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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico

In margine a un discorso del Papa

La Chiesa riesce a compiere bene la sua missione di salvezza solo grazie alla messa in opera di una molteplicità di fattori. I credenti, infatti, non hanno mai gioco semplice nel loro specifico compito di sollecitare e alimentare, negli uomini e nelle donne loro contemporanei, quel desiderio della fede, quell’incontro con Gesù e con il suo Vangelo da cui dipende il felice compimento di ogni essere umano. La ragione ultima di tale fatica sta proprio nella struttura elementare della persona: un essere sempre in cammino, mai definitivamente stabilizzato, come una volta per tutte ha, in modo quasi paradossale, fissato Nietzsche. Come a dire che l’unica cosa stabile per la nostra specie è esattamente l’assenza di stabilità nel suo rapporto con il reale.

L’udienza dello scorso 29 novembre alla Commissione teologica internazionale

Privi di un corredo istintuale ben definito ed efficiente, allora, gli uomini e le donne che si susseguono nel corso della storia e alle diverse latitudini del pianeta danno vita a modi di stare al mondo continuamente cangianti, che rivoluzionano quelli da loro ricevuti in eredità. Ed è proprio questo che, sia sulla linea diacronica che su quella sincronica, dà ragione dell’aspetto impegnativo del compito dell’evangelizzazione: quello cioè di trovare le parole, i gesti, lo stile più pertinenti per dire la verità, l’unicità, la bontà e la bellezza della fede in un modo che essa risulti davvero vera, unica, buona e bella agli uomini e alle donne di volta in volta, e dunque sempre cangianti, destinatari dell’annuncio ecclesiale.

Se è pur vero che c’è sempre nel cuore di ogni cucciolo d’uomo che viene al mondo lo spazio per accogliere come vero, buono, bello e unico il messaggio di gioia legato a Gesù, risulta invece costantemente più o meno laborioso per la Chiesa individuare i modi perché il suo annuncio raggiunga esattamente quello spazio lì. Da qui il compito sempre aperto dell’evangelizzazione. Finché allora c’è storia umana, ci sarà sempre bisogno di evangelizzazione; ma, finché ci sarà bisogno di evangelizzazione, ci sarà sempre bisogno di teologia.

Come già affermato, infatti, la compiuta esecuzione del compito ecclesiale di evangelizzazione richiede la messa in opera di diversi fattori: richiede certamente la testimonianza gioiosa dei fedeli e dei religiosi così come il ruolo di guida del magistero, così come ancora la vitalità della dimensione fraterna delle comunità presenti nel territorio, affidata alla cura dei presbiteri; ma non di meno richiede pure un proficuo esercizio della teologia, esattamente in rapporto alla costante evoluzione culturale della nostra specie.

Ma di quale teologia parliamo? Va da sé che non intendiamo affatto riferirci a quella “teologia da tavolino” non poche volte e giustamente criticata da Papa Francesco. Si rilegga, per esempio, quanto egli afferma al numero 133 di Evangelii gaudium: «La Chiesa, impegnata nell’evangelizzazione, apprezza e incoraggia il carisma dei teologi e il loro sforzo nell’investigazione teologica, che promuove il dialogo con il mondo della cultura e della scienza. Faccio appello ai teologi affinché compiano questo servizio come parte della missione salvifica della Chiesa. Ma è necessario che, per tale scopo, abbiano a cuore la finalità evangelizzatrice della Chiesa e della stessa teologia e non si accontentino di una teologia da tavolino».

La teologia che serve all’evangelizzazione è, dunque, una teologia che promuove il dialogo con la cultura e la scienza e che si sente pienamente coinvolta nella missione salvifica della Chiesa. Questo è il profilo della teologia che serve ed è proprio un tale profilo ciò che serve alla teologia per evitare la terribile tentazione di diventare, al contrario, un puro gioco di perle, un infinito scambio e intreccio di parole, un mero esercizio da tavolino che sforna libri e riviste che passano, intonsi e spediti, dalle case editrici alle librerie dei curati e alle biblioteche delle facoltà ecclesiastiche, senza intrecciare mai la vita: la vita degli uomini e delle donne, la vita della Chiesa.

Proprio per queste sollecitazioni, credo che le teologhe e i teologi del nostro tempo debbano essere particolarmente grati a Papa Francesco. Una gratitudine destinata a diventare ancora più grande, nella misura in cui essi vorranno porre mente e cuore al discorso che il Pontefice ha tenuto, lo scorso novembre, incontrando la Commissione teologica internazionale in occasione del cinquantesimo della sua fondazione; un discorso che getta una luce ancora maggiore su ciò che egli intende quando parla — e a ragione — di una teologia in dialogo con la cultura e strettamente collegata con la missione salvifica della Chiesa.

