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lavare i piedi ospitalitàUna questione interminabile ma che si giova di innumerevoli esempi storici: quali sono le qualità di chi è chiamato a coordinare la conduzione della realtà secolare? Si tratta di spunti che si mutuano dalla gerarchia celeste ed ecclesiastica, ma che devono tradursi in una condotta squisitamente laica.

di Paul Freeman

Premessa

Tali criteri che vedremo in breve non sono modalità applicabili all'ambito della Gerarchia voluta Divinamente, ma trae da essa alcuni laicissimi criteri.

La fecondità e l’efficienza sorpassano gli umani criteri

“Il Signore rispose a Samuele: «Non guardare al suo aspetto né all'imponenza della sua statura. Io l'ho scartato, perché io non guardo ciò che guarda l'uomo. L'uomo guarda l'apparenza, il Signore guarda il cuore».” (1Sam. 16,7)
La comunità cristiana nello scegliere un leader, su qualunque piano, non si affida al solo e giusto discernimento umano. Tanto più non si affida a tecniche di inciucio a manovrine mondane a scavalcamenti impropri. A pugni iniqui. Certo non bisogna scandalizzarci se questo accade. È la nostra natura ferita. Che pur essendo in cammino di conversione non è sopita, non è guarita e di tanto in tanto viene fuori sotto tante forme.
Asprezza, mancanza di affabilità, mormorazione, detrazione, faide, battaglie social, denigramenti, termini e modi impropri, giudizi temerari, discriminazioni. Condanne più che giudizi. Fissismi e stereotipie, mentali e spirituali. Vere e proprie cantonate. Legami simbiotici con figure leaders. Accentratismo e leaderismo. Proiezioni di rapporti genitoriali feriti da cui non siamo guariti. Desiderio di volere e poter gestire ogni cosa. Desiderio di riscatto dalle proprie frustrazioni. Uomini de-virilizzati e feriti e donne amazzoni, anch’esse ferite. Deliri personali e di piccolo gruppo.

Potremmo continuare sulle dinamiche personali e comunitarie che spesso sono presenti nelle nostre relazioni.
Non bisogna turbarsi perché Dio, per guarire, aiuta a tirar fuori e far vedere le zone d’ombra per poterle sanare.
D’altronde “Dio che ti ha creato senza di te non ti salva senza di te” (Sant'Agostino, Sermo CLXIX, 13) cioè Dio non opera la tua salvezza senza la tua graduale auto-coscienza e collaborazione attiva e docile alla grazia. Purché auto-coscienza, onesta e il più possibile disarmata, ci sia. Su questo aspetto, decisiva è la vita fraterna e, come sussidio indispensabile, la direzione spirituale comunitaria e personale. Molto può l’appartenenza e molto può la carità autentica.

E nel contempo decisive sono le umiliazioni. Qui, in quelle autentiche, che rivelano la nostra messa a terra, il nostro essere terra, proprio dove non lo accettiamo, ed è in bilico l’autostima, proprio qui diventa decisivo l’intervento sanante del Padre. Decisivo è tornare a Lui chiedendo di poter essere resi, prima che guariti.
Infatti, proprio questo è il punto: la collaborazione alla grazia.
La comunità che sceglie un leader deve poter anzitutto confidare sulle scelte che Dio opera in quella situazione. Quindi ecco la proposta di alcuni semplici criteri su cui poter riflettere:

I criteri

1 – Si deve poter ascoltare Dio e rimettere tutto in Dio. La preghiera è fondamentale. Non come corollario o cornice di un momento a garanzia dei nostri desideri e delle nostre categorie (magari isteriche, cariche di delirio e fantasie disordinate con l’apparenza angelica o di Bene Comune) ma alla disponibilità reale del pieno stravolgimento delle stesse. Noi, Signore, vediamo e pensiamo questo ma Tu che sai il vero bene. Stravolgi e cambia quello che credi, se credi. La differenza è che si sceglie affidando le situazioni immergendole in Dio. Magari avallando una scelta umana già intuita o pensata ma lo si fa non nell’ottica “sia fatta la mia volontà con l’aiuto di Dio” ma nell’ottica della resa nelle mani del Padre. Neanche nell’ottica della “Civitas Dei” sulla terra, foriera di Teologia politica (vd “Un “partito cattolico”? No. Un partito che si fondi sulla Morale Naturale e sui fondamenti giusnaturalistici della Costituzione”, www.ilcattolico.it). Non è esplicito, ma l’assioma sottostante della “Civitas Dei” è “Dio lo vuole”, da cui deliri personali, di piccolo gruppo o collettivi. Lontani dal Bene Comune.

