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Locandina-visitadi MAURIZIO FONTANA

Nel segno del dialogo e dell’ascolto. Il traffico di via di Boccea non soffoca quella che sembra essere la nota caratteristica della parrocchia romana di San Giuseppe all’Aurelio, dove il Papa si reca in visita pastorale domenica pomeriggio. «Usando il linguaggio di Francesco — ci dice il parroco, l’oblato Giuseppe Lai — potremmo dire che la nostra ottica è quella della periferia.
Ma in che senso? In quello di voler raggiungere tutti, indifferentemente da religