Il giubileo dedicato all'apostolo Paolo ha ricondotto l'attenzione dei cultori della storia del cristianesimo primitivo verso gli argomenti del culto, della devozione, della memoria dell'apostolo delle genti, per considerare l'ultimo importante segmento della sua vita, che corrisponde con la cattività e la fine cruenta a Roma.
Ma l'attenzione dello specialista e del devoto si muovono anche lungo le piste di un culto che attraversano i secoli e trovano nell'Urbe le sedi privilegiate e precoci di una memoria inestinguibile.
Prima di approdare a Roma e prima di considerare i siti della memoria paolina, occorrerà tratteggiare, nelle grandi linee, la personalità di Paolo di Tarso, inquadrandone la figura nella griglia storica e religiosa del cristianesimo nascente, quando i fratelli della nuova fede si muovono per diffondere il messaggio rivoluzionario di Cristo, dando luogo a un movimento nomade, che fluisce nel tempo e nello spazio, scegliendo come aree privilegiate il Mediterraneo e il vicino oriente e guardando a Roma, come alla meta ultima dei viaggi dell'evangelizzazione.
È difficile tratteggiare una biografia nitida e affidabile di Paolo, tanto che non ne conosciamo né la data di nascita, né la data di morte. Sappiamo, però, che, con tanta probabilità, fu coetaneo di Gesù e che nacque a Tarso, in Cilicia, nella diaspora di lingua greca.
Le coordinate biografiche si desumono dal biglietto di Filemone che, probabilmente, egli inviò nel 54 o, secondo un'altra ipotesi, nel 62 laddove si dichiara prèsbytes ossia anziano (
Epistola a Filemone, 9), mentre, negli Atti degli Apostoli (7, 58) egli viene definito neanìas, ovvero giovane, allorquando viene raccontata la lapidazione di Stefano, avvenuta negli anni Trenta, a cui era presente Paolo. Se fissiamo questi due riferimenti in corrispondenza dei sessanta e dei trent'anni, se ne desume che egli fosse di pochi anni più giovane di Gesù. Sulla strada di Damasco, forse nel 32, avvenne la conversione, di cui abbiamo diverse versioni, riferite rispettivamente dagli Atti degli Apostoli (9, 1-19; 22, 6-21;26, 12-18) e dalla Lettera ai Galati (1, 12-17).
Dopo l'episodio, comunque traumatico e, forse, da sciogliere piuttosto a livello psicologico che prodigioso, prende avvio l'attività apostolica, che si sviluppa tramite tre viaggi, più un quarto che lo conduce a Roma in catene e che è convenzionalmente definito "viaggio della cattività".
E proprio a Roma, teatro della morte violenta, della deposizione e del culto per il principe degli apostoli, nacque la sua iconografia, la cui storia è stata recentemente ripercorsa in un agile volume curato da Stella Patitucci Uggeri (San Paolo nell'arte paleocristiana, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2010, pagine 280, euro 32).
Il volto esangue, impegnato, intimidente di un filosofo, con un atteggiamento ora inquieto e corrucciato, ora pacato e attonito, si affaccia all'orizzonte dello scenario iconografico della tarda antichità, dove si inoltra il nuovo linguaggio paleocristiano, già organizzato in codici, modelli, schemi, magari debitori di una tradizione, che travalica il limes della cultura figurativa romana, per ricercare i semi grafici, ma anche semantici, altrove, lontano, oltre le civiltà mediterranee del passato storico.
La fisionomia del pensatore, colto nel momento cruciale della riflessione e, dunque, attraversata da una vena pulsante, che indica e significa una sorta di frenata sofferenza, attraversa diverse stagioni della storia dell'arte antica, rimbalzando sui volti dei filosofi celebri, ma anche di uomini sapienti, che vestono i panni, ora essenziali, ora più eleganti dell'uomo saggio, del vir sanctus, dell'homo intellectualis.
Questo uomo speciale può assumere i caratteri forti dell'eroe, del colosso immenso e stupendo, ma anche di un uomo divino che trasmette il sapere, rievocando il pensiero platonico, a cominciare da Plotino e continuando con Giamblico. L'apparizione di questa immagine, nella tarda antichità, si verifica simultaneamente in Oriente e in Occidente, secondo manifestazioni complementari, che vedono i filosofi storici riuniti in consesso, aprendo una via iconografica che propone per i volti più caratterizzati un tipo, che risulterà attinente all'iconografia paolina, ossia quella di un volto maturo, scarno, barbato, con una calvizie che lascia scoperte le tempie e la fronte. Gli zigomi sono pronunciati, le guance, incavate sono attraversate da leggere rughe di atteggiamento, le orecchie sono piccole e aderenti al capo, gli occhi rappresentano il nodo focale di tutto il volto e appaiono maggiorati, appesantiti da forti arcate sopraccigliari e caratterizzati da piccole rughe all'estremità, infondendo al volto quel carattere spirituale, sottolineato anche dalla barba, che incornicia l'ovale ossuto, terminando a punta.
Con questo volto - esatto contrappunto di quello petrino - Paolo entra nell'arte cristiana, prima caratterizzandosi nei collegi apostolici, per il resto anonimi, se non per il naturale pendant dell'altro principe degli Apostoli, poi nelle teofaniche scene della traditio legis, della maiestas Domini, della concordia apostolorum, dell'abbraccio indissolubile con Pietro.
Mentre queste scene, di invenzione romana, ma di larga diffusione in tutto l'ecumene cristiano, trovano la loro fortuna specialmente nel corso del iv secolo, già dal secolo seguente entrano nel repertorio iconografico tardo antico, arricchendosi attraverso gli episodi apocrifi come nelle storie che ritraggono Paolo assieme a Tecla di Iconio.
E mentre si definisce, in tutti i suoi aspetti, l'iconografia paolina, appare, dal momento della tolleranza, la scena forte e commovente della decollatio Pauli, in un gruppo di sarcofagi che rievocano anche l'arresto di Pietro e quello del Cristo. Tali sarcofagi sono anche definiti dell'anàstasis, in quanto, al centro delle "teorie passionali" compare il segno vittorioso del cristogramma, simbolo eloquente della risurrezione.
Questo paradosso iconografico ci suggerisce una elisione della violenza del martirio, spenta, attutita dalla vittoria sulla morte, di cui l'apostolo delle genti, che aveva conosciuto i due volti della persecuzione, riconobbe la soluzione finale, come esito estremo del progetto complessivo e ineludibile della salvezza.
(©L'Osservatore Romano - 8 luglio 2010)