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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
04 Mani in preghieraIgor Traboni

È stato prontamente raccolto, da decine di monasteri sparsi in tutta Italia, l’invito del cardinale Gualtiero Bassetti a pregare in questo difficile momento. «Prima di tutto mi rivolgo ai nostri monasteri, a tutti i consacrati e le consacrate.
E a voi sacerdoti: pregate incessantemente per il vostro popolo; la preghiera di intercessione è uno dei primi compiti che ci viene affidato dalla Chiesa»: così si è espresso il presidente della Conferenza episcopale italiana e così hanno ripetuto diversi presuli, sempre rivolti a quel grande patrimonio di preghiera custodito nella clausura. Il patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, per esempio, ha indirizzato una lettera alle badesse e ai superiori dei cinque monasteri di clausura presenti nella diocesi lagunare: «Le chiedo la preghiera della sua comunità affinché questo momento di prova e sofferenza possa essere, per tutti, occasione di crescita nella santità». In particolare Moraglia raccomanda «i malati, coloro che li seguono, gli anziani e i poveri».Fra quanti hanno raccolto l’invito alla preghiera di intercessione non potevano mancare i monasteri della Lombardia, regione più colpita dal coronavirus, anche in una maniera originale di esprimere fede e vicinanza. Le diciotto religiose domenicane del convento di San Sigismondo a Cremona, per esempio, hanno deciso di ritrovarsi come sempre per pregare ma anche per leggere brani della peste del Manzoni e le vite dei santi: «Abbiamo letto — racconta una monaca al sito “Cremona oggi” — la biografia di san Carlo Borromeo e quanto si era dato da fare vicino agli appestati e nell’assistenza ai malati; un’opera di carità per la quale ha ricevuto la benedizione del Signore nel fatto che né lui né alcuno dei suoi collaboratori si è ammalato. Anche don Bosco, quando era scoppiato il colera, aveva promesso ai suoi ragazzi: “Chi verrà con me ad assistere i malati e si manterrà puro davanti a Dio, io prometto che non si ammalerà”, e così è stato. Da qui — conclude la monaca — il desiderio di pregare affinché questa epidemia possa suscitare tanto bene e solidarietà. Preghiamo come prima e più di prima e in un clima ancora più raccolto».
Una preghiera a più voci, anche lontane tra loro, è quella che chiede suor Maria Rosa Bernardinis, madre priora del monastero di Santa Rita a Cascia, la quale, a nome di quella comunità agostiniana, scrive: «Aiuta a non sentirsi soli coloro che sono in isolamento, anzi unisci noi tutti nella potenza della preghiera e nel tuo amorevole abbraccio». E, in ginocchio davanti all’urna che custodisce il corpo della “santa degli impossibili”, suor Maria Rosa ha scritto questa preghiera di intercessione a Rita da Cascia: «In questi tempi difficili che ci vedono fragili e smarriti a causa del virus, mi rivolgo a te amata santa Rita e chiedo la tua intercessione presso il Signore. Dona a tutti noi la forza dello Spirito, che tu hai saputo accogliere, per affrontare questa prova. Aiuta a non sentirsi soli coloro che sono in isolamento, anzi unisci noi tutti nella potenza della preghiera e nel tuo amorevole abbraccio. Rita, tu che sei sempre stata vicino ai sofferenti, sostieni chi è malato e accompagnalo con premura verso la guarigione. Tu che hai superato molti dolori, accogli in Cielo tutti coloro che hanno perduto la vita a causa del coronavirus e porta conforto alle loro famiglie, donandogli la pace del cuore. Fa’ che alle istituzioni e al personale sanitario non manchino energie e porgi loro la tua mano Rita, perché possano lavorare al meglio per la vita. Fa’ che arrivi il tuo supporto anche a chi si trova in difficoltà per le conseguenze socio-economiche. Aiutaci santa Rita».
Anche le monache abituate ad accogliere i fedeli per una preghiera insieme hanno comunque deciso di non abbandonare questo appuntamento, rispettando però le modalità del decreto governativo. Ecco così che le clarisse di Ferentino, in provincia di Frosinone, attraverso la loro pagina Facebook fanno sapere che «non ci sarà il consueto ritrovo di preghiera nella nostra chiesetta, ma chi vuole può unirsi a noi da casa con un santo rosario».
