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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
pantocrator-palermodi INOS BIFFI

Il «Signore Gesù» rappresenta l’argomento più ardentemente richiamato da sant’Ambrogio, come contenuto originale della sua teologia e come riferimento di tutta la sua opera pastorale. Allo stesso Gesù si volge la preghiera che di frequente e spontaneamente gli fiorisce sulle labbra durante la sua predicazione. Del resto — osservava il vescovo di Milano — «mentre parlo, Gesù è con me, in questo punto, in questo momento preciso» (Expositio evangelii secundum Luca, II, 13). E allora non ci sorprendiamo che — come scrive Paolino — pochi giorni prima di morire vide «essendo immerso in preghiera, il Signore Gesù venire e lui e sorridergli» (Vita Ambrosii, 47, 1).
C’è una ragione particolare che spiega questa ricorrente e fondamentale presenza di Cristo nella teologia e nella spiritualità di sant’Ambrogio: egli divenne inaspettatamente, e contro voglia, vescovo di una comunità cristiana da vent’anni guidata da Aussenzio I, che non riconosceva a Cristo la prerogativa della divinità: l’opera assidua e costante di Ambrogio predicatore e scrittore fu tutta tesa al riconoscimento e all’illustrazione di Gesù come Figlio di Dio, e con un rigore di linguaggio e una perfezione di formule — destinate a diventare comuni nella fede e nella teologia della Chiesa — che lasciano sorpresi in un uomo che proveniva dalla carriera politico-amministrativa, un «consularis» «strappato dai tribunali e dalla magistratura», come egli diceva (De officiis, I, 1, 4) per di più non ancora battezzato né — come sembra — intenzionato ad esserlo a breve scadenza. Prima che san Girolamo — forse risentito perché il potente e influente vescovo di Milano aveva ostacolato la sua successione a Papa Damaso e favorito la sua dipartita da Roma — si esercitasse nella maldicenza verso lui aveva scritto: «Dopo la tarda morte di Aussenzio, nominato vescovo di Milano Ambrogio, tutta l’Italia si converte alla vera fede» (C ro n i c h o n ), ossia alla fede in Gesù Cristo Figlio di Dio. L’ortodossia cristologica da subito occuperà l’impegno teoretico di Ambrogio per i termini esatti della sua definizione, mentre la figura concreta di Gesù si porrà al centro e al principio di tutta la sua visione della storia della salvezza, o più semplicemente di tutta la storia, compresa la creazione, per cui Cristo sarà considerato assolutamente eccedente rispetto a qualsiasi colpa dell’uomo, giudicata sempre in ritardo e secondaria rispetto al dono e alla grazia di Cristo: «Cristo è il seme di tutto» (Semen omnium Christus) (Explanatio Psalmi, 43, 39). In particolare, sant’A m b ro g i o mette in luce l’intima relazione che unisce Cristo alla vergine consacrata, e, infatti, è negli scritti sulla verginità che riscontriamo l’elogio più vivo e più appassionato. Scrive nel De virginitate (99): «In Cristo abbiamo tutto [...]. Cristo è tutto per noi: se desideri risanare le tue ferite, egli è medico; se sei angustiato dall’arsura della febbre, egli è fonte; se ti trovi oppresso dalla colpa, egli è giustizia; se hai bisogno di aiuto, egli è potenza; se hai paura della morte, egli è vita; se desideri il paradiso, egli è via; se rifuggi le tenebre, egli è luce; se sei in cerca di cibo, egli è nutrimento». Ma c’è un secondo testo stupendo, in cui Ambrogio afferma che, prima ancora che noi cerchiamo il Signore, è lui a cercare noi. Egli ci precede: «Tu cominci appena a cercarlo, e Cristo ti è già vicino: egli non può mancare a chi lo desidera, dopo che apparve a coloro che neppure lo sognavano, e fu trovato da quelli che non domandavano di lui. Se pensi e parli di lui, egli è presente» (Exhortatio virginitatis, 57). E un terzo testo: «Cristo non viene meno a nessuno: siamo noi a venir meno. A nessuno egli manca, anzi per tutti sovrabbonda. Chi si desta lo trova accanto a sé» (Expositio evangelii secundum Luca, V, 116). E c’è anche una anafora ambrosiana — la quinta — coi medesimi motivi: «Manda a noi, o Padre onnipotente, l’unigenito tuo Figlio, tu che ce lo hai mandato con amore spontaneo, prima ancora che l’uomo potesse cercarlo». Ora, leggendo questi testi di sant’Ambrogio, ne scopriamo la felice e sorprendente sintonia con i temi ricorrenti della predicazione del Sommo Pontefice Francesco. Afferma il Papa: «Dio ci aspetta sempre, anche quando ci siamo allontanati! Lui non è mai lontano e, se torniamo a Lui, è pronto ad abbracciarci»; «Non sei tu che cerchi Dio, ma è Lui che cerca te»; «Tu lo cerchi, ma lui ti cerca per primo»; «Dio è quello che “viene prima”». È suggestivo constatare come questi accenti, che stanno suscitando largo consenso e diffusa ammirazione, ripropongano il magistero di un antico Padre e Dottore: un magistero che non ha cessato di scorrere, come una vena d’acqua, fresca e inesausta, nella tradizione della Chiesa.

© Osservatore Romano - 24 luglio 2013