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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
di Andrea Olivero
Più la rileggo e rifletto sull'ultima enciclica di Benedetto XVI, più mi rendo conto di avere davanti un testo veramente innovativo, "un prontuario sociale cristiano per il XXI secolo" (Bartolomeo Sorge), una bussola per orientarci sui temi della politica, dell'economia, del lavoro e della tecnica, ossia della questione sociale di ieri che si è trasformata nella questione antropologica di oggi. Per realizzare questa missione di verità, è necessario innanzitutto compiere una svolta culturale per dare vita a un "nuovo pensiero", a una nuova mentalità, ad una metànoia, come dice il Vangelo, poiché senza tale discontinuità tutto resterebbe immutato. Abbiamo dunque bisogno di un nuovo pensiero che vada oltre l'individualismo moderno e si apra a una antropologia della relazione e dell'interdipendenza. Questa "mancanza di pensiero" che era già stata denunciata più di quarant'anni fa da Paolo vi nella Populorum progressio (85) è diventata  oggi,  come  dice  Benedet- to XVI, "mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli" (Caritas in veritate, 19). Questa enciclica mostra un coraggio insolito e chiama le cose per nome, introducendo categorie di pensiero non abituali nel linguaggio politico. La parola fraternità, ad esempio, ricorre 39 volte nel testo, in cui si aggiunge che la giustizia è la misura minima della carità, ma che quest'ultima la supera e la completa con la logica del dono, della gratuità e del perdono. È attorno a questa concezione più ampia e più dinamica che viene visto e approfondito l'insieme dei fenomeni connessi allo sviluppo, al lavoro, alla globalizzazione, alla crisi economica, all'ambiente.
Proprio perché la carità è "la principale forza propulsiva per lo sviluppo di ogni persona e dell'umanità", è giusto evitare quelli che il Papa chiama "sviamenti e svuotamenti di senso a cui la carità è andata e va incontro, con il conseguente rischio di fraintenderla" (2). C'è un sentimentalismo, ad esempio, che la svuota dall'interno, "preda delle emozioni e delle opzioni contingenti dei soggetti".
"La società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli" (19); proprio la fraternità è allora il criterio decisivo, capace di dare il giusto risalto anche a quei criteri dell'agire morale che vengono presentati al termine dell'enciclica, come il principio di sussidiarietà, di solidarietà e di reciprocità, strettamente collegati con la giustizia e il bene comune (57-58). La ragione, da sola, è certamente in grado di cogliere l'uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la fraternità (19).
Sul rinnovamento della politica vorrei fare ancora un'osservazione e richiamare l'invito del presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Angelo Bagnasco, ai "cattolici impegnati in politica ad essere sempre coerenti con la fede che include ed eleva ogni istanza e valore veramente umani". L'essere fratelli esprime un legame costitutivo, che "precede" la nostra libera decisione di agire in modo solidale. In altre parole, si può dire che la fraternità (che riceviamo da Dio) fonda la vera solidarietà.
Aprire le porte della politica e dell'economia al principio di fraternità significa allora promuovere finalmente la civilizzazione della politica e dell'economia, farla finita con lo schema ideologico amico-nemico e con il clima di continua delegittimazione che è agli antipodi del bene comune.
Nella Caritas in veritate la fraternità viene inoltre tradotta laicamente nella cultura del dono che si collega all'antropologia della relazione, al tema della condivisione, al gesto dello "spezzare il pane", in una parola, alla tradizione francescana dell'economia civile. "L'essere umano - afferma il Papa - è fatto per il dono, che ne esprime e attua la dimensione di trascendenza" (34).
Benedetto XVI vuole che la logica del dono entri "nel" mercato e dice un secco "no" al mito dell'efficienza che discrimina le persone e premia i più forti; è una prospettiva che non solo scardina la tradizionale visione dell'economia capitalistica, ma allarga anche le responsabilità della società civile.
Nell'enciclica vengono elogiate le attività non profit, anche al di là del cosiddetto terzo settore, il commercio equo e solidale, le attività mutualistiche e sociali, il microcredito e la cosiddetta economia civile e di comunione che sono apparse negli ultimi decenni e che non trovano spazio nel mercato tradizionale. Purtroppo queste attività non vengano adeguatamente favorite dal sistema fiscale, giuridico, troppo legato alla logica del profitto. Non si tratta soltanto di creare settori o segmenti etici dell'economia e della finanza, ma - dice il Papa - "l'intera economia e l'intera finanza siano etiche e lo siano non per un'etichettatura dall'esterno, ma per il rispetto di esigenze intrinseche alla loro stessa natura" (45). Il tema del "lavoro decente" è particolarmente caro alle Acli poiché da un decennio lo abbiamo assunto, in seguito alla raccomandazione che Giovanni Paolo II fece nel Giubileo dei lavoratori a Roma nel 2000. Qualcuno ricorderà che su questo stesso tema della coalizione mondiale per il lavoro dignitoso le Acli hanno anche organizzato un Forum internazionale con la partecipazione di tutte le organizzazioni cristiane dei lavoratori in ogni parte del mondo.
Il Papa elogia lo sviluppo - "l'uomo è costitutivamente proteso verso l'"essere di più"" (14) - ma "senza la prospettiva di una vita eterna", lo sviluppo "rimane privo di respiro. Chiuso dentro la storia, è esposto al rischio di ridursi al solo incremento dell'avere".

(©L'Osservatore Romano - 8-9 febbraio 2010)