di INOS BIFFI «Risplende il mistero della Croce»; «Dio ha regnato sul legno»: è il canto paradossale della Chiesa nella festa dell’Esaltazione della Croce ed è la traduzione in inno dell’affermazione di Paolo sulla «parola della croce» e sul Cristo crocifisso, che, se appare «scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani», è in realtà «potenza di Dio e sapienza di Dio»; e infatti «ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1 Corinzi, 1, 18, 23-25). Ma ciò che sorprende è che il «Cristo crocifisso», «stoltezza» e «debolezza» di Dio, non appare come un evento inatteso, ma appartiene al deliberato disegno di Dio, che dall’eternità ha predestinato e costituito il Figlio come il Signore risorto da morte e glorioso.
Com’è detto nella prima lettera di Pietro (1, 19-20): l’Agnello di Dio, che ci ha redenti col suo sangue prezioso, «fu predestinato già prima della fondazione del mondo». Non solo: in Gesù Cristo, crocifisso e risorto, tutto è stato progettato. Egli è «il primogenito di tutta la creazione»: «in lui», «per mezzo di lui e in vista di lui» «furono create tutte le cose» (Colossesi, 1, 15-16). La riflessione filosofica, con la luce della ragione, è senza dubbio in grado di delineare un profilo dell’uomo, delle sue proprietà e risorse; non sarebbe però in grado di rispondere alla domanda sul suo fine ultimo e sulla sua sorte oltre la morte. D’altra parte, non lo rassegna il fatto che questa gli possa apparire ovvia e naturale. Egli non riesce a rassegnarsi tranquillamente alla precarietà della sua vita, ogni istante esposta alla scomparsa; non sa accettare senza un’intima reazione l’esaurimento irreparabile e senza speranza dei suoi giorni, né gli è dato di spegnere il desiderio e l’esigenza di una immortalità, più forte delle ragioni di morte che pure si trovano in lui. Se non che questa immagine dell’uomo tracciata dalla pura ragione non rende l’uomo nella sua condizione reale. Tale condizione è manifestata unicamente dalla Parola di Dio, secondo la quale gli uomini sono stati da Dio stesso «predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo», «primogenito tra molti fratelli» (Romani, 8, 29), concepito come primizia e modello di ogni uomo. La conseguenza è che, se si prescindesse da Cristo, noi non conosceremmo compiutamente l’identità dell’uomo e il senso della sua esistenza; ci sfuggirebbe l’intenzione per la quale è stato creato. A valere e a essere riconosciuto da Dio è soltanto l’uomo partecipe della Pasqua di Gesù, nel quale si rinnovino e proseguano gli stessi misteri della morte e della risurrezione del Signore. L’uomo è chiamato all’esistenza perché riviva questi eventi di Gesù: esattamente a questa intenzione è finalizzata la storia di ognuno, nella varietà dei suoi tempi e nell’assortimento delle sue contingenze. Come bisognava che Gesù sopportasse la passione per entrare nella sua gloria (Luca, 24, 26), così bisogna che in comunione con lui, rigorosamente ogni uomo porti la propria sofferenza, o ascenda il medesimo Calvario, per essere nella gloria del Signore e, a sua volta, vedere Dio. Certo, a noi non è noto perché Dio abbia scelto questa via; perché abbia voluto il Figlio Crocifisso glorioso e l’umanità solidale con lui. Ma la fede che ci giustifica è esattamente l’affidamento alle misteriose e mirabili ragioni di Dio, che così ha voluto; è l’adorazione confidente dei divini voleri. E questa è la passione della fede, quella che trafiggeva il cuore di Maria ai piedi del patibolo del Figlio. Allo stesso modo, non sappiamo come tutti incontrino di fatto il Crocifisso, per poter prender parte alla sua gloria; in particolare, come lo incontrino quelli che non vedono la luce di questo mondo, o il cui palpito di vita dura qualche istante. Ma non saremo noi a pretendere di indicare la strada o il modo a Dio, il quale con infinito amore in un abbraccio paterno avvolge tutti, a partire dal primo uomo apparso sulla terra. È, in ogni caso, assolutamente certo che la partecipazione alla gloria di Gesù, alla sua regalità, è il fine ultimo per tutti; che, breve o lungo che sia, fosse anche un solo istante, il tempo è concesso a ogni uomo perché si possa associare alla sua Croce gloriosa; e che a restarne privo sarà unicamente chi l’ha deliberatamente rifiutata. Qualcuno potrebbe domandarsi: perché quaggiù non ci è dato di vedere Dio? La risposta non è: perché siamo ancora nel carcere del corpo, che farebbe da schermo o da intralcio, ma propriamente perché ancora non si è ultimata la nostra crocifissione con Gesù, perché non siamo ancora perfettamente morti e sepolti con lui. Su questa concrocifissione, infatti, su questa conmorte e consepoltura maturerà la nostra gloria, che sarà totale e definitiva quando anche il corpo verrà trasfigurato. Ora possiamo comprendere meglio perché, celebrando la festa dell’Esaltazione della Croce, cantiamo nel Vexilla Regislo splendore del mistero della Croce e la regalità di Dio sul Legno. Ma, soprattutto, appare chiaro quale sia la missione urgente e imprescindibile della Chiesa: quella di rivelare al mondo che il Crocifisso glorioso è il prototipo dell’uomo e che la destinazione dell’umanità è la comunione con la sua gloria. Un’antropologia non cristiana è irrimediabilmente monca e impossibilitata a riuscire.
© Osservatore Romano - 14 settembre 2013