Nell’enciclica sulla cura del creato papa Francesco non trascura neppure l’importanza del lavoro a proposito del quale richiama la spiritualità dell’attività umana appellandosi all’esempio dei santi. Infatti afferma: «La spiritualità cristiana, insieme con lo stupore contemplativo per le creature che troviamo in san Francesco d’Assisi, ha sviluppato anche una ricca e sana comprensione del lavoro, come possiamo riscontrare, per esempio, nella vita del beato Charles de Foucauld e dei suoi discepoli. Raccogliamo anche qualcosa dalla lunga tradizione monastica. All’inizio essa favorì in un certo modo la fuga dal mondo, tentando di allontanarsi dalla decadenza urbana. […]. Successivamente, san Benedetto da Norcia volle che i suoi monaci vivessero in comunità, unendo la preghiera e lo studio con il lavoro manuale […]. Tale maniera di vivere il lavoro ci rende più capaci di cura e di rispetto verso l’ambiente, impregna di sana sobrietà la nostra relazione con il mondo». Per approfondire tali richiami è importante cogliere come frate Francesco d’Assisi si pose davanti alle diverse valutazioni del alvoro a lui coeve.
Nella Regula Pauli et Stephani, un’opera che ebbe probabilmente origine nell’Italia centrale nel secolo VII si prescrive di lavorare con le proprie mani per obbedire al precetto apostolico di 2Tess 3,10; il tutto ha sempre una finalità spirituale, cioè quella di evitare l’ozio, causa di peccato. Sempre sulla scia della Regula Benedicti è il Codex regularum di Benedetto di Aniane († 821). All’inizio del capitolo XXIX, si afferma che, terminata la «oratio et lectio», si deve «manuum operationibus insistere» e ciò perché «scriptum est: Otiositas inimica est animae». […] Il lavoro ha soprattutto un fine ascetico: vincere l’ozio mediante l’occupazione manuale, oltre a quello di mantenersi con le proprie mani. […] L’opera di Benedetto di Aniane ha una particolare importanza avendo avuto una vasta diffusione nei monasteri, tanto da essere spesso affiancata alla Regula Benedicti. Tale diffusione fu minore nei monasteri della penisola italiana.
Un aspetto particolare, presente invece nella Regula sancti Macarii, recepito da Benedetto di Aniane nella Concordia regularum, è l’assenza della tematica del lavoro come antidoto all’ozio. Non c’è un invito ad evitare l’ozio, ma a guardarsi dalla mormorazione: infatti si deve fare quanto comandato «sine aliqua murmuratione», come prescrive Paolo in Fil 2,14 e in 1Cor 10,10. Oltre che nelle regole, gli insegnamenti patristici circa il lavoro manuale sono stati recepiti anche nei sermones e nelle homiliae. Così Rodolfo Ardente, un predicatore della seconda metà del XII secolo i cui sermoni ebbero una discreta diffusione, tratta del precetto del lavoro enunciato in 2Tess 3,10 ispirandosi al pensiero patristico. Nell’omelia In dominica prima Quadragesimae, egli afferma che i ministri dell’altare devono essere d’esempio in «bonis operibus», cioè «in laboribus» […] onde evitare di vivere oziosamente.
Anche Giacomo da Vitry, in alcuni suoi sermoni sul lavoro, cita 2Tess 3,10 e Sal 127,2 e ciò non stupisce perché questi due testi erano considerati fondamentali da chiunque, nel Medioevo, volesse valorizzare l’attività umana. Lo stesso vale per l’affermazione di Gen 3,17-19, secondo la quale la fatica del lavoro è una conseguenza del peccato, e l’invito di Gesù, in Mt 6,28, ad abbandonarsi alla provvidenza come i gigli dei campi, sovente utilizzati per presentare negativamente il lavoro manuale.
Dai testi osservati si può dedurre che, accanto a 2Tess 3,10, quelli di Girolamo e Benedetto sono ritenuti, nel pensiero e nella spiritualità medievale, delle auctoritates basilari per presentare positivamente il lavoro. Infatti, seguendo il dettato della Regula Benedicti, fondamentale è soprattutto l’esempio dei Padri il quale spesso precede perfino lo stesso insegnamento apostolico. Come si può notare la tematica del lavoro, come mezzo per vincere l’ozio, è diventato patrimonio comune della vita monastica. A volte la sentenza del capitolo XLVIII della Regula Benedicti, è riportata in modo anonimo, e, seguendo l’insegnamento di Girolamo, si sostiene che il lavoro è un modo per essere sempre occupati e non diventare preda del demonio. […]
Nel caso degli Umiliati, il lavoro era valutato positivamente, ma non semplicemente come mezzo di ascesi. Infatti, nella Regola per loro scritta, non si fa mai cenno al tema del lavoro come mezzo per evitare l’ozio, distanziandosi così da tutta la tradizione ascetica monastica. Il capitolo XVI della Regula degli Umiliati, approvata da Gregorio IX il 7 giugno del 1227 con la bolla Cum felicis memorie, trattando del lavoro cita 2Tess 3,10 e Sal 127,2. Pur rifacendosi in altre parti alla Regula Benedicti, non c’è alcuna citazione o allusione al concetto benedettino del lavoro come mezzo per vincere l’ozio. […] Neppure nella forma di vita della comunità di Bernardo Prim c’è la connessione ascetica tra lavoro e ozio. Così, nella lettera di Innocenzo III contenente il programma di vita di Bernardo Prim e dei suoi soci, c’è una esortazione affinché «dum tempus ingruit, propriis manibus laboramus», ma non c’è alcun riferimento al tema monastico del lavoro come antidoto all’ozio. In questi ultimi due casi, degli Umiliati e della comunità di Bernardo Prim, non vi è alcun accenno ad una motivazione ascetica per cui svolgere un determinato lavoro; traspare una normativa che corrisponde di più ad uno stile di vita che possiamo definire laico. Soltanto una successiva evoluzione in senso clericale e monastica porterà gli Umiliati ad appropriarsi di tematiche monastiche originariamente estranee alla loro forma vitae.
Solo all’interno di questo variegato clima di accoglienza o no di alcuni temi riguardanti la concezione del lavoro provenienti dalla precedente tradizione patristica e monastica, si può cercare di dare una valutazione ai versetti 10-12 del capitolo VII della Regola non bollata di Francesco d’Assisi.
Per un approfondimento:
P. Messa, Le fonti patristiche negli scritti di Francesco di Assisi, prefazione di Giovanni Miccoli, Edizioni Porziuncola, Assisi 2006.