Attraverso una lettura orientata di Ambrogio è possibile ricostruire un aspetto significativo della sua opera che lo vede attento e sensibile all’espressione musicale come forma privilegiata per cogliere le armonie della natura, per manifestare i sentimenti dell’uomo e per entrare in contatto con Dio. Non a caso è stata notata in lui «un’anima eminentemente musicale» (Amelli, 1907). Già nella sua cosmologia infatti i cieli, con le loro più o meno rapide rivoluzioni, fanno una musica che noi non siamo più in grado di percepire perché vi siamo immersi da sempre oppure perché (è la seconda ipotesi, quella più accattivante) «gli uomini, presi dalla sua soavità e dolcezza, determinate da quel moto assai celere dei cieli, da oriente fino a occidente, non abbandonassero le proprie attività e opere e trascurassero qui ogni cosa a motivo di un certo qual trasporto dell’anima umana verso i suoni celesti» (Hexameron , II, 2, 7).
Nel mondo sublunare egli scopre la musica del mare, simile al canto che si fa in Chiesa (Hexameron , III, 5, 23). Nel regno animale gli uccelli hanno un posto privilegiato. Ed è significativo, ai fini della comprensione di ciò che Ambrogio intenda per musica, che nell’elenco egli non solo inserisca quei volatili il cui verso è chiaramente melodioso — il cigno, la tortora, la colomba, l’usignolo, il merlo — ma anche quelli il cui richiamo è più dissonante e stridulo, come quello della cornacchia o della nottola. In questa catena di suoni si inseriscono anche quelli umani di cui subito si sottolinea la qualità consolatoria, volta a «calmare i cuori agitati dalle cure mondane » e l’azione di farmaco spirituale con il quale poter «curare le proprie ferite interiori». Si segnala la qualità terapeutica del canto che «scaccia ogni forma di umana passione» e «mette da parte gli affanni dei diversi pensieri, allontana l’avarizia e si allieta non solo della voce del corpo ma anche vivacità della mente». Naturalmente all’interno di queste musiche occorre distinguere tra quelle che sono in grado di elevare a Dio e alla «contemplazione dei fatti celesti » e quelle profane, «i canti mortiferi dei mimi scenici, che suggestionano la mente alle mollezze amorose», che Ambrogio ricapitola nella metafora del canto che seduce delle sirene. Una volta fissato il confine tra una musica profana, che consegna l’uomo alle passioni, e una musica che lo avvia a una esperienza spirituale e interiore, il vescovo di Milano non ha esitazioni nel definirne la funzione precipua che è quella di avvicinare l’uomo a Dio, di stabilire «una conversazione celeste», e in tal senso essa rivela una natura sacra che ha il suo naturale sbocco e la sua più evidente applicazione proprio nella casa di Dio, ovvero in Chiesa. Ed è in questa dimensione di elevazione dell’anima a Dio che trova la sua ragione l’introduzione a opera di Ambrogio del canto liturgico nella città di Milano nella forma del salmo cantato e in quella più articolata del canto antifonato, come è esplicitamente detto dal suo biografo Paolino da Milano. Perciò nelle opere di Ambrogio non mancano i riferimenti pratici su come deve essere eseguito il canto. Egli scrive infatti che il tono della voce deve essere moderato, perché se «troppo elevato non offenda l’orecchio di qualcuno», deve essere ispirato alla «compostezza» e che l’apprendimento deve avvenire «per gradi». La linea da seguire nel canto è la naturalezza. La voce — dice — deve essere «semplice e pura; il fatto che sia sonora è della natura non dell’arte»; le parole devono essere scandite bene, di modo che la pronuncia «sia realmente distinta ». Tutto deve concorrere a produrre non un effetto scenico e «teatrale» ma deve servire a rivelare «il mistico», ovvero essere in grado di mettere in contatto l’uomo con il divino, come è nelle premesse e nei presupposti della teologia della musica del vescovo di Milano. Definito come «il più musicale dei Padri della Chiesa», Ambrogio coglie la musicalità di tutto e in tutto, dalle sfere celesti ai versi degli insetti, al suono del mare; tutto canta e anche il credente canta le lodi di questa armonia che governa il creato e dietro la quale è possibile intuire la presenza di Dio. È vero, oggi come allora, nel frastuono del presente, non è facile cogliere queste onde sonore che attraversano il mondo originate dal gesto creatore di Dio. La ricerca di Ambrogio sta proprio qui a ricordarcelo, ci restituisce la sensibilità perduta a discapito del rumore e del caos. La musica viene da Dio e ci riporta a lui. Essa è naturalmente sacra nella misura in cui rivela e fissa una relazione con il trascendente.
© Osservatore Romano - 6 dicembre 2015