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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
04 Mani in preghiera miniLa scuola della Parola. Una antologia commentata dei testi e degli interventi di Carlo Maria Martini sulla cattedra di sant’Ambrogio. È quanto contiene Perle di Martini. La Parola nella città, 1980-2002 (Bologna, Edizioni Dehoniane Bologna, pagine 331, euro 19), di cui pubblichiamo l’introduzione del curatore. E delle «Opere» di Martini è uscito il quarto volume (La scuola della Parola. A cura di Giampiero Forcesi e Maurizio Teani. Prefazione di Gianfranco Ravasi. Introduzione di Franco Agnesi, Milano, Bompiani, 2018, pagine l + 925, euro 25) che raccoglie tutti i testi relativi all’iniziativa promossa dall’arcivescovo gesuita tra il 1980 e il 2002. Negli scritti e nei discorsi di Carlo Maria Martini. Rispondere all’appello del testo (Marco Vergottini)
Come ha acutamente mostrato Ermanno Olmi nel suo recente film, Vedete, sono uno di voi — vero atto di poesia da parte di un grande artista della cinepresa — occorre riconoscere che, se Carlo Maria Martini è potuto diventare uno dei grandi italiani illustri del Novecento, è non tanto perché egli sia stato un’autorità indiscussa in campo internazionale di critica testuale del Nuovo testamento, neppure perché si sia distinto come un’eminente figura della famiglia ignaziana, ma soprattutto perché — seppur inizialmente quasi contro la sua volontà — egli si è ritrovato catapultato a Milano a sedere sulla cattedra dei santi Ambrogio e Carlo Borromeo e, più vicino a noi, del beato Giovanni Battista Montini, divenuto poi Paolo VI. La Chiesa e la città di Milano hanno per parte loro rappresentato una straordinaria occasione per spalancare scenari impensati al cinquantaduenne rettore dell’Università Gregoriana, ma molto più la grande metropoli europea e la diocesi ambrosiana hanno ricevuto dalla figura e dall’insegnamento impartito da questo uomo e cristiano, innamorato della Parola, grande comunicatore e fine intellettuale. Si tratta allora con la presente pubblicazione di esplorare in profondità il magistero ambrosiano di Carlo Maria Martini, grazie alla scelta di utilizzare come fonte i diversi volumi (tutti pubblicati per i tipi delle Edizioni Dehoniane di Bologna) in cui sono stati collezionati lettere, discorsi e interventi dell’arcivescovo nei suoi 23 anni trascorsi sulla cattedra di Ambrogio. Il materiale ivi accumulato è impressionante per mole e larghezza di vedute: per la precisione, ci si imbatte nella bellezza di millecentotrentasei (1136) interventi, per complessive tredicimiladuecentodiciannove (13.219) pagine! Con un’operazione di scandaglio di questo oceano cartaceo, si è riusciti a far affiorare un centinaio di perle e di madreperle, tutte di uno stupefacente splendore e di una sorprendente attualità. Una volta stabilito l’ordito, costituito da frammenti di testi forgiati durante i quasi cinque lustri che hanno scandito le diverse stagioni dell’episcopato milanese, lo sforzo del curatore è stato di andare alla ricerca di personalità della vita ecclesiale e dello scenario pubblico, per chiedere loro di cimentarsi nel lavoro di tramatura, così da restituire una sfavillante collana che, facendo tesoro del passato, potesse rischiarare il presente in vista di un futuro ricco di speranza e di fedeltà al nostro tempo. In modo che quest’ultimo da una sequenza meccanica di istanti (chronos) potesse tramutarsi in momento provvidenziale e favorevole, da cogliere come chance per propiziare il felice esito dell’avvenire (kairós). A nessuno sfugge che Martini si sia prodigato con tutte le sue forze per istituire una feconda alleanza fra il «noi ecclesiale» — illuminato dalla parola di Dio, che è capace di convertire i cuori e di creare un tessuto pastorale strutturato e accogliente — e la vicenda della società civile circostante — con le sue luci e le sue opacità. Anche la città degli uomini, fondata sull’amicizia e sulla ricerca del bene comune, deve confidare che la libertà dei singoli e l’intraprendenza solidale possano consentire ai suoi abitanti di perseguire la giustizia e di tendere alla pace per tutti. Un vero rinnovamento sociale — ricordava al termine del quarantasettesimo sinodo diocesano — ha bisogno di volontà e di incontro, di