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alleanza miniA cura di Paul Freeman

Oggi incontriamo e riflettiamo assieme a Mirko De Carli, esponente di spicco del Popolo della Famiglia, per avere un quadro sull’articolo de La Civiltà Cattolica firmato da Antonio Spadaro e Marcelo Figueroa intitolato "Fondamentalismo evangelico e integralismo cattolico" .

Articolo interessante che, per quanto riguarda le situazioni americane, è già stato oggetto delle osservazioni di Mario Adinolfi (qui CONFUTANDO SPADARO E FIGUEROA)

In realtà partiamo da questo articolo ma colloquiamo ben oltre per aprire il cuore a prospettive ed orizzonti nuovi.

Al di là dell’analisi americana fatta da civiltà Cattolica a noi appare stridente il tono da crociati contro altri supposti crociati. Non vi troviamo un afflato di cultura e di analisi volta a riflettere, se non in parte, ma ad attaccare nello specifico una certa amministrazione oppure, anzi, una certa visione delle cose. Una certa visione monotematica che depaupera il senso stesso di un articolo su Civiltà Cattolica. Creiamoci un nemico e affermiamo che esso vive e si alimenta creandosi nemici. Una sorta di corto-circuito apologetico-modaiolo.

Lei, De Carli, che impressioni ha avuto da questo testo?

De Carli: È una strategia che sussiste da anni, ed è tipica di un certo cattolicesimo progressista. Dialogo, ma solo con gli amici, e nel contempo rovesciamento sui “nemici” dell’accusa di essere intolleranti e non voler dialogare. Stavolta nell’articolo di Spadaro e Figueroa c’è un elemento abbastanza nuovo, che consiste nell’invenzione di questo “ecumenismo dell’odio” che in realtà non esiste, e semmai è dato dal voler mettere insieme in qualche modo, per combatterle meglio, le istanze religiose del tradizionale ceto medio impoverito statunitense. Queste ultime sono avvertite come le nemiche per eccellenza della cultura pauperista e peronista di stampo latinoamericano, della quale, manco a dirlo, è intriso il testo. È probabile che nell’uscita di Civiltà Cattolica ci sia anche un tentativo di mettere in difficoltà l’episcopato nordamericano, percepito come avversario in vista del prossimo conclave.

Giustamente Civiltà Cattolica fa accenno al fatto che “il termine «fondamentalismo evangelico», che oggi si può assimilare a «destra evangelicale» o «teoconservatorismo», ha le sue origini negli anni 1910-15.” Cioè a correnti identitarie piuttosto lontane dal nostro mondo Latino-Europeo, come le conosciamo in Italia. Anche se, secondo noi, il fenomeno identitario per gli USA è da ascrivere ancor prima proprio per due fattori. Il primo ad una certa multiculturalità che ha contraddistinto gli USA nella formazione graduale del loro federalismo e nel contempo la mancanza del centro di gravità “papale” che non ha garantito un certo equilibrio. Bisogna far presente ai lettori, e probabilmente anche alla Civiltà Cattolica, che la presenza del papato e dello Stato Pontificio ha evitato che, proprio in Italia, si cadesse in una sorta di federalismo retto dai due opposti estremi, cioè il laicismo da una parte e il “fondamentalismo teologico-politico” dall’altra. La presenza della Chiesa, insomma ha garantito, non senza errori socio-politici, talvolta, un certo equilibrio da Nord a Sud e tra le varie regioni italiane.

Tenendo conto che ogni analisi deve essere contestualizzata nel tempo, proprio perché come ricorda il Santo Padre il “Tempo è superiore allo spazio”, in Italia corriamo questo rischio o lo abbiamo corso, ad esempio nell’epoca Ruini? Ed oggi?

