Da bambino sono cresciuto a Hong Kong. Mia nonna era una buddista devota e io la sentivo recitare il nome di Buddha durante il giorno, girando i grani del rosario con la mano mentre ripeteva cantando: «Namu Amitabha». Quando la salutavo interrompeva la sua recitazione, scambiava qualche parola con me e poi riprendeva. Successivamente frequentai una scuola cattolica e divenni cattolico. Quando per la prima volta sentii qualcosa sulla preghiera di Gesù, fui colpito in modo molto forte dalla somiglianza tra questa preghiera e la recitazione del nome di Buddha di mia nonna. L’origine della preghiera di Gesù risale alla tradizione dei monaci del deserto del IV secolo, in Egitto. Attraversato il Monte Sinai, essa fu poi introdotta in Grecia dove fiorì sul Monte Athos, durante il medioevo. Da lì si diffuse nell’Europa orientale e divenne un elemento importante della spiritualità ortodossa. Circa a metà del secolo scorso è entrata nella Chiesa occidentale e ora è comunemente conosciuta anche in Occidente. Molti cristiani hanno conosciuto la preghiera di Gesù attraverso un testo classico: Racconti di un pellegrino russo. L’anonimo autore insegna la preghiera di Gesù attraverso il racconto delle sue vicende. Un giorno durante una liturgia, egli sentì leggere il versetto di Paolo sulla necessità di «pregare incessantemente» (1 Tessalonicesi 5, 17). Ispirato dallo Spirito, il pellegrino sentì le parole di Paolo rivolte a se stesso e decise di mettere in pratica quel precetto. Per grazia di Dio, in un piccolo villaggio incontrò un vecchio monaco che gli insegnò la preghiera di Gesù come via concreta per pregare continuamente. Il monaco gli diede anche una copia della Filocalia, che contiene gli insegnamenti sulla preghiera di Gesù degli antichi maestri spirituali. Così il pellegrino leggeva con grande interesse la Filocalia e recitava la preghiera di Gesù continuamente, mentre seguiva il suo percorso di pellegrino. Tempo dopo il pellegrino ottenne il dono della preghiera incessante. Una della maggiori sfide per provare a essere contemplativi pur vivendo in una città, è imparare a coltivare il silenzio interiore, in mezzo al clamore e alle frenetiche attività della vita. Presenterò la preghiera di Gesù quale mezzo per giungere alla quiete interiore e alla preghiera incessante, per chi vive in città. Nella tradizione monastica, i monaci andavano nel deserto per coltivare l’hesychia, che in greco significa silenzio o quiete. Hierotheos Vlachos, scrittore contemporaneo greco-ortodosso, afferma che hesychia significa: la pace del cuore, lo stato indisturbato della mente (nous), la liberazione del cuore dai pensieri (logismoi), dalle passioni e dall’influenza dell’ambiente; è l’abitare in Dio. La quiete esterna è utile perché gli uomini possano raggiungere la quiete della mente (noetica hesychia). L’autore distingue tra «quiete esterna» e «quiete della mente» o «quiete interiore». Il vescovo Kallistos Ware, scrittore e maestro spirituale ortodosso dei nostri tempi, ha spiegato il triplice significato di hesychia, muovendo dall’esterno all’interno. Secondo l’autore, il primo significato di hesychia è vivere in solitudine. L’esicasta che coltiva l’hesychia è un monaco che ha lasciato la città per vivere in solitudine. Il secondo significato è relativo alla pratica spirituale del monaco, nella cella, come spiega anche l’antico padre del deserto, Abba Rufo: silenzio interiore (hesychia) significa restare seduto nella cella con timore e conoscenza di Dio, tenendo lontano il ricordo dei mali sofferti e l’orgoglio dello spirito. Nella tradizione del deserto, sedere nella cella è strettamente associato ad altri due termini: attenzione e ricordo o memoria di Dio. Mentre l’attenzione significa vigilanza su se stessi, il ricordo di Dio si ottiene tramite la preghiera continua. Infine, al terzo livello, hesychia significa «ritorno a se stessi». Tale significato interiore dell’hesychia è enfatizzato dalla definizione classica fornita da san Giovanni Climaco: «Può sembrare strano, l’esicasta è uno che si sforza di tener zitto il suo essere spirituale nella casa del suo corpo». Secondo questo significato interiore, l’esicasta è colui che ha iniziato il viaggio interiore nel suo cuore, colui, appunto, che “ritorna a se stesso”. L’idea di ritornare a se stessi è descritta molto bene da san Basilio: «Quando la mente non è più dissipata tra le cose esterne, non dispersa nel mondo attraverso i sensi, essa ritorna in se stessa; e restando in se stessa ascende al pensiero di Dio». La distinzione tra i tre livelli di hesychia ha conseguenze importanti per la comprensione della quiete interiore. Una persona può fuggire nel deserto e con il cuore restare ancorata al mercato della città. Al contrario, una persona può vivere nella città ed essere un vero esicasta. Gregorio Palamas insisteva nell’applicare il precetto di pregare incessantemente a tutti i cristiani senza eccezione. Prima di lui Simeone il nuovo teologo sosteneva che la grazia della contemplazione è data a quanti vivono «in mezzo alle città» come a quelli che vivono «in montagne e celle». Dal significato tripartito di hesychia possiamo concludere che la