Del resto, ha ricordato, fu Papa Giovanni XXIII, nel discorso di apertura, a indicare nella misericordia la novità e lo stile di quell’assise. E tra gli adempimenti del concilio, ha detto padre Cantalamessa iniziando la meditazione, «il più necessario e il più urgente» è l’appello alla santità. Eppure è anche «quello che rischia di essere il più trascurato» visto che a reclamarlo sono «solo Dio e la coscienza e non invece pressioni o interessi di gruppi particolari nella Chiesa». E ha aggiunto con amarezza: «A volte si ha l’impressione che, in certi ambienti e in certe famiglie religiose» ci sia stato «più sforzo per portare sugli altari i propri fondatori o confratelli che per imitarne gli esempi e le virtù». Il concilio invece ha rimarcato a chiare lettere che la santità «fa parte della normalità della vita cristiana», non deve incutere paura come se fosse una prova straordinaria e troppo ardua alla quale siamo chiamati. Essa, ha detto il predicatore, «è alla portata di tutti». «Siate santi perché io, il Signore vostro Dio, sono santo», recita il libro del Levitico. E la riflessione del cappuccino ha innanzitutto evidenziato come la santità, così come era intesa nell’Antico Testamento, era caratterizzata da un’idea ritualistica, racchiusa in un codice di leggi che coinvolgeva oggetti, luoghi, riti, prescrizioni. La grande novità del Nuovo Testamento è che i cristiani sono considerati «santi per vocazione »: non è più un fatto rituale o legale, «ma morale se non addirittura ontologico». In Gesù ci raggiunge la santità stessa di Dio. «È lo Spirito Santo che ci santifica», ha spiegato padre Cantalamessa, aggiungendo che il vero «colpo d’ala» nella vita spirituale si compie quando capiamo che «la santità di Cristo ci appartiene più che la nostra stessa santità». Dobbiamo però essere consapevoli che questa «appropriazione» della santità attraverso la fede e i sacramenti non può essere staccata dalle opere, dallo sforzo personale. «L’opposizione tra fede e opere — ha spiegato il predicatore — è un falso problema» perché «le opere buone, senza la fede, non sono opere “buone”, e la fede senza le opere buone non è vera fede». È come per la vita fisica: un bambino non può fare nulla per essere concepito, ma una volta che è nato deve mettere in opera i suoi polmoni per respirare, deve darsi da fare. In questo senso il cappuccino ha sottolineato i due verbi che nel Nuovo Testamento vengono usati a proposito della santità: «Siete santi, siate santi». La santità, ha quindi approfondito il predicatore, «non è un’imposizione, un onere che ci viene messo sulle spalle, ma un privilegio, un dono». Vale, cioè, l’e s p re s s i o n e francese noblesse oblige: «Bisogna essere santi perché Dio è santo». Ecco perché, ha spiegato, se non si risponde a questa vocazione «si fallisce radicalmente in quello che uno è, non solo in quello che uno fa». E ha ricordato madre Teresa di Calcutta che diceva: «La santità non è un lusso, ma una necessità». D’altro canto, la buona notizia è che a nessuno è preclusa questa grandezza: «Vi sono santi tra i ricchi e tra i poveri, tra i forti e tra i deboli, tra i geni e le persone senza cultura». La meditazione è quindi giunta alla sua parte finale, esortativa, con l’indicazione per la vita concreta di ognuno. Rispondere alla propria vocazione alla santità è, infatti, un impegno quotidiano: «Il nostro tendere alla santità — ha detto il francescano — somiglia al cammino del popolo eletto nel deserto ». Un percorso fatto di «soste e ripartenze ». Ciascun individuo, ogni tanto, ha bisogno di fermarsi e chiedersi: «Perché sei cristiano? Perché sei sacerdote o religioso? Stai facendo quello per cui sei al mondo?» e, quindi, «rimettersi in cammino». Soprattutto è necessaria la «conversione dalla tiepidezza ». Dunque, ha concluso, bisognerebbe chiedersi con sincerità: «Io ho fame e sete di santità, o mi sto rassegnando alla mediocrità?».
© Osservatore Romano - 12 dicembre 2015