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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
di Marco Testi


La scalata al monte, l'ascesi come fisico viaggio verso l'alto sono ormai luoghi eccellenti della letteratura:  basta riandare all'Ascesa al monte Ventoso di Petrarca, dove si assiste al riconoscimento della illusorietà delle passioni, proprio grazie all'ebbrezza della vicinanza al cielo; o alla lettura del passo agostiniano in cui proprio di altitudini si parla, "E vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti". Tale amore per la durezza ascetica - non solo fisica - non è cessato, e La montagna di Dio di Armando Santarelli (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2009, pagine 149, euro 14) ne è la prova.
Il cattolico Santarelli ascende in una sorta di prova iniziatica alle durezze dell'ortodosso Athos per conoscere gli altri monti e le altre valli, direbbe Ariosto, della religiosità, e per accettare il confronto che ne scaturisce. Cosa spinge medici, insegnanti, operai, contadini a lasciare il mondo per chiudersi nell'Àgion Òros, tra digiuni e veglie spossanti? Questo si chiede in realtà Santarelli e questo va in fondo a chiedere. "Che facevi prima di venire qui? - L'ingegnere - E poi? - Progettavo cose belle, importanti, ma solo per gente ricca. A loro volevo piacere, a quel mondo. Poi, però, mi sono accorto che non piacevo più a me stesso. Il Signore mi aveva dato il primo avvertimento. Poi mi ha chiamato per sempre" dice Sergej, monaco ad Aghiou Panteleimonos.

Si capisce ben presto che l'autore non si è spinto fino al più inaccessibile e ostile alla stessa gerarchia ortodossa monastero athonita di Esphigmenou solo per scrivere un libro. Fin dalle prime pagine - corredate da fotografie in parte inedite - si intuisce che il narratore sta seguendo il suo personale de te fabula narratur, e sta compiendo il rito iniziatico, senza il quale qualsiasi moto verso l'alto resta pura estetica o ricerca esotica di scorciatoie.
E a tali scorciatoie alle derive modaiole della new age, sembra alludere questo libro, senza che mai esse vengano pronunciate e senza quasi che l'autore ne abbia coscienza. Specie nel capitolo sulla preghiera esicastica, l'orazione del cuore, che racchiude in sé tutte le preghiere, il "Gesù Cristo Figlio di Dio abbi pietà di me peccatore", si avverte quello che sfugge allo scrittore razionale e che invece riemerge dalle profondità elementari del testo:  nell'appagato occidente è da tempo iniziata una ricerca di spiritualità che ha preso le strade delle scorciatoie esotiche, per evitare le durezze della via maestra.
Santarelli fa parlare monaci che praticano tecniche di respirazione associate alla preghiera esicastica, le perfezionano e le adattano di generazione in generazione. Dimostrando ancora una volta che le mode hanno avuto la meglio concentrando tutta l'attenzione su tecniche come quelle yoga, creando flussi non indifferenti anche a livello economico in quelle direzioni. Ma il messaggio passato nei media specializzati è che manca in ambito cristiano quella capacità di meditazione trascendentale, osmosi di corpo e di anima che sarebbe invece esclusiva pertinenza delle religioni d'oriente.
Santarelli qui cita Niceforo l'Esicasta:  "Il cuore attira il respiro per far rifluire il proprio calore all'esterno con la respirazione e assicurarsi così una temperatura ideale", in un'opera che più avanti offre consigli su come regolare inspirazione ed espirazione, coinvolgendo anche i battiti cardiaci. Chi si intende di meditazione trascendentale avrà capito che ci si trova di fronte a tecniche ritenute a torto di esclusiva pertinenza orientale ma che troviamo citate da un monaco del xiii secolo, e molto applicate anche oggi.
"Non mi aspetta e non aspetto nessuno"; non è Rebora, ma la considerazione che fa chi si ferma in questi monasteri che formano la costellazione dell'Athos. Al visitatore che entra con purezza di intenti e in spirito di ricerca, qui sembra di stare vicino alla scoperta della "sola cosa di cui c'è bisogno", perché qui l'individuo ha fatto tabula rasa del vecchio sé scoprendo che non di vuoto in realtà si tratta, ma di ineffabile pienezza:  "Non possiamo fare a meno di Dio perché lo abbiamo dentro di noi" afferma uno dei monaci che hanno scelto il silenzio.
Fatte le dovute proporzioni, La montagna di Dio sembra il corrispettivo saggistico di quello che è stato uno dei più interessanti romanzi degli anni Settanta, quel Notti a ritroso pubblicato da Città Armoniosa nel 1978 (Les Noctambules nell'edizione originale francese era uscito l'anno prima) di Roger Bichelberger, in cui il giovane notaio di belle speranze che ha tutto, dai soldi ai corpi delle donne, si chiede perché stia così male. "Parto" si dice alla fine il protagonista di questo ingiustamente dimenticato romanzo, e "me ne devo andare" si ripetono il giovane laureato o l'attempato professionista di una qualsiasi metropoli quando la nausea è al colmo.
"È l'alba - riflette l'autore-viaggiatore - mi viene da pensare che in questo preciso istante il mondo, la mia città, le persone che amo, sono ancora sprofondate nel sonno; ma l'Agion Oros veglia, prega, canta", proprio come il giovane che, abbandonando il suo mondo, prima di lasciare tutto si ferma a contemplare da lontano e un'ultima volta la sua casa, in Siddharta. Ancora una volta è la prova che non si deve andare lontano, per trovare i cercatori d'assoluto.

(©L'Osservatore Romano - 21 febbraio 2010 )