modi e di linguaggio capaci di attuare un confronto. «Non è possibile che una società si rinnovi senza una presa di coscienza delle buone ragioni di una convivenza sociale: il senso dell’appartenenza, la responsabilità condivisa, la capacità di perdono reciproco. In tutto ciò la comunità cristiana e la società civile devono e possono lealmente cooperare». Da una parte, il cardinale nella sua vita di pastore ha sollecitato i credenti a comprendere che la Scrittura implica la consapevolezza della tipicità di questo testo che rende accessibile la rivelazione del Dio di Gesù Cristo in ogni tempo e in ogni spazio, proprio in ragione della sua natura di scrittura testimoniale. Ciò comporta un’interazione fra il mondo del testo e il mondo del lettore, che nell’esercizio di lettura riconosce un orizzonte di senso e, in quanto si sente appellato da esso, prende posizione nei suoi confronti. Come tale la lettura non è mai un monologo, ma l’incontro con l’altro, che nel libro ci rivela qualcosa della sua storia più recondita e a cui ci rivolgiamo in uno slancio affettivo. Con il risultato che la nostra stessa identità è rinnovata dalla tensione verso l’alterità e la differenza, e contestualmente è sollecitata a corrispondere in modo responsabile all’appello di senso racchiuso nel testo. L’atto credente è dunque condizione fondamentale per comprendere la Scrittura, a patto di intenderlo rigorosamente, sotto il profilo teologico ed ermeneutico, come disposizione (affinità vitale) di chi resta aperto al sempre nuovo e singolare evento di verità. Perché al corretto incontro con il testo biblico si può soltanto accedere predisponendosi in attesa, dicendo: «Io aspetto incessantemente l’inaspettato» (E. Canetti). Dall’altra parte, secondo Martini, si dischiude un compito culturale impellente — che accomuna la città con le sue istituzioni politiche e la stessa Chiesa con la sua funzione educativa — così da favorire un soprassalto di stima sociale e di prestigio al comportamento onesto e altruistico, anche se austero e povero, perché, come ricordava sant’Ambrogio, «quanto è fortunata quella cittadinanza che ha moltissimi giusti» (De Cain et Abel ii, 12). In questo senso, il cardinale ammoniva la città a riscoprire — con il contributo fattivo e sincero dei credenti — la sua vocazione a custodire la pienezza dell’umano e l’ospitalità servizievole verso gli ultimi e i più poveri, vera icona del Dio misericordioso. La Parola nella Chiesa e le parole alla città costringono entrambe le realtà a riscoprire reciprocamente il vantaggio di prodigarsi in un dialogo serrato, da cui poter trarre benefici soltanto a costo di misurarsi anche con scomode verità. Pur distinguendosi come un pastore che non disdegnava affatto di misurarsi con il mondo della cultura dei media, Martini non di rado ha incalzato quei laici che pensavano di liquidare le grandi domande del cristianesimo, quasi si trattasse del regresso a forme di superstizione infantile, come pure ha inteso denunciare nella vita pubblica prepotenze, meschinità, trasformismi e il degrado delle coscienze. Nel caso della comunità cristiana, egli non si è limitato soltanto a ribadire a più riprese la necessità di costruire un’opinione pubblica nella Chiesa per «discutere liberamente» al suo interno, ma persino è giunto ad azzardare — non senza audacia — che «la Chiesa italiana potrebbe ricavare frutti di sempre maggiore povertà, essenzialità, purezza, linearità da alcuni episodi di laicismo che contraddistinguono certi settori della società italiana». L’auspicio è che i lettori «pensanti» della presente raccolta possano cimentarsi in un singolare esercizio di libertà — non la libertà effimera di consumatori bulimici, ma quella tenace di esploratori instancabili — così da concorrere a riconoscere virtuosamente e a costruire creativamente il nesso singolare tra le parole e i significati, realizzando un fruttuoso intreccio fra l’intentio operis e l’intentio lectoris. Senza dimenticare l’intentio auctoris, il cui messaggio sollecita a lasciarsi attrarre e inquietare — attraverso un serrato «corpo a corpo» dialogico — dal legame con la verità che si dischiude nella Parola che dà senso all’esistenza autentica e alla ricerca incessante del segreto dell’umano.

© Osservatore Romano - 6 aprile 2018