia completamente e lei racconta a Raimondo: «Io non potevo sostenere di levarmi il sangue». È come se dicesse: «L’esperienza che ho fatto è stata indimenticabile». La santa senese scopre che nel sangue di Gesù, sparso per ogni uomo, noi tutti siamo diventati Suoi, e Lui “n o s t ro ”. Mangiare il suo corpo e il suo sangue significa creare legami con lui e tra noi. È il percorso dell’uomo verso l’appagamento del desiderio profondo del suo cuore: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è che ti dice: “Dammi da bere”, tu stessa gliene avresti chiesto, ed egli ti avrebbe dato dell’acqua viva» (Giovanni, 4, 10). È un cammino fatto di gioia e dolore che si scontra con il limite umano. Nel desiderio, infatti, è insito un senso di incompiutezza, di mancanza, di “lontananza dalle stelle” (de- sidera ), dalla realizzazione dei sogni. È significativo che i desideri più profondi e più radicati nell’uomo sempre si accompagnano al dolore. E Dio si è innamorato così follemente di questa creatura così fragile e così contraddittoria, che è l’uomo, che ha cercato l’intimità profonda con lui e ha fatto del proprio corpo uno scudo perché l’umanità non morisse per sempre, schiacciata dal peso della propria fragilità, ma riavesse la vita in pienezza. C’è uno stretto legame tra “io” e “D io”, che passa per una stella: nel desiderio, sempre, è scritto il nostro essere creati a immagine e somiglianza del Creatore. Nel desiderio, è scritta la nostra appartenenza a Lui. Ma è pur vero che i desideri, spesso, ci danno pesantezza perché non siamo liberi. Per questo, Dio si serve anche delle prove e della sofferenza per liberarci dalle nostre schiavitù e ridonarci la libertà, la pienezza della gioia e della vita: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Giovanni, 10, 10). Il sangue di Gesù, perciò, non è stato versato invano: l’amore del Padre lo ha accolto e la sua risposta è stata la risurrezione del Figlio. L’eucaristia è una vera rivoluzione: è il dono di sé che Gesù ci ha fatto sulla croce. È il nostro usignolo, con il cuore squarciato dalle “spine” delle sofferenze dell’umanità. Ma da quella ferita, da quella apertura di cuore, da quel costato trafitto, defluisce il fiume della vita sacramentale. Perché il seme divino ricevuto col battesimo possa crescere, infatti, abbiamo bisogno di mangiare e bere la Vita. Tutto questo è dono della Sua misericordia che ci lava, ci purifica e ci santifica attraverso una via di dolore e di amore. Di perdono e rinascita. Di verità e amore.

*Monaca domenicana

© Osservatore Romano - 9-10 dicembre 2015