Nella prima parte del suo intervento Papa Francesco, sulla scorta del messaggio che Benedetto XVI ha inviato alla Commissione per la ricorrenza prima citata, traccia una rapida storia di questa istituzione, ricordando in particolare gli ultimi due documenti da essa elaborati: quello sulla sinodalità e quello sulla libertà religiosa. Ma è nella seconda parte del suo discorso che il Pontefice traccia quello che possiamo definire il profilo della teologia che serve, di una “teologia bella”, per usare le sue stesse parole; e si tratta di parole che meritano di venire riascoltate, meditate e fatte proprie da chiunque è stato chiamato al servizio della teologia.

Rivolgendosi ai presenti — e, aggiungiamo noi: per estensione, a tutte le teologhe e i teologi operanti nella Chiesa — il Papa afferma: «Voi siete mediatori tra la fede e le culture, e prendete parte in questo modo alla missione essenziale della Chiesa: l’evangelizzazione. Avete, nei confronti del Vangelo, una missione generatrice: siete chiamati a far venire alla luce il Vangelo. Infatti vi ponete in ascolto di ciò che lo Spirito dice oggi alle Chiese nelle diverse culture per portare alla luce aspetti sempre nuovi dell’inesauribile mistero di Cristo, in cui “sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza” (Col 2,3). E poi aiutate i primi passi del Vangelo: ne preparate le vie, traducendo la fede per l’uomo d’oggi, in modo che ciascuno possa sentirla più vicina e sentirsi abbracciato dalla Chiesa, preso per mano lì dove si trova, e accompagnato a gustare la dolcezza del kerigma e la sua intramontabile novità. A questo è chiamata la teologia: non è disquisizione cattedratica sulla vita, ma incarnazione della fede nella vita».

Il profilo di teologia qui disegnato da Papa Francesco comporta un duplice movimento dell’intelligenza credente: il primo è quello di “portare alla luce” elementi nuovi “dell’inesauribile mistero di Cristo” nelle culture che gli esseri umani costantemente elaborano, nella certezza che lo Spirito è sempre all’opera in ogni tempo e ad ogni latitudine e continuamente parla alla sua Chiesa; il secondo è quello di fare in modo che l’uomo concretamente destinatario dell’evangelizzazione possa sentire la fede “più vicina e sentirsi abbracciato dalla Chiesa”, e “accompagnato a gustare la dolcezza del kerigma e la sua intramontabile novità”.

La teologia — evidenza allora il Pontefice — ha pertanto, nei confronti del Vangelo, una “missione generatrice”: è cioè chiamata a far venire alla luce il Vangelo. Questa è la teologia che serve.

Provando a esprimere con parole più elementari questa preziosissima indicazione di fondo di papa Francesco, si dovrà dire che lo sforzo specifico del teologo è esattamente quello di pensare e dire la novità accaduta con Gesù — cioè la rivelazione insuperabile del volto d’amore e di misericordia dell’Assoluto — in modo che tale novità sia sempre più a disposizione della generazione cui appartiene il teologo stesso, in vista di una possibile decisione di fede; e viceversa: il compito del teologo coincide pure con lo sforzo continuo di pensare e dire che cosa di nuovo porta con sé l’avvento della generazione cui egli appartiene per meglio lasciare emergere quanto è capitato con Gesù.

Tra l’inesauribile mistero di Cristo e la continua opera di creazione culturale che ogni generazione che viene al mondo compie, la teologia si pone pertanto quale spazio di intelligente mediazione, allo scopo di individuare quelle parole, quei gesti, quello stile, che, vagliati dal magistero, possano offrire ai credenti lo strumento adatto per accendere, negli uomini e nelle donne cui si rivolgono, il desiderio di un cammino nella fede, di un cammino incontro a Gesù. Solo così, conclude questa parte del suo discorso Papa Francesco, solo cioè con un tale respiro del Vangelo, può darsi una teologia bella e perciò attraente.

Si dovrà, infine, convergere sull’idea che la fedeltà a un tale profilo di teologia bella non è cosa semplice ed è per questo che, concludendo il suo intervento alla Commissione teologica internazionale, il Pontefice formula tre raccomandazioni ai teologi e alle teologhe. La prima e la seconda sono rispettivamente relative alla vita spirituale e alla vita ecclesiale; la terza è invece riferita al rispetto dovuto al popolo di Dio: «il teologo deve andare avanti, deve studiare su ciò che va oltre; deve anche affrontare le cose che non sono chiare e rischiare nella discussione. Questo però fra i teologi. Ma al popolo di Dio bisogna dare il “pasto” solido della fede, non alimentare il popolo di Dio con questioni disputate. La dimensione di relativismo, diciamo così, che sempre ci sarà nella discussione, rimanga tra i teologi — è la vostra vocazione —, ma mai portare questo al popolo, perché allora il popolo perde l’orientamento e perde la fede. Al popolo, sempre il pasto solido che alimenta la fede».

di Armando Matteo

© Osservatore Romano - 5 gennaio 2020