Antifona d'Ingresso Fil 2, 10-11Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
a gloria di Dio Padre.
In nómine Iesu omne genu flectátur, caeléstium, terréstrium et infernórum; et omnis língua confiteátur quia Dóminus Iesus Christus in glória est Dei Patris.
☧
“.. Era davvero molto occupato con Gesù. Gesù portava sempre nel cuore, Gesù sulle labbra, Gesù nelle orecchie, Gesù negli occhi, Gesù nelle mani, Gesù in tutte le altre membra. Spesso, quando voleva nominare Cristo Gesù infervorato di amore celeste lo chiamava «il Bambino di Betlemme», e quel nome «Betlemme» lo pronunciava riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto, producendo un suono come belato di pecora. E ogni volta che diceva «Bambino di Betlemme» o «Gesù», passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quelle parole.” (FF 522, 470)
Ora, come si vede, il fondatore dei frati minori, mosso dallo Spirito, aveva come costante quotidiana e “respiratoria” quella del nome di Gesù.
E, come insegnano i santi padri del deserto, ritmare il respiro e il desiderio sulla Parola ci rende a nostra volta parola nella Parola. Teofori, Cristofori.
E, nel Nome, troviamo il nostro nome.
Non è magia ma devozione, non è parola vana ma preghiera incessante. Non è animismo ma depositare per Grazia, nella natura quotidiana ed attuale, il cuore nel Cuore.
L'animismo non crede nell'Onnipotenza di Dio, che chiama sempre a cooperazione l'uomo con la volontà e la ragione, ma si fonda sull'assurdo che deposita tutta la responsabilità sull'inafferrabile divino tradendo la Grazia e la volonta di Dio che pur precedendo e sostenendo la nostra debolezza chiede almeno la nostra debole resa: "Dio ti invita a fare quello che puoi e «a chiedere quello che non puoi»; o a dire umilmente al Signore: «Dammi quello che comandi e comandami quello che vuoi»" (Papa Francesco, Gaudete et exultate, 49).
L'accento sulla nostra debolezza, tuttavia, non dev'essere occasione di giustificazione di ciò che è male e disordinato ma aprire, nel discernimento, questo sconosciuto, la nostra debolezza di intelletto e di volontà, all'azione trasformante della Grazia, nella gradualità che Dio stesso ha previsto sartorialmente per ciascuno di noi.
"Certamente, la confessione della propria colpa può apparire spesso pesante alla persona, perché umilia il suo orgoglio e lo confronta con la sua povertà. Ma è proprio di questo che abbiamo bisogno; proprio di questo soffriamo, che ci rinchiudiamo nel nostro delirio di incolpevolezza e così ci chiudiamo anche davanti agli altri e nei confronti degli altri. Nelle cure psicoterapeutiche si esige dalle persone di portare il peso di profonde e spesso pericolose rivelazioni circa la loro interiorità. Nel sacramento della Penitenza si depone con fiducia nella bontà misericordiosa di Dio la semplice confessione della propria colpa. E' importante fare questo senza cadere nello scrupulo, nello spirito di confidenza proprio dei figli di Dio. Così la confessione può divenire un'esperienza di liberazione, nella quale il peso del passato ci abbandona e noi possiamo sentirci ringiovaniti per merito della grazia di Dio, che ci ridona ogni volta la giovinezza del cuore."
(Card. J. Ratzinger, Congregazione per la Dottrina della Fede, presentazione della Lettera apostolica in forma di Motu proprio "Misericordia Dei").
E se Dio chiede e talvolta esige è perché prima dona e dona di saper chiedere aiuto, resi, spogliati, confidenti.
La Chiesa ha questo compito verso i figli nel Figlio, per mandato del Suo Signore.
L'animismo non crede nell'Onnipotenza di Dio, che chiama sempre a cooperazione l'uomo con la volontà e la ragione, ma si fonda sull'assurdo che deposita tutta la responsabilità sull'inafferrabile divino tradendo la Grazia e la volonta di Dio che pur precedendo e sostenendo la nostra debolezza chiede almeno la nostra debole resa: "Dio ti invita a fare quello che puoi e «a chiedere quello che non puoi»; o a dire umilmente al Signore: «Dammi quello che comandi e comandami quello che vuoi»" (Papa Francesco, Gaudete et exultate, 49).