De Carli: Non credo che vi siano significativi punti in comune tra il cattolicesimo negli Stati Uniti e quello del nostro Paese. Da noi, alla caduta dello stato pontificio, si è attraversato un lungo periodo di contraddizioni nel rapporto tra stato e Chiesa che è stato superato solo coi concordati, prima negli stati preunitari e poi nel regno d’Italia. Negli USA un compromesso concordatario tra stato e Chiesa è sempre stato ed è tuttora impensabile, proprio perché nella loro cultura la nazione è naturalmente “under God”, senza che le istanze del cattolicesimo abbiano mai avuto bisogno di accordi con lo stato per potersi affermare. Oggi che anche in Italia e in Europa è chiaramente in crisi sia la visione laicista dello stato che la visione “istituzionale” della Chiesa, l’esperienza americana potrebbe essere ideale per superare l’era dei concordati che in effetti – basta pensare alle trasformazioni che ha subito il matrimonio – ha sempre meno ragion d’essere. Peccato che per farlo ci vorrebbe la cultura civile degli Stati Uniti, che specie in questo momento sembra completamente incompresa dalla Chiesa di Roma, e un poco lo è sempre stata. Forse per l’Italia e l’Europa ci vorrebbe un Papa nordamericano, e chissà che questo non possa essere nei piani del Signore.

La critica alla “Teologia politica” dall’analisi di Massimo Borghesi, a nostro avviso preziosa, cioè a quel mondo politico che trova la sponda nella teologia per creare una sorta di forma teocratica del consenso non meritava e non merita una risposta più piana, più serena, più distaccata da quella fatta dalle premesse e dal corpo dell’articolo di Civiltà Cattolica? Sembra infatti che si condanni la “teologia politica fondamentalista” con un altro intervento di “teologia politica”, tra l’altro di parte. Sotto il mirino solo alcuni nomi, Nixon, Reagan, Trump. Ora a questo a noi può interessare poco ma ha sapore, veramente, di visione manichea per combattere i manichei. Ci si aspettava da Civiltà Cattolica un’analisi altrettanto piana dei disastri e degli incipit mortiferi fatti da altre amministrazioni americane. Altrettanto fondamentaliste, sotto altro versante, con il loro estromettere totalmente l’humus cristiano dalla vita pubblica. Si pensi alla visione Clinton o ad Obama, per parlare di presidenti recenti. Ci si aspettava una critica omni-comprensiva del fiorire delle ideologie presenti negli USA, non di certo per “un contro a prescindere” ma per una critica aperta alla riflessione dei vulnus statunitensi che non sono monotematici ma più ad ampio raggio e che, in qualche maniera, trovano eco anche in Europa. Sembra che l’analisi di Civiltà Cattolica sia più massimalista e cada in terribili semplificazioni macchiettische per tirare un colpo basso anche al di là dell'Atlantico. Lei che ne pensa?

De Carli: La strumentalità dell’articolo di Spadaro e Figueroa è evidente, e l’ho già detto. Quanto alla teologia politica, noi del Popolo della Famiglia siamo spesso esposti a una critica bivalente. Da una parte saremmo un partito “confessionale”, per via della dichiarata ispirazione cristiana, e dall’altra saremmo nello stesso tempo un partito “cristianista”. Cioè, secondo la critica rilanciata dal filosofo Rémi Brague, avremmo una posizione strumentale e un po’ ipocrita, perché professeremmo i valori cristiani in funzione di difesa dell’Occidente, soprattutto in contrapposizione con l’Islam, senza però professarli veramente. In realtà, ci sembra una critica inconcludente, perché delle due l’una: o il Vangelo contiene un mandato che interessa anche la sfera pubblica della convivenza tra uomini (l’essere “luce del mondo”), oppure si tratta di un insieme di norme morali che solo indirettamente, quasi senza farsi riconoscere, possono avere effetti positivi per la società (il famoso “lievito nella pasta”). Noi crediamo che sia buona la prima, per così dire, anche perché l’alternativa è una visione che sfocia facilmente nel moralismo, nel protestantesimo, e in quell’atteggiamento davvero ipocrita che di solito viene rimproverato ai cristiani per depotenziare la carica rivoluzionaria del loro messaggio, della quale però il mondo continua a avere bisogno.