Torniamo in Umbria e più precisamente a Norcia, con le parole di suor Caterina, madre badessa delle monache di clausura benedettine: «Rimanere in casa per il coronavirus può costituire un’opportunità per vivere la propria quaresima della vita. Quaresima — ha spiegato la religiosa all’agenzia Ansa — significa tempo di conversione e questo potrebbe aiutarci a cambiare le nostre abitudini, a migliorare i nostri stili di vita. Stare in contemplazione è come vivere e attraversare il deserto, un percorso faticoso, ma che ci insegna ad andare avanti e a non arrendersi. Questa situazione di limitazione della propria libertà di muoversi ci deve far riflettere anche sul tema dell’accoglienza. Oggi c’è chi ci alza barriere per via di questa emergenza sanitaria e questo ci deve far capire come si possano sentire milioni di persone che in fuga dalle guerre e dalle carestie si sentono rifiutate ai confini».
Molto particolare anche la scelta fatta dal vescovo di Sessa Aurunca, Orazio Francesco Piazza, amministratore apostolico di Alife-Caiazzo, in Campania, che ha deciso di far svolgere il ritiro spirituale mensile riservato ai preti diocesani presso il monastero di San Benedetto, dove le monache adoratrici perpetue del santissimo Sacramento guideranno l’adorazione eucaristica. Quelle monache che «quotidianamente e ininterrottamente vivono la preghiera affidando a Dio il mondo e ogni realtà umana che lo abita. Sarà una preghiera per tutti, di tutti; sarà una preghiera a cui è invitata a unirsi spiritualmente l’intera comunità diocesana». Non da meno sono le comunità monastiche maschili, come quella dell’abbazia benedettina di Farfa, nel Lazio, dove i sei monaci hanno deciso di mettere un registro all’ingresso della basilica affinché i fedeli, che comunque possono entrare per una breve orazione, appongano un pensiero, una riflessione, una preghiera su questo difficile momento. E così in effetti sta avvenendo, con intere pagine già riempite.
Grazie ai social, che molti monasteri usano in modo appropriato, c’è anche chi chiede preghiere alle monache. Ne sanno qualcosa al convento di clausura di Santa Grata, nel cuore della città alta di Bergamo, dove le diciotto suore benedettine stanno ricevendo richieste da tutta Italia attraverso il loro sito internet e un numero di telefono (al quale si possono lasciare messaggi) e poi le presentano al Signore, raccogliendosi in preghiera attorno a una statua di Gesù deposto, che viene utilizzata nelle processioni del Venerdì santo: «In una settimana — sottolineano le monache al “Corriere di Bergamo” — ci sono arrivati oltre cento messaggi da molte regioni italiane da parte di persone che ci chiedono di pregare per la fine dell’epidemia o per aiutare delle persone malate».
Preghiere che raccolgono anche le clarisse di Bra, in Piemonte, invitando a una riflessione ulteriore su questo momento e sulla domanda che inevitabilmente molti si pongono: perché pregare e a cosa serve? La preghiera, risponde una monaca, «è una forza potente e i miracoli esistono. Ma non è questione solo umana, è anche un mistero e Dio non opera in modo meccanico, salvando i buoni e lasciando morire i cattivi — fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi — né guarendo chi prega e dimenticandosi di chi non prega. Noi in questi casi preghiamo perché attraverso la preghiera acquistiamo sempre più consapevolezza dei nostri limiti, del nostro destino, che necessariamente passa attraverso la morte, ma è per la vita eterna, per l’abbraccio del Padre. Pregare ci risintonizza su Dio e sulla comune umanità; ci allarga il cuore, facendoci sentire solidali con i malati e le loro famiglie, con quanti patiscono disagi a causa di questa epidemia; pregare è sostegno reciproco e presto o tardi ci porta a chiederci cosa possiamo fare noi in questa situazione, qual è la piccola goccia che noi concretamente possiamo portare al mare dell’umanità. Proviamo a pregare presentando al Signore la situazione del nostro paese e del mondo intero. Io monaca clarissa — conclude — ho sperimentato la differenza tra pregare e non pregare, tra l’avere qualcuno che prega per me e il non averlo e, per la mia esperienza, una differenza c’è».

© Osservatore Romano - 12 marzo 2020