L'accento sulla nostra debolezza, tuttavia, non dev'essere occasione di giustificazione di ciò che è male e disordinato ma aprire, nel discernimento, questo sconosciuto, la nostra debolezza di intelletto e di volontà, all'azione trasformante della Grazia, nella gradualità che Dio stesso ha previsto sartorialmente per ciascuno di noi.
"Certamente, la confessione della propria colpa può apparire spesso pesante alla persona, perché umilia il suo orgoglio e lo confronta con la sua povertà. Ma è proprio di questo che abbiamo bisogno; proprio di questo soffriamo, che ci rinchiudiamo nel nostro delirio di incolpevolezza e così ci chiudiamo anche davanti agli altri e nei confronti degli altri. Nelle cure psicoterapeutiche si esige dalle persone di portare il peso di profonde e spesso pericolose rivelazioni circa la loro interiorità. Nel sacramento della Penitenza si depone con fiducia nella bontà misericordiosa di Dio la semplice confessione della propria colpa. E' importante fare questo senza cadere nello scrupulo, nello spirito di confidenza proprio dei figli di Dio. Così la confessione può divenire un'esperienza di liberazione, nella quale il peso del passato ci abbandona e noi possiamo sentirci ringiovaniti per merito della grazia di Dio, che ci ridona ogni volta la giovinezza del cuore."
(Card. J. Ratzinger, Congregazione per la Dottrina della Fede, presentazione della Lettera apostolica in forma di Motu proprio "Misericordia Dei").
E se Dio chiede e talvolta esige è perché prima dona e dona di saper chiedere aiuto, resi, spogliati, confidenti.
La Chiesa ha questo compito verso i figli nel Figlio, per mandato del Suo Signore.
Tornando in ambito francescano, proprio per l’esposizione e la predicazione missionaria del nome di Gesù, San Bernardino è considerato “patrono dei pubblicitari”.
Per i pubblicitari che vivono di “simbolismo degradato” e di archetipi nevroticamente deformati per la “vendita” c’è di che riflettere, perché se la pubblicità non dona di conoscere il Bello, il Vero e il Buono, a poco serve. Anzi proprio non “serve”. Dissipa, distrae, obnubila.
Ed anche noi, che riempiamo di parole nostre, specie i social, esse sono inutili e vane se non riportano al Nome e se non vivono del Nome.
Non solo.
Se inganniamo molti portandoli al nostro nome e non al Nome di Gesù siamo nemici di noi stessi, dei fratelli e ci comportiamo da empi.
"Non a noi, Signore, non a noi,
ma al tuo nome da' gloria,
per la tua fedeltà, per la tua grazia." (Sl. 114,1)
"Chi spera in te, a causa mia non sia confuso,
Signore, Dio degli eserciti;
per me non si vergogni
chi ti cerca, Dio d'Israele." (Sl. 68,7)
"Non a noi, Signore, non a noi,
ma al tuo nome da' gloria,
per la tua fedeltà, per la tua grazia." (Sl. 114,1)
"Chi spera in te, a causa mia non sia confuso,
Signore, Dio degli eserciti;
per me non si vergogni
chi ti cerca, Dio d'Israele." (Sl. 68,7)
Giudichiamo qui i nostri scritti, il nostro parlare, le nostre scelte, le nostre azioni, il nostro "servire", e, perché no, il nostro essere "social".
Infatti come ci insegnano Maria, Giuseppe e tante altre figure del Vangelo di questi giorni, ciò che muove il tempo, i passi, le scelte verso il Bene e il compimento di esso, è Gesù e il Suo Santissimo Nome, che non segue la logica dell’apparire e della vendita, degli effetti speciali, e non fa di "ogni cosa un mercato" ma piuttosto si pone in ascolto e docile della “sobria ebbrezza” dello Spirito nella Sapienza di Betlemme e di Nazaret.
PiEffe
PiEffe