Anche il termine ecumenismo, così prezioso, specie negli ultimi pontificati. Termine di grande afflato e di grandi sponde fraterne proprio in quest’ultimo pontificato viene depauperato per descrivere situazioni di conflitto. Viene usato infatti il termine “Ecumenismo del conflitto”, una specie di ossimoro linguistico-operativo. Ma è infantile combattere una tale forma di alleanza (non chiamiamola ecumenismo) con altre alleanze che, forse, non saranno xenofobe ed islamofobe, cosa che noi fermamente deprechiamo, ma spianano la strada a visioni laiciste. Come si può omettere lo scempio di Planned Parenthood? Le analisi, se feconde, devono partire da premesse più ampie e di sguardo misericordioso della realtà, uno “sguardo carico di misericordia” (Misericordiae Vultus) come direbbe il Santo Padre. Altrimenti le analisi a senso unico non sono uno sguardo fecondo e cristiano cattolico sul reale, per aiutare gli uomini, ed il bene comune, ma un ennesimo intervento di “teologia politica” fatto da una rivista prestigiosa come Civiltà Cattolica. Lei che ne pensa? Cosa propone il Popolo della Famiglia?

De Carli: Il Popolo della Famiglia è di per sé ecumenico, proprio perché non è confessionale, e se professa valori cristiani non lo è sulla base di un mandato ecclesiastico, bensì del principio dell’unità di vita che deve essere praticato da un politico cristiano, se vuole essere credibile. Mi viene in mente, perché è paradigmatica, l’esperienza che abbiamo avuto alla nostra prima campagna elettorale, un anno fa, quando ho corso per diventare sindaco a Bologna. Mentre le parrocchie ci sbattevano letteralmente la porta in faccia, e nemmeno volevano affittarci una stanzetta con delle sedie per presentarci alla popolazione, le comunità ortodosse e alcune chiese evangeliche del capoluogo emiliano ci sono invece venute a cercare e ci hanno sostenuto sia moralmente che materialmente. Non perché i parroci ci osteggiassero (o magari solo alcuni, quelli più sedotti dalla sinistra…), ma perché essi avevano una gran paura di essere accusati di parzialità, di dover poi ospitare un po’ tutti i partiti se avessero ospitato noi, di essere ripresi dal vescovo in quanto la Chiesa non deve fare politica, e così via. Invece ortodossi ed evangelici non si facevano nemmeno lontanamente questi problemi: noi difendevamo i valori che loro per primi, in quanto cristiani, vedevano in pericolo, e quindi ritenevano doveroso e del tutto naturale, in quanto cristiani, sostenerci senza problemi e senza riserve. Davvero, esperienze come questa ci fanno capire quanto ci sarebbe bisogno di superare il concordato e la visione “istituzionale” della presenza della Chiesa in Italia.

Nell’intervento di Civiltà Cattolica viene detto, giustamente “Lo schema teopolitico fondamentalista vuole instaurare il regno di una divinità qui e ora.” Giusta analisi e giusta critica se non fosse che anche il laicismo Obamiano e Clintoniano, sempre per parlare di presidenti recenti, fondano una “religione del democraticismo” che la Sapienza Biblica conosce molto bene e che ha il nome di Babele. Cioè quando l’uomo dice “diamoci un nome” (Genesi 11,1-9). In sostanza rinneghiamo ogni fondamento naturale presente e fondiamo tutto sulla coscienza e volontà libera del soggetto. Che, come sappiamo, è gestibile benissimo da economie di mercato. Ma la cosa più grave è che pensiamo che il solo fatto che l’uomo si riunisca e decida per maggioranza decida cose giuste. Leggi che finiscono per avere un’anima involuta, purtroppo, e creare precedenti sociali e culturali. Sappiamo, se siamo onesti e realisti, che non è così che si ricerca e ci si conferma nel bene comune. Ora, la Chiesa, proprio per consegna preziosa ricevuta, deve poter far presente, nell’ambito suo proprio, queste fallacie da una parte e dall’altra e senza dimenticare di far presente che l’uomo è ferito. Infatti mentre da una parte si contesta, giustamente, lo schema teopolitico, della forzata Civitas Dei, qui sulla terra, con l’autentica “Dio lo vuole e Dio è con noi”, da altra parte si pone estrema fiducia della visione democratica delle cose e delle scelte non sostenute da principi e morale previa. Questi principi e morale previa saranno pure obnubilati, per prassi e per tanti motivi che per spazio non possiamo analizzare, ma ci aiutano a svelare e ri-fondare correttamente, ponti e dialogo con gli uomini. Se togliamo una comune grammatica salta ogni bene comune, ogni bene per la polis e si apre alla tirannia democratica di uno stato, anche qui, teopolitico, ma senza religione se non quella del laicismo.

De Carli: Altre parole non vi appulcro. Anzi no, forse è il caso di aggiungere che è necessario superare quell’impostazione, per molti aspetti figlia del Concilio Vaticano II, per cui alla fine bisognerebbe sempre ispirarsi, nel rapporto con la politica, alla parola rivelata di Dio, sia dell’Antico che del Nuovo Testamento. Salvo poi scoprire che in essa non vi è alcuna grammatica universale, valida per ogni società e ogni tempo, che possa normare la vita in comune dell’uomo sulla terra. Se non quella, tipicamente biblica, per cui alla fine Dio richiama a sé la giustizia, ritenendola impossibile all’uomo. E così si arriva di fatto a non ammettere più alcuna comunicazione tra la dimensione della fede e quella della polis. Ma al contrario, come ha giustamente scritto il nostro ottimo Massimiliano Fiorin in un articolo per la Croce Quotidiano, sarebbe urgente recuperare la lezione di Benedetto XVI nel suo discorso al Bundestag nel 2011: “contrariamente ad altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo stato e alla società un diritto rivelato, né un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto, e ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio”.

Distacchiamoci ora dall’articolo per andare al nocciolo delle proposte feconde. Nel Documento programmatico del Santo Padre, rivolto ai fedeli cattolici, l’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, sono proposti quattro principi di azione per la costruzione di società fraterne, giuste e pacifiche: il tempo è superiore allo spazio; l’unità prevale sul conflitto; la realtà è più importante dell’idea; e il tutto è superiore alle parti. Ci può descrivere come secondo Lei queste quattro intuizioni del Santo Padre sono importanti per la situazione italiana e cosa propone in merito il Popolo della Famiglia?

De Carli: Sono visioni che possono anche diventare incapacitanti, se mal interpretate. È vero che le soluzioni ai problemi sono verificabili soltanto nel tempo, e soprattutto che solo con il tempo si può comprendere la presenza di Dio nelle umane vicende, e la sua provvidenza salvatrice. Ma questo non deve portare ad un irenismo omissivo, Dio ci vuole attivi anche nel qui e ora, secondo la sua parola, con parresia.

Così come è vero che l’unità prevale sul conflitto, ma è anche vero che nella dimensione politica la verità non si afferma solo con l’arte della diplomazia e della lungimiranza ma anche con l’arte della doverosa distinzione e della chiarezza. Anche se questa a volte può portare ad una salutare divisione. Non sono venuto a portare la pace ma una spada, dice il Signore.

Così, solo per finire, sostenere che la realtà è superiore all’idea finisce per svalutare troppo la razionalità umana, e il fatto parimenti incontestabile che, come sostengono i teocon americani, le idee hanno sempre conseguenze. Insomma, il rischio è quello di scivolare nell’irenismo, ovvero nella causidica, e comunque nella perdita della razionalità, che impone la difesa della Verità sempre e comunque, con parresia, come ci ricorda il Santo Padre e con appartenenza civica.

Nell’Udienza ai Sindacati CISL dello scorso giugno il Santo Padre ha proferito con la usuale ricchezza e sintesi le seguenti parole: “Persona e lavoro sono due parole che possono e devono stare insieme. Perché se pensiamo e diciamo il lavoro senza la persona, il lavoro finisce per diventare qualcosa di disumano, che dimenticando le persone dimentica e smarrisce sé stesso. Ma se pensiamo la persona senza lavoro, diciamo qualcosa di parziale, di incompleto, perché la persona si realizza in pienezza quando diventa lavoratore, lavoratrice; perché l’individuo si fa persona quando si apre agli altri, alla vita sociale, quando fiorisce nel lavoro. La persona fiorisce nel lavoro. Il lavoro è la forma più comune di cooperazione che l’umanità abbia generato nella sua storia.”

Lei cosa ne pensa e che quale attenzione vi pone il Popolo della Famiglia.

De Carli: La centralità del lavoro è parte integrante del programma del Popolo della Famiglia. Senza una nuova cultura del lavoro, la persona finisce schiacciata dalla dimensione economica e diventa una semplice unità di produzione e consumo. Del resto, la crisi della famiglia e il disprezzo della vita operato dalla cultura laicista, che denunciamo ogni piè sospinto, ha proprio questa funzione: omologare le persone, renderli docili alle esigenze dell’impresa, e meno costose dal punto di vista del welfare. Così come più interessanti dal punto degli stili di vita richiesti dal consumismo, che per sua natura non tollera i costi di una famiglia numerosa e ispirata a una incrollabile solidarietà reciproca.

Molto bello l’intervento di Papa Francesco nell’intervista a La Croix del 9 maggio, riportato anche nell’articolo di Civiltà Cattolica «L’Europa, sì, ha radici cristiane. Il cristianesimo ha il dovere di annaffiarle, ma in uno spirito di servizio come per la lavanda dei piedi. Il dovere del cristianesimo per l’Europa è il servizio». Colpisce la spinta che il Santo Padre chiede anche in politica affinché vi sia un cuore, una dimensione di servizio. La dimensione identitaria altrimenti perde di valore e diventa ideologica o per contraltare carica di buon-intenzionismo, e quindi altrettanto falsa. Il Papa chiede politici che “vogliano bene” che abbiano un cuore, un afflato reale al bene comune. Cosa chiede il Popolo della Famiglia a se stesso e come si pone davanti ai problemi urgenti della nazione Italia?

De Carli: Noi siamo un movimento, per dirla proprio all’americana, “grassroots”. Cioè, un po’ come avvenuto con i Tea Parties statunitensi, siamo nati dal basso, dalla base, come alimentati dalle radici che fanno crescere l’erba nei prati senza che neanche lo si possa vedere. È una grazia tangibile del Signore il fatto che il nostro partito si stia sviluppando con tanta resilienza, per così dire, nonostante i tanti ostacoli che ci vengono frapposti e soprattutto l’oscuramento mediatico che dobbiamo affrontare. Molti ci chiedono se troveremo intese elettorali con il centrodestra, ma il problema è più del centrodestra che nostro. Infatti, in questa fase, la Lega e Fratelli d’Italia sentono moltissimo il problema dell’identità. Anzi, si può dire che lo mettano al centro della loro politica contro l’immigrazione incontrollata e le eccessive ingerenze dell’UE. E allora, perché non ci rendiamo organici a loro e a un nuovo progetto di centrodestra? Proprio per questo motivo: noi siamo spinti da un’esigenza di servizio al bene comune che ci rende impossibile negoziare sui principi. Invece, a volte si ha l’impressione che gli altri partiti del centrodestra attuale lo farebbero volentieri, se solo la tendenza elettorale del momento lo suggerisse. Ma ora le cose si stanno muovendo in un modo che pensiamo che sarà difficile, anche per il centrodestra italiano, continuare a fare a meno di noi.

Grazie caro Mirko De Carli e sempre in alto i cuori.

De Carli: A presto ed in cordata


Paul Freeman per il sito www.ilcattolico.it