Nel cuore di Pechino, nella zona della città che ospita i palazzi del Governo e del partito c'è un edificio di grandi dimensioni e di sontuoso arredo. Millennium Museum si chiama, perché è stato inaugurato nell'anno 2000 per accogliere le grandi cerimonie di Stato e gli eventi culturali di assoluto prestigio. Io lo conosco bene perché nel 2006 ci ho allestito una importante mostra sul Rinascimento italiano, la prima di questo titolo portata in Cina dal ministero della Cultura italiano. Ebbene, l'immensa sala d'onore del Millennium, di forma circolare, grande come una piazza, è percorsa da un fregio scolpito in marmi policromi di proporzionate dimensioni che racconta gli episodi salienti della storia cinese.
Si comincia con il primo imperatore, quello che bruciò i libri e alzò la Grande Muraglia, si finisce con Den Tsiao Ping, il presidente inventore del celebre slogan "arricchirsi è glorioso". Questa immensa antologia della storia patria è popolata di cinesi. Sono imperatori e ministri, generali, dignitari, intellettuali, eroi della rivoluzione.
Non ci sono stranieri a testimoniare la gloria dell'impero di mezzo, con la sola eccezione di due italiani: uno è Marco Polo, alla corte di Kubilai Khan, l'altro è Matteo Ricci che, in veste di mandarino confuciano, scruta i cieli dall'osservatorio astronomico della città proibita.
Come e perché un marchigiano di Macerata sia transitato dal Collegio Romano alla corte imperiale di Pechino identificandosi con la cultura del popolo che lo ospitava al punto di consegnare, quattro secoli dopo, la sua memoria e la sua immagine alla iconografia ufficiale della repubblica socialista e formalmente atea, questo è l'argomento della mostra che il Braccio di Carlo Magno ospita nell'anno 2009, alla vigilia del quarto centenario dalla morte del celebre gesuita.
Occorrerà chiedersi - se lo chiedono gli studiosi specialisti che occupano con i loro saggi il catalogo introdotto dalle mie righe - qual era il segreto di padre Matteo. Su quali registri, preceduto da quali intuizioni, finalizzato a quali obiettivi, supportato da quali tecniche della retorica, della didattica, della inculturazione, seppe muoversi il suo squisito incantevole mimetismo? E come ha potuto la civiltà più stilizzata, più formale e più autoreferenziale del mondo accettare, assorbire e quasi metabolizzare il "barbaro" che veniva dal Collegio Romano?
E ancora occorrerà chiedersi perché l'esperimento missionario di Matteo Ricci è così rapidamente deperito. Perché ha incontrato a Roma severi e non superabili contrasti? Resta il fascino di un uomo che ha saputo riflettere come in uno specchio la civiltà, la cultura del popolo che lo ospitava. Un popolo che a un certo punto lui, il gesuita formatosi nelle aule severe del Collegio Romano, si è accorto di amare.
Per abitare e conoscere un popolo fino ad amarlo, bisogna diventare docili, pieghevoli, flessibili. Bisogna farsi giunco, acqua trasparente, vela sensibile a ogni fremito di vento. Bisogna diventare liquidi e pervasivi nel senso di farsi abitare dalla lingua e dallo spirito di quel popolo.
Mi ha sempre colpito il saggio sull'amicizia che Matteo Ricci ha dedicato a un eminente dignitario dell'impero, a un intellettuale che è facile immaginare un po' confuciano, un po' animista, un po' (forse) cristianizzante. Il modello di quel testo, viene, come è noto, da Cicerone ma quello che stupisce è la sapienza con la quale il gesuita ha saputo macerare e trasfigurare l'archetipo latino fino a farlo diventare leggero e lucente come un arazzo di seta. Fino a farlo diventare, in una parola, cinese.
In un cortile interno e dismesso del Collegio Romano c'è una antica iscrizione che il tempo ha risparmiato: Si hortum cum bibliotheca habebis nihil deerit. È tratta dalle Familiares di Cicerone e doveva servire da monito agli studenti destinati alle missioni in Oriente. Mi piace pensare che Matteo Ricci adolescente appena arrivato da Macerata l'abbia meditata a lungo e ne abbia fatto tesoro.
I libri sono importanti - la poesia, la filosofia, le scienze matematiche e meccaniche nelle quali il gesuita eccelleva - ma altrettanto importante è il giardino di questo mondo che Dio ci ha dato.
Così, dialogando con i suoi amici intellettuali della corte imperiale, esprimendosi con fluida eleganza nel più puro cinese mandarino, Matteo Ricci poteva parlare del De rerum natura di Lucrezio, dell'architettura di Vitruvio e dell'anatomia di Vasalio ma anche del mantello della tigre nella foresta di bambù, dei riflessi del cielo sull'acqua, alla luna d'agosto.
Solo in questi modi obliqui, leggeri e infinitamente rispettosi, il cristianesimo poteva entrare in Cina. Così pensava il gesuita Matteo Ricci. A Roma la pensavano diversamente. I suoi esperimenti vennero interrotti, la sua memoria parzialmente oscurata.
Per vedere riconosciuta la gloria del gesuita dobbiamo andare nel Millennium Museum di Pechino dentro il monumento celebrativo di uno Stato socialista e ateo. Mirabile esempio di eterogenesi dei fini. O di ironia di Dio, come preferisco dire.
(©L'Osservatore Romano - 2 agosto 2009)