Occorre piuttosto educarsi e disciplinarsi al continuo “Arrendersi alla Signoria di Cristo”; sia personalmente che comunitariamente. Questo primo aspetto è fondamentale e sebbene le situazioni, talvolta, spingano ad una certa celerità, non bisogna avere fretta, umana fretta. Piuttosto bisogna riconoscere che l’unica vera urgenza è quella di abbandonarsi nelle mani provvidenti del Padre; de facto. Senza essere gelosi dell’agire stravolgente di Dio (Nm 11,25-29). L’umiltà è fondamentale.


2 – Dio può avere altre vie di giudizio. Guarda il cuore” (1Sam. 16,7). Dio di certo non guarda i pur necessari criteri umanissimi di integrità, di esperienza, estetici, di prestanza fisica, di aplomb, di “curriculum” di provenienza. Dio anzitutto guarda il cuore della persona e il cuore delle situazioni.
Per questo è importante che coloro che sono scelti tra una rosa di leaders ricevano un annuncio esterno, in “Spirito e potenza” che ricordi i fondamenti della Diakonia.
La via Kenotica, presente comunque in ogni seconda chiamata specifica, come quella del Leader; sia esso leader di una comunità, di un gruppo e di un partito politico cristianamente ispirato.
Occorre un annuncio Kerygmatico che ricordi nel Nome di chi si serve la comunità e quella porzione di comunità. Questo è il marchio a fuoco primigenio, lo sfraghis, il memento: “nel nome di chi”, pensi, scegli ed agisci.
Fosse anche un partito politico. La democrazia va formata, nella retta ed illuminata coscienza. L’umiltà è fondamentale.



3 – Il leader non è per sempre. “Dio fa morire e fa vivere”
(Dt. 32,39). La poltrona non è per sempre ma è transeunte.
Può accadere come accadde per il Re Saul, che uno smette di esserne degno.
Oppure può accadere che la tua funzione è per un tempo e poi devi passare il testimone ad un altro.
La gara non è per il primo posto ma per l’ultimo. Per la Diakonia. Per lo scomparire, come Giovanni Battista. È una gara di “resa in Dio”. Il leader non è uno che comanda (magari proiettando sue ferite personali, di genitoriale memoria..) ma anzitutto uno che è sottomesso. L’umiltà è fondamentale.

 

4 - Anche il leader viene giudicato dal Vero. Il dono della “Sapienza” (1Re 3,6-13). Poiché il leader è chiamato al servizio deve poter chiedere a Dio di vedere come Dio vede. Scienza, Intelletto e Sapienza. Qualunque sia l’ambito del leader. Anche in quello politico.

Il primo che vive il sano compromesso della gradualità (non del principio ma del cammino di incarnazione) è Dio. Egli lo fa con noi, con ciascuno di noi. Il leader è colui che vive a pieno, in certo qual modo, la sua dimensione sacerdotale ricevuta con il battesimo.
È tra Dio e l’uomo, con reciproca comunicazione e con ineludibile sofferenza. A suo modo vive una dimensione profetica, sacerdotale e regale.

La Sapienza, inoltre, come l’esperienza di Salomone insegna, va custodita. Per il bene proprio e delle persone affidate. È un attimo scivolare nell’idolatria, infantile e narcisistica.
Nessuno ha la "sapienza in tasca" ma è importante lo "stare in ginocchio". Umili ed in ascolto. Sempre.
Onde evitare di frequentare la santa Messa il mattino e firmare leggi contro l'uomo e il bene comune, il pomeriggio. Oppure vivere compromessi impropri trasformando “il principio di gradualità” come compromesso politico, nella “gradualità del principio”. Mentendo a sé, ai fratelli, a Dio.
Inoltre il leader è figura che "ascolta".
Non è un solipsista, un "one-man-band", ma il punto di incontro della grazia umanissima di Dio che si rivela nella comunità e si fa voce e scelta.
Il leader ha consiglieri ed aiuti fidati, come suggerisce la vicenda di Mosè e del suocero Ietro (Es.18,13ss). Gli stessi consiglieri non si esimono da una verifica umana e nella grazia per poter svolgere bene il loro ministero di aiuto. L’umiltà è fondamentale.

