Anche se tutto è avvenuto nel suo teatro più famoso con discorsi e concerti di corali italiane e brasiliane, Manaus s'è accorta solo marginalmente dell'apertura del centenario della presenza dei cappuccini no Estato do Amazonas. E questo non perché la città sia indifferente alla loro presenza - la chiesa di San Sebastiano, in cui svolgono il loro ministero da un secolo, è tra le più frequentate - ma perché i religiosi hanno voluto evitare ogni trionfalismo, limitandosi a un concerto nel teatro e a una messa concelebrata dall'ausiliare di Manaus, Mário Pasqualotto, e dal vescovo dell'Alto Solimões, Evangelista Alcimar Caldas Magalhães. Chiudendo con un ritiro spirituale di tre giorni per "rileggere" il proprio impegno missionario alla luce dei cambiamenti imposti dal tempo.
L'Amazzonia in cui padre Domenico da Gualdo Tadino, padre Ermenegildo da Foligno, padre Agatangelo da Spoleto e fra Martino da Ceglie Messapico arrivarono il 26 luglio 1909 ha risolto in parte i problemi che l'affliggevano un secolo fa, ma ne ha visti sorgere altri, ugualmente gravosi. In quegli anni l'intero Stato, ma soprattutto l'Alto Solimões, gemeva in una povertà spaventosa, seguita allo splendido quanto effimero boom della produzione del caucciù, tramontato con il furto dei semi dell'hevea brasiliensis messi a dimora nella Malaysia e capaci di offrire lo stesso prodotto a prezzi infinitamente più vantaggiosi.
L'analfabetismo era pressoché generale; solo chi poteva procurarsi carta e matita poteva sedersi tra i banchi della scuola, tenuta da coraggiose e pazienti maestrine di villaggio; la medicina era nelle mani di astuti curandeiros che pretendevano di guarire anche i moribondi con alchimie ancestrali e rezas - preghiere - di cui ignoravano il significato; i contadini erano vergognosamente sfruttati dai patrôes - padroni - e coltivavano l'indispensabile per l'oggi perché il domani era del tutto insicuro. Per di più le terre acide non avevano mai permesso un'agricoltura fiorente e quelle allagate erano assolutamente insicure per i frequenti straripamenti del fiume.
La situazione non era migliore dal punto di vista religioso, perché tutta l'Amazzonia - 1 milione e 500.000 chilometri quadrati - dipendeva dall'arcidiocesi di Manaus, poverissima di clero - nell'Alto Solimões c'era un solo sacerdote per 20.000 persone sparse in 140.000 chilometri quadrati. Nei villaggi, tenuti in piedi dall'orgoglio di qualche coronel de barranco - colonnello della sponda del fiume, mitica figura amazzonense che ha ispirato i migliori romanzieri brasiliani - spuntavano campanili diroccati, nelle cui chiese la gente si radunava solo per la festa do padroeiro - patrono - e per cantare as ladainhas, dimenticando che la religione chiedeva qualcosa di più in fatto di costumi e d'unità familiare.
C'era da scoraggiarsi. Invece, i missionari capirono che il terreno spirituale, pur non essendo ottimo, aveva assorbito un'evangelizzazione che, nonostante la mescolanza con l'animismo indigeno e lo spiritismo, lasciava spiragli di ottimismo. Bisognava agire su quelli con una presenza evangelizzatrice continuativa, che mai c'era stata, e senza pretendere successi immediati.
La gente prima li guardò con diffidenza, poi con ammirazione e infine li seguì perché comprese che soltanto le loro parole potevano riempire il vuoto lasciato dalle delusioni del mercato e dallo sfruttamento dei padroni. I missionari cominciarono subito un difficile lavoro capillare, senza tener conto del clima che ne debilitò immediatamente le forze e reclamò la prima vittima: padre Agatangelo morì di febbre gialla a 27 anni, dodici mesi dopo l'arrivo. Questo non impedì agli altri di affrontare i problemi dell'istruzione e della sanità aprendo scuole con l'aiuto del Campus avançado dell'università cattolica di Porto Alegre; ambulatori, e più tardi perfino un ospedale, l'unico in tutto il territorio della missione. Per gli operai aprirono falegnamerie, fornaci e scuole di muratura; per i contadini introdussero allevamenti di bovini; per gli artigiani aprirono corsi d'arte e mestieri.
Oggi, a distanza di un secolo, i problemi sono di altro genere. Ma restano, nonostante anche gli interventi dello Stato federale, le situazioni di povertà, il disboscamento, le violazioni dell'equilibrio biologico e la criticità della situazione sanitaria di circa 145.000 persone. I cappuccini di oggi, riuniti in una vice provincia composta da quaranta religiosi distribuiti in otto case, sono tuttora a fianco della gente, compresi gli indios Ticuna, la tribù più numerosa del Brasile - circa 40.000 persone - per i quali hanno riaperto la missione do Calderão, oggi Belém do Solimões. Per essi hanno composto una grammatica e un dizionario e, ultimamente, hanno organizzato un festival della musica indigena. "Grazie a esso - hanno detto i religiosi - gli indios stanno riscoprendo le radici della loro cultura e ne vanno orgogliosi; stanno recuperando valori che rischiavano di perdere e il significato di riti abbandonati; si ristrutturano come popolo, imparano ad autogestirsi e, soprattutto, si allontanano dalla droga e dall'alcol, due veleni che spingevano molti giovani al suicidio".
La "rilettura" della missione che i cappuccini stanno facendo all'inizio del centenario prevede un maggior impegno per la formazione cristiana, che sta cedendo all'invasione dei media e della mentalità occidentale; la costituzione di gruppi seriamente impegnati; e l'avvicinamento ad alcune delle undici tribù degli indios del Rio Javari, il maggior affluente del Solimões, lasciate finora un po' da parte anche perché sotto la protezione della Funai, un organismo governativo addetto alla loro tutela e che impone severi limiti d'accesso.
(©L'Osservatore Romano - 30 luglio 2009)