di INOS BIFFILa Chiesa vive tutta della memoria del Signore e degli eventi che hanno segnato la sua vita. Ma questi non sono ormai trascorsi per sempre e recuperabili solo con un ricordo che a fatica li strappi all’avidità del tempo. Quello che Gesù ha compiuto non è definitivamente passato; ancora adesso la Chiesa si sente toccata dai misteri di Cristo, dalla sua natività, dalla sua morte e dalla sua risurrezione. Una Chiesa smemorata, che non ritorni a essi, si smarrirebbe, perdendo la propria identità. I cristiani sono nati grazie alla vita umana del Figlio di Dio; sono stati salvati per causa e per merito dei suoi gesti. Ora, l’anno liturgico, che riprende con l’Avvento, è il riandare di Gesù nella sua Chiesa, che ritrova via via quei gesti nelle festività che costellano e illuminano la corona del tempo sacro, dispiegando la loro grazia. Né queste festività suscitano, ricorrendo, un senso di monotonia e di stanchezza.
In realtà, la Chiesa non si annoia mai — quasi si trattasse di cose solite e ovvie — quando i misteri di Gesù le sono richiamati, dal momento che essa lo sente vivo, “qui, adesso”: quel richiamo non tanto attrae a un’età antica o a una lontananza, quanto introduce a una Presenza. E, a ben considerare, è lo Spirito stesso di Gesù che suscita e illumina la memoria della Chiesa, perché comprenda il Signore ed entri in intima comunione con lui. Vale, come significato e sostanza dell’anno liturgico, quanto già esclamava il Salmista: «Ricordo le gesta del Signore, ricordo le tue meraviglie di un tempo. Mi vado ripetendo le tue opere, considero tutte le tue gesta» (Salmi, 76, 12-13). È la meditazione incessante della Chiesa aperta su un anno e continuamente rip re s a . Oggi, incominciamo il nuovo anno liturgico preparandoci al Natale del Figlio di Dio nella natura umana, al suo apparire nella visibilità e nella forma dell’uomo, al suo inconcepibile “a b b re v i a r s i ” nei limiti del nostro corpo e dei nostri giorni. È difficile sostenere a lungo una intensa contemplazione di questo mistero. Esso racchiude tutta la manifestazione e l’offerta di Dio per noi, e tutto il segreto del nostro essere uomini. Ecco perché non possiamo trovarci subito a Natale, senza preparazione. Le settimane d’Avvento sono sorte perché disponessimo lo spirito alla rievocazione natalizia e vi conformassimo i sentimenti. Intraprendiamo un itinerario che all’esterno è contato dal succedersi dei giorni del calendario, ma dentro l’anima è computato a seconda del nostro avvicinarsi al Natale «con le opere buone». Apriamo infatti la liturgia d’Avvento con l’orazione: «O Dio, nostro Padre, suscita in noi la volontà di andare incontro con le buone opere al tuo Cristo che viene». Valgono gli anni, vale la cronologia, ma se è simbolo rivelatore di questo altro e unicamente autentico cammino; diversamente essi, accumulandosi, renderebbero più grave la condanna di Dio, di cui non abbiamo apprezzato e “utilizzato” la pazienza. Il Natale, anche come memoria liturgica, è un avvicinarsi personale di Gesù, un indice della sua fedeltà. Le feste, infatti, non sono un involucro temporale vuoto: in esse è il Signore stesso a farsi ritrovare personalmente. Prima che una istituzione nostra sono una assicurazione e un appuntamento suo. Come ha cantato il grande e religioso Clemente Rebora: «Gesù il Fedele / il solo punto fermo nel moto dei tempi / in sterminata serie di eventi: / il solo Santo che non manca mai, / che trascende dove ci comprende/ e si fa dono in cima ai nostri guai». Ma, preparandoci alla festa della prima venuta del Figlio di Dio nel mondo, e facendone la memoria, un’altra venuta si disegna nella nostra anima e nella nostra attesa: quella di Gesù Giudice, nella sua seconda venuta. È l’altro aspetto dell’Avvento, come recita il prefazio: Gesù dopo «il primo avvento nell’umiltà della nostra natura umana», «verrà di nuovo nello splendore della gloria, e ci chiamerà a possedere il regno promesso che ora osiamo sperare vigilanti nell’attesa». Così, questi che iniziamo, sono giorni di vigile aspettazione, e allora il tempo di Avvento diviene simbolo di tutti i giorni della nostra vita, di tutto il tempo della Chiesa, che attende Qualcuno, con la certezza che non mancherà e non lascerà delusi. L’Avvento ci risveglia alla confidenza e alla speranza, poiché ad assicurarci non sono le fragili parole e le labili promesse dell’uomo, ma la Parola e la promessa di Dio. Subito all’antifona d’ingresso dichiariamo: «Dio mio, in te confido: che io non sia confuso. Chiunque spera in te non resti deluso». È così naturale cercare altri appoggi, e talora con qualche slealtà, con encomi servili, consapevoli reticenze, così come è facile confidare troppo e incautamente sulle proprie risorse, sulla propria posizione e sulla propria bravura ed esitare della Provvidenza di Dio. In realtà, solo a Dio va fatto l’affidamento di se stessi, poiché lui solo è il Signore, che ha divinamente a cuore l’uomo; e noi lo constatiamo, di là da ogni immaginazione e da ogni desiderio, quando a farsi uomo è il Figlio medesimo di Dio. Allora ci accorgiamo fino a che punto è stata esaudita l’implorazione del profeta: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!» (Isaia, 63, 19) e come la Provvidenza non sia un disegno astratto, ma la Persona concreta del Signore. In Avvento siamo invitati a stabilire in lui la nostra esistenza, a percepirlo oltre il velo delle cose, dal momento che egli viene sempre. E verrà definitivamente nell’ora della morte e alla fine del mondo. Ma senza preavvertire. Per questo — come Gesù stesso ci ammonisce nel vangelo — dobbiamo essere vigilanti e tenerci pronti alla sua venuta e quindi con indosso, esorta Paolo, le armi della luce. Il tempo d’Avvento è certamente soffuso di gioia, perché si avvicina il Natale, ma è la gioia cristiana di chi ancora non è risorto, e quindi ancora nello stato e spesso nello strazio della tribolazione. Questo tempo, mentre mette in guardia lo svagato, rianima la fiducia di chi crede di non avere più motivi di confidare. Specialmente un cristiano sa dire, ancora col poeta: «Deve venire, / verrà se resisto, / verrà a farmi certo / del suo e mio tesoro, / verrà come ristoro / delle mie e sue pene, / verrà, forse già viene il suo bisbiglio». Dio infatti si fa sentire abitualmente nel bisbiglio, nella “suggestione”. Irromperà alla fine. Adesso — ci predica san Bernardo — «siamo giustificati dalla fede e dalla memoria»: la fede che «purifica il cuore, perché l’intelletto possa vedere Dio», e la memoria «che è la strada verso la presenza di Dio» e la sua visione.
© Osservatore Romano - 1 dicmbre 2013