La sapienza invita a rispettare il linguaggio del proprio ambito. Sia pastorale, sia politico. Piani distinti, anche se comunicanti. “Dare a Cesare quel che è di Cesare e dare a Dio quel che è di Dio” (Mt 22,15-21) Un conto è un leader di un movimento laicale, di una corrente di spiritualità, di un cammino, un conto è un leader politico.
Sono ambiti distinti con linguaggio distinto. Con modalità diverse.
Non si può e non si deve fare una catechesi durante un annuncio sociale e politico, durante un raduno di piazza.
Né viceversa immettere in una catechesi aspetti programmatici, politici, sociali, operativi, ecc. Ovvio che vi possono essere talvolta dei punti di incontro ma gli ambiti devono essere chiaramente distinti. Il Regno di Dio ha un ampio respiro, quello politico ha il respiro del contingente e dell’immanente.
Fare distinzione e sintesi è, talvolta, arduo ed occorre molto equilibrio e facilmente ci si può ingannare ma saper distinguere i piani ed i linguaggi è essenziale.
È la prima forma di incarnazione.
Ovvio che stiamo parlando di “cattolici in politica”, cioè di fedeli laici che, in linea potenziale, hanno la marcia in più, la Luce che aiuta ed attua l’umanissimo discernimento. Quindi hanno una responsabilità in più, che ha dimensione bellissima e “tremenda”.
Ma occorre purificare il linguaggio negli ambiti specifici proprio per evitare che un partito, ad esempio, sia una proiezione della "civitas Dei" o di un "cammino o movimento spirituale" e non la ricerca di tutto il bene possibile alla luce della Morale Naturale che è pre-evangelica. Archetipica.
Come da altra parte occorre evitare che tale autonomia diventi l'occasione per negare ed immanentizzare la sete di trascendente presente nella Morale Naturale, nei principi che non si possono negoziare e nei valori che da essi scaturiscono.

Equilibrio, dunque, e formazione costante delle proprie competenze di cui necessita la vocazione specifica a cui si è chiamati. (Vd. Apostolicam Actuositatem, cap. II, n° 7 "L'animazione cristiana dell'ordine temporale", Conc. Vat. II).

Per tale motivo se un leader politico viene da un movimento o da un cammino dovrà purificare il linguaggio da quegli elementi che ne connotano la dimensione carismatico-religiosa. Viceversa il leader che viene da una esperienza strettamente politica dovrà maturare quei criteri sapienziali di discernimento di cui abbiamo precedentemente parlato e che amplificano al massimo, pur incarnandole, le tre dimensioni battesimali; quella del sacerdozio, della profezia e della regalità. L’umiltà è fondamentale.


5 – La vocazione da leader deve essere “utile” anche al leader. È vocazione, chiamata. È conversione. È servizio. “Signore cosa vuoi che io faccia?” (San Francesco, FF 587; FF 1032; FF 1401; FF 1492) La vocazione alla guida è anche un bene per il leader, per la sua maturazione umano-cristiana.
Questo bene non viene dopo, ma accanto.
Qui, in questa dimensione di servizio a cui è chiamato per il volere profondo di Dio e volere esplicito del popolo, egli si realizza, si compie, matura.
Fintanto che Dio e situazione lo voglia. Il poltronismo leaderistico e di posizione, è mortale. L’umiltà è fondamentale.

Detti comunque questi "semplici" cinque punti, come è noto, Dio saprà scrivere bene nonostante noi e le nostre miserie. Il suggerimento è di tenerli sempre a mente sia come incipit che come micro e macro obiettivo.

Ove situazione non li ha permessi (può accadere) è bene che vengano vissuti sempre come sana tensione senza scorciatoie efficientistiche e superficiali che, dietro la scorza del pragmatismo, non costruiscono sulla roccia immarcescibile del Bene Comune.
Buon cammino.

1 marzo 2018
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