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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
Arcobaleno speranza«Oriente e occidente di fronte al mistero della Trinità» è stato il tema della seconda predica di Quaresima tenuta venerdì mattina, 6 marzo, dal predicatore della Casa Pontificia, padre Raniero Cantalamessa, nella cappella Redemptoris Mater del Palazzo apostolico, alla presenza di Papa Francesco. Il desiderio di «condividere in pienezza la comune fede dell’oriente cristiano e dell’occidente latino», rilanciato da Francesco, «non è nuovo: già il concilio Vaticano II , nella Unitatis redintegratio , esortava a una speciale considerazione delle Chiese orientali e delle loro ricchezze». E anche Giovanni Paolo II — ha ricordato il cappuccino — aveva insistito in proposito formulando «un principio fondamentale per il cammino verso l’unità: mettere in comune le tante cose che ci uniscono e che sono certamente di più di quelle che ci dividono».
Infatti, ha fatto notare, «ortodossia e Chiesa cattolica condividono la stessa fede nella Trinità, nell’incarnazione del Verbo, in Gesù Cristo vero Dio e vero uomo in una sola persona, che è morto e risorto per la nostra salvezza, che ci ha donato lo Spirito Santo; crediamo che la Chiesa è il suo corpo animato dallo Spirito Santo, che l’Eucaristia è “la fonte e il culmine della vita cristiana”, che Maria è la Th e o t o k o s , la Madre di Dio, che abbiamo come destino la vita eterna». E «che cosa vi può essere di più importante di questo? Le differenze intervengono nel modo di intendere e di spiegare alcuni di questi misteri, dunque sono secondarie, non primarie». È tempo, ha suggerito il predicatore, di mettere da parte ogni «tinta apologetica e polemica su ciò che distingue e che ognuno credeva di avere di diverso e di più giusto dell’altro». In una parola, si deve smettere «di insistere ossessivamente sulle differenze e mettere invece insieme ciò che abbiamo in comune e ci unisce in un’unica fede». Oltretutto «lo esige perentoriamente il comune dovere di annunciare la fede a un mondo profondamente cambiato, con domande e interessi diversi da quelli del tempo in cui sono nate le divergenze e che, nella sua stragrande maggioranza, non comprende più neppure il senso di tante nostre sottili distinzioni ed è anni luce distante da esse». Finora, secondo padre Cantalamessa, «nello sforzo di promuovere l’unità tra i cristiani ha prevalso la linea di risolvere prima le differenze, per poi condividere ciò che abbiamo in comune». Ora, invece, «la linea che si fa sempre più strada negli ambienti ecumenici è: condividere ciò che abbiamo in comune per poi risolvere, con pazienza e rispetto reciproco, le differenze». Così il risultato più sorprendente di questo cambiamento di prospettiva è che le stesse reali differenze dottrinali, anziché apparirci come un “e r ro re ” o una “e re s i a ” dell’a l t ro , cominciano ad apparirci sempre più spesso come compatibili con la propria posizione e, spesso, addirittura come un necessario correttivo e un arricchimento di essa». Del resto, ha aggiunto, «se ne è avuto un esempio concreto, su un altro versante, con l’accordo del 1999 tra la Chiesa cattolica e la Federazione mondiale delle Chiese luterane, a proposito della giustificazione mediante la fede». Il predicatore ha proposto, quindi, di «iniziare la scalata» di un tema così delicato affrontando appunto «il mistero della Trinità, cioè la montagna più alta, l’E v e re st della fede». E invitando, dopo averle accuratamente approfondite, a «tenere aperte e percorribili le due vie al mistero trinitario». Va riconosciuto che la Chiesa ha bisogno di accogliere «in pienezza l’approccio dell’ortodossia alla Trinità nella sua vita interna, cioè nella preghiera, nella contemplazione, nella liturgia, nella mistica»; ma ha anche «bisogno di tener presente l’appro ccio latino nella sua missione evangelizzatrice ad extra ». In conclusione padre Cantalamessa ha indicato il «punto in cui ci troviamo uniti e concordi, senza più alcuna differenziazione tra Oriente e Occidente: il dovere e il bisogno di adorare la Trinità». E così insieme, secondo «uno stupendo ossimoro di san Gregorio Nazianzeno, elevare a essa “un inno di silenzio”».

© Osservatore Romano - 7 marzo 2015