Un libro apparso qualche anno fa a cura di Roberto Scagno (Veneti in Romania, 2008) ricostruiva minuziosamente, oltre alla storia ancora quasi sconosciuta dell'emigrazione italiana nel Paese danubiano dall'Ottocento fino alla seconda guerra mondiale, anche la fine traumatica di quell'esperienza migratoria, coincisa con l'affermazione dopo il 1945 del regime comunista.

Nel clima di terrore avviato, avvenne anche lo scompaginamento della presenza cattolica: denuncia unilaterale del concordato (17 luglio 1948) con la Santa Sede, statalizzazione delle scuole confessionali e confisca dei loro beni, divieto di contatto fra le gerarchie ecclesiastiche locali e quelle straniere. La Chiesa più colpita fu la greco-cattolica, riunificata di forza a quella ortodossa e di fatto soppressa. Il martirio dei sei vescovi in carica all'inizio della persecuzione e dei sacerdoti (poco meno di duemila), purtroppo ancora quasi sconosciuto, è una delle pagine tragiche della storia novecentesca. Per questo segnaliamo una pubblicazione, ora finalmente disponibile in italiano, dopo l'edizione romena del 1993, che ne costituisce un'impressionante testimonianza. È il libro di memorie del vescovo Ioan Ploscaru (1911-1998), che fu arrestato nel 1949 e trascorse, fra spaventose torture, quindici anni nelle galere comuniste, colpevole solo di essere rimasto fedele alla propria fede (Catene e terrore. Un vescovo clandestino greco-cattolico nella persecuzione comunista in Romania, Bologna, Edb, 2013, pagine 476, euro 30).Vi furono anche altri sacerdoti letteralmente massacrati in quegli anni. Scagno ci ricorda un nome, anche questo dimenticato: quello del francescano veneto Clemente Gatti (1880-1952), che operava da anni in Transilvania e nel 1950 fu trasferito a Bucarest per assistere i pochi italiani che vi erano rimasti.
All'inizio del 1951 le autorità italiane e la curia generalizia di Roma tentarono invano di convincere padre Gatti ad abbandonare la Romania. Ma egli volle rimanere al suo posto, andando così consapevolmente incontro al suo tragico destino, cioè all'arresto l'8 marzo 1951. Condannato, subì nell'anno di carcere tali sevizie da essere ridotto in fin di vita, tanto che le autorità romene, incalzate dalle pressioni italiane, preferirono sbarazzarsene prima che morisse, spedendolo a Vienna nell'aprile 1952. Qui giunse in condizioni pietose, in stato confusionale, non più in grado nè di parlare nè di muoversi. Trasferito con ogni riguardo in Italia, morì il 6 giugno nel convento di Saccolongo, nel padovano. Su questa luminosa figura ora la diocesi di Padova ha doverosamente aperto il processo di canonizzazione. Padre Gatti è stato riabilitato dalle autorità romene nel 1997 e la sua condanna annullata.
(©L'Osservatore Romano 2 agosto 2013)