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Un infortunio di metodo e di merito quello del presidente della Camera, Gianfranco Fini. Non solo per aver messo sullo stesso piano la condanna delle leggi razziali di Mussolini e il silenzio della Chiesa, eliminando torti e ragioni, ma soprattutto perché, se c'è un anno nel quale in più occasioni Pio XI e anche non pochi vescovi, anche se i toni furono diversi, fecero sentire la loro voce questo fu proprio il 1938. Fu invece costretta a tacere la stampa cattolica invitata perentoriamente dai prefetti, per ordine del ministro Alfieri, ad evitare ogni eventuale commento sul problema della razza con in più il divieto di riprendere anche il discorso del Papa del 28 luglio.

Quello agli alunni del collegio di "Propaganda fide" nel quale il pontefice si chiese - con una distinzione significativa - come mai l'Italia volesse «disgraziatamente» imitare il Reich perché «il genere umano è una sola grande universale razza umana». Nell'ottobre del 1938, monsignor Ernesto Pasini, direttore di una pubblicazione bresciana, veniva diffidato «dal riprodurre sull'Osservatore romano o dal pubblicare articoli contro il razzismo, anche se tale opposizione sia soltanto contro il razzismo tedesco». Quale sia stata la posizione di Pio XI, che stava lavorando ad una apposita enciclica contro il razzismo, è ormai nota. Come nota è anche quella del cardinal Schuster, espressa nel novembre 1938 nel Duomo di Milano nell'omelia "Un'eresia antiromana" nella quale il razzismo veniva definito «un pericolo internazionale non minore di quello dello stesso bolscevismo».

Certo gli interventi del Papa e dei vescovi avevano dovuto tener conto del ruolo svolto dalla diplomazia vaticana per non arrivare ad uno scontro aperto con il fascismo e non mancarono varie voci del mondo cattolico vicine al regime (ma un universitario reggiano, Pasquale Marconi, avrebbe criticato duramente padre Gemelli). Ma alcuni diari o lettere private venuti alla luce recentemente indicano un disagio crescente, se non una opposizione vera e proprio, verso le leggi razziali. Lo aveva rilevato già Renzo De Felice riprendendo alcune informative della polizia politica. «Negli ambienti cattolici si biasima apertamente tutta la politica antiebraica e questo biasimo, risaputo dalla popolazione, provoca una solidarietà verso gli ebrei che si manifesta in tutte le occasione possibili».

Il giudizio non riguarda solo Torino ma anche buona parte dell'Italia. Da Bozzolo, don Primo Mazzolari, scrivendo al suo amico, don Guido Astori, osservava che la campagna contro gli ebrei «continua in modo indegno e rivoltante». E il sacerdote decideva di cambiare la tradizionale preghiera del Venerdì santo «pro perfidis judaeis» in quella «pro tribulatis judaeis». Ha torto Fini. La Chiesa non ha taciuto. E non per quieto vivere!
Antonio Airò
© Avvenire