solitudine, o quiete interiore, è uno stato mentale. Il deserto reale si estende nel cuore. Nella spiritualità ortodossa, la preghiera di Gesù è considerata la chiave appropriata per coltivare la quiete interiore, per tutti, sia monaci che laici. La formula standard della preghiera di Gesù è: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me». Nel discorso dell’ultima cena, Gesù invita i discepoli a pregare promettendo che qualsiasi cosa chiederanno nel suo nome, la farà (Giovanni, 14, 14). Inoltre, la formula della preghiera di Gesù è basata sulla combinazione di due brevi preghiere che si trovano nel Vangelo: quella del cieco di Gerico, «Gesù, figlio di David, abbi pietà di me!» (Luca, 18, 38) e quella del pubblicano che prega nel Tempio, «Dio, abbia pietà di me peccatore!» (Luca, 18, 13). L’origine della preghiera di Gesù può essere rintracciata nell’antica tradizione dei monaci del deserto. Secondo Kallistos Ware, nella pratica della preghiera di Gesù si possono distinguere tre elementi costitutivi: la ripetizione di una formula breve; l’app ello alla misericordia di Dio, accompagnato dal pentimento (penthos); l’invocazione del nome di Gesù. Il terzo elemento è l’elemento distintivo della preghiera di Gesù. Per coltivare il ricordo costante di Dio, i monaci sviluppavano una pratica chiamata “meditazione segreta”. Meditazione nell’antica tradizione ha un significato molto diverso rispetto a oggi. In primo luogo, meditare significava ripetere vocalmente un testo sacro, per gustarlo e memorizzarlo. In secondo luogo, significava recitare alcuni testi sacri imparati a memoria. Questo era considerato il modo migliore per tenere la mente rivolta a Dio. I monaci accompagnavano il loro lavoro manuale con la recita di alcuni versetti di salmi o di altri testi della Scrittura. Abbastanza presto furono preferiti i testi penitenziali, come il primo verso del Salmo 50 o la preghiera del pubblicano al Tempio. Gradualmente, i monaci inventarono anche loro preghiere brevi da ripetere durante il giorno. L’invocazione «Signore, abbi pietà » divenne la più comune. Quindi i primi due elementi della preghiera di Gesù erano già noti nell’antica tradizione del deserto egiziano del IV secolo. Riguardo al terzo elemento, fu nel secolo seguente che il nome di Gesù divenne oggetto di devozione, quando cominciò a emergere una spiritualità cristocentrica. Il ricordo continuo e l’invocazione del nome di Gesù occupò una parte centrale nell’insegnamento di Diadoco, vescovo di Foticea. Egli si preoccupò del problema di riunificare la memoria dispersa e frammentata, portando la nostra mente dalla agitazione alla quiete, dalla molteplicità all’unità. Per abbandonare la molteplicità dei pensieri dobbiamo dare alla mente «qualche compito che soddisfi il suo bisogno di attività» ma, allo stesso tempo, senza permetterle di essere troppo attiva. Per questo obiettivo Diadoco propone la ripetizione costante della frase «Signore Gesù». Il pensiero di Diadoco fu ripreso secoli dopo da san Teofane, il recluso russo dell’Ottocento, che disse: «Per fermare il continuo afflusso dei tuoi pensieri devi legare la mente con un solo pensiero, ossia con il pensiero dell’Unico». Questa strategia bene concorda con la regola cinese che sta alla base della concentrazione, così necessaria per ogni tipo di meditazione: sostituire i diecimila pensieri con un solo pensiero. Nel nostro caso, questo unico pensiero o il «pensiero dell’Unico» è il santo nome di Gesù. La preghiera di Gesù non è solo un tipo di mantra ideato per indurre calma e quiete nelle persone. Il suo effetto più positivo è lo sperimentare la presenza del Signore. Secondo la tradizione biblica, il nome è la persona. Per questo motivo Cabasilas definisce la preghiera di Gesù come «l’estensione della santa comunione». Proprio come attraverso la santa comunione Gesù è presente al cristiano in modo sacramentale, l’invocazione del santo nome rende Gesù presente in modo quasi-sacramentale, rinnovandone e prolungandone la presenza realizzata nella santa comunione. Mentre insistono sul fatto che la preghiera di Gesù è preghiera contemplativa, nondiscorsiva che va oltre le immagini e i pensieri, Teofane e altri scrittori insegnano come la preghiera di Gesù è una preghiera di sentimento. Secondo Ware, la preghiera di Gesù, per essere distinta dalla meditazione Zen, dovrebbe essere considerata «non tanto una preghiera vuota di pensieri ma una preghiera piena dell’amato». Afferma anche che, attraverso i secoli, molti cristiani orientali hanno usato tale preghiera semplicemente come espressione della loro tenerezza, della loro devozione affettuosa per Gesù, amico e compagno divino. La preghiera di Gesù è un modo collaudato da secoli, per raggiungere la preghiera incessante e la quiete interiore. Tale preghiera diventa preghiera del cuore quando sento che la mia preghiera si sta identificando con l’azione di un’altra persona che prega dentro di me. Quale preghiera del cuore, la preghiera di Gesù è l’e s p re s s i o n e concreta dello Spirito Santo che prega continuamente nel cuore dei cristiani «con gemiti inesprimibili» (Romani, 8, 26).
© Osservatore Romano - 27 giugno 2015