Per vivere «la gioia del Vangelo» occorre «convertirsi credendo» e respirare lo Spirito Santo a pieni polmoni. Sono le immagini scelte dal cappuccino Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, nella prima predica di quaresima, tenuta nella cappella Redemptoris Mater del Palazzo apostolico la mattina di venerdì 27 febbraio. A fare da filo conduttore alla riflessione è stata l’esortazione Evangelii gaudium di Papa Francesco, con i suoi «tre poli di interesse» intrecciati tra loro: «il soggetto, l’oggetto e il metodo della evangelizzazione». Insomma, «chi deve evangelizzare, cosa si deve evangelizzare, come si deve evangelizzare».
E la «novità» portata da Francesco, ha fatto notare padre Cantalamessa, «va cercata nell’appello che rivolge all’inizio della lettera e che costituisce il cuore di tutto il documento»: l’invito «a rinnovare oggi stesso l’incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta». Del resto, «lo scopo ultimo dell’evangelizzazione non è la trasmissione di una dottrina, ma l’incontro con una persona: Gesù Cristo». Un incontro «libero, voluto, spontaneo, non puramente nominale, giuridico o abitudinario». In particolare, ha affermato il predicatore, «l’urgenza di una nuova evangelizzazione, e cioè di una evangelizzazione che muova da basi diverse da quelle tradizionali e che tenga conto della situazione nuova», è dovuta alla profonda mutazione della «situazione della fede nella società». Così, ha rilevato, «si tratta in pratica di creare per gli uomini d’oggi delle occasioni che permettano loro di prendere, nel nuovo contesto, quella decisione personale libera e matura che i cristiani prendevano all’inizio nel ricevere il battesimo e che faceva di essi dei cristiani reali e non solo nominali». La questione riguarda soprattutto «la massa dei cristiani già battezzati che vivono come cristiani puramente di nome e non di fatto, completamente estranei alla Chiesa e alla vita sacramentale». E «la risposta a questo problema è venuta più da Dio stesso che dall’iniziativa umana: sono gli innumerevoli movimenti ecclesiali, aggregazioni laicali e comunità parrocchiali rinnovate, apparse dopo il concilio». Proprio «queste realtà sono il contesto e lo strumento che permette a tante persone adulte di fare una scelta personale per Cristo, di prendere sul serio il loro battesimo, di diventare soggetti attivi della Chiesa». Riprendendo in mano la Evangelii gaudium , padre Cantalamessa ha ribadito che «la gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù». Ma, ha avvertito, «se non vogliamo che le parole restino solo parole, dobbiamo porci una domanda: perché il Vangelo sarebbe fonte di gioia? L’espressione è solo un comodo slogan o corrisponde a verità?». Anzi, prima ancora: «Perché il Vangelo si chiama così, cioè notizia lieta, bella, gioiosa?». Per il predicatore «la via migliore per scoprirlo» è partire proprio dal Vangelo, dalle parole stesse di Gesù e dal senso autentico del suo invito alla conversione. E cioè «un completo cambiamento di mente, un entrare in un ordine di idee totalmente nuovo». Dunque «convertirsi non significa più tornare indietro; significa piuttosto fare un salto in avanti ed entrare, mediante la fede, nel regno di Dio che è venuto in mezzo agli uomini». Perciò «convertitevi e credete» non sono «due cose diverse e successive, ma la stessa azione: convertitevi, cioè credete; convertitevi c re d e n d o » . Spazzati via i luoghi comuni per cui il Vangelo sarebbe sinonimo di sofferenza e non di gioia, Francesco nell’esortazione non manca di ricordare «tutti i grandi “no” c o n t ro l’egoismo, l’ingiustizia, l’idolatria del denaro; e tutti i grandi “sì” che esso ci sprona a dire al servizio degli altri, all’impegno sociale, ai poveri». È «la dimostrazione che l’incontro personale con Gesù è tutt’altro che una esperienza intimistica e individualistica; diventa, al contrario, la molla principale per l’evangelizzazione e la santificazione personale». Riferendosi, infine, allo Spirito Santo, padre Cantalamessa ha ricordato che «la quaresima è il tempo di inspirazione per eccellenza». E ha invitato «a fare profondi respiri per riempire di Spirito Santo i polmoni della nostra anima e così, senza che ce ne rendiamo conto, il nostro alito profumerà di Cristo».
© Osservatore Romano 28 febbraio 2015