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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
pascalFu Blaise Pascal a coniare la fondamentale distinzione, nell’appro ccio conoscitivo alla realtà, fra esprit de géométrie ed esprit de finesse (Pensées, 1-4). La prima categoria, «spirito di geometria» o «spirito matematico», comprende coloro che con metodo rigoroso, analitico, consequenziale ragionano per successivi passaggi logici a partire da «principî tangibili, ma lontani dal comune modo di pensare». La seconda, letteralmente «spirito di finezza», ma concettualmente traducibile piuttosto con spirito d’intuizione, intuito, si applica a quanti, dotati di «sguardo limpido e mente retta», riescono a cogliere i principî presenti «nell’uso comune» in una visione sintetica cui non restano estranee le «ragioni del cuore».
Ora, chi prenda in mano il più recente tra i numerosi volumi pubblicati da Giuliano Vigini, Il libro cristiano nella storia della cultura, I, Dal I al VI secolo (Milano, Vita e Pensiero, 2015, pagine 192, euro 18), potrebbe incorrere in un equivoco pregiudiziale: sospettare, cioè, che quest’opera di natura a prima vista didattico-manualistica sia pervasa unicamente da esprit de géométrie e ottemperi a severi criteri storici, critici, filologici. Ma la passione dell’intellettuale credente, alle prese con una materia viva e vivificante, trapela più volte. La geometria dell’esposizione oggettiva appare screziata da frequenti sprazzi di “intuizione”, di congenialità rispetto ad autori e testi che gettarono le fondamenta di una nuova letteratura in grado di raccogliere, sviluppare e spiritualizzare il retaggio della classicità g re c o - l a t i n a . La scientificità “geometrica” trova un puntuale riscontro nei rimandi ai passi evocati per suffragare le tesi, le interpretazioni, le riflessioni di questo accanito lettore-scrittore, con utili note di supporto: talora per sciogliere un nodo problematico, più spesso per tracciare piste bibliografiche di approfondimento. Quanto alla finesse, alla vibrazione di corde intime, la si evince da trasparenti allusioni. Sintomatica quella che affiora in margine agli Atti e Passioni dei martiri (p. 74): «In realtà, a leggere con partecipazione le testimonianze dei primi martiri cristiani, [...] si resta profondamente scossi e si è attraversati anche da qualche brivido. Sia perché questi scritti, a distanza di secoli, hanno ancora il potere di commuovere per la purezza e lo slancio d’amore che esprimono, sia perché rappresentano una continua spina nel fianco per la nostra fede debole e accomodante». Nella Premessa , dopo aver delineato l’articolazione della trilogia Il libro cristiano nella storia della cultura, destinata a proseguire con un secondo (da Gregorio Magno all’invenzione della stampa) e un terzo volume (dall’età moderna alla contemporaneità), Vigini, con onesto understatement , delimita il suo campo di ricerca, segnalandone il carattere di «semplice sguardo di sintesi», ovvero «traccia di orientamento» che non ambisce alla sistematicità. Specifica, inoltre, di aver posto «un particolare accento sulla Bibbia e sull’opera di Agostino». A Vigini, biblista e agostinista, è legittimo imputare, a proposito della sua “storia del libro cristiano”, un solo peccato (veniale) di squilibrio, dovuto a un eccesso di “agostinofilia”: a fronte delle 44 pagine abbracciate da un agile compendio, insieme globale e molecolare, dell’Antico e del Nuovo Testamento, sono ben 48 le pagine in cui si distende un approfondito profilo della figura e dell’op era di sant’Agostino: in primis le coinvolgenti vicende della sua conversione, dipanate nei 13 libri delle Confessiones; a seguire, i capisaldi della sua produzione matura, dal De civitate Dei al De trinitate, dal De doctrina Christiana alle Enarrationes in Psalmos e così via, sino a una ricapitolazione dei «fondamenti del pensiero » agostiniano. D’altronde, nella già citata Premessa non si fa mistero di una sorta di ideale discepolato. Che nella costellazione delle grandi opere protocristiane il canone biblico e il corpus agostiniano si staglino come i due astri di più fulgida magnitudine, è in effetti scontato. Va però riconosciuta, al telescopio di Vigini, un’attenzione policentrica nel mettere a fuoco anche altri corpi celesti, non tutti da considerarsi minori. Si è già visto come risultino valorizzate le cronache drammatiche ascrivibili agli Atti e Passioni dei martiri (fra cui lo sconvolgente eppure sublime Martirio delle sante Perpetua e Felicita). Né vengono trascurati il pullulare più o meno ereticale ed esoterico di scritti apocrifi, gnostici e apocalittici; lo sbocciare della patristica, della letteratura apostolica e apologetica; il diffondersi delle vite di santi, dei testi catechetici e dogmatici, dell’innologia. Uno spazio insolitamente ampio viene infine riservato al genere delle Regole monastiche, rivisitate nei loro peculiari contenuti di ambito morale, spirituale, ascetico, amministrativo. Sottolineando la fioritura e il dinamismo delle prime generazioni di monaci, con i loro scriptoria dediti alla copiatura, conservazione e trasmissione di opere latine sacre e profane, Vigini passa al vaglio la Regola di sant’Agostino e riassume gli elementi distintivi delle Istituzioni di Giovanni Cassiano e della Regula magistri, antesignana della Regola di san Benedetto, secondo “grande codice” (dopo la Bibbia) di tutto l’Occidente cristiano, fondamento di una «comunità stabile, ordinata, armonica», capolavoro sempre attuale di psicologia religiosa. Un altro uomo di cultura che a sua volta ha messo un’intera carriera al servizio dell’editoria, Gian Arturo Ferrari, in un tascabile intitolato Libro (Torino, Bollati Boringhieri, 2014) qualifica il prodotto della scrittura come «simbolo e unica incarnazione sensibile dell’anima», appartenente «a un ordine di realtà diverso e superiore». A maggior ragione vi appartiene il libro cristiano al centro dell’impegno culturale di Vigini. Giacché riproduce o rispecchia una Parola che non è semplicemente umana.

© Osservatore Romano - 5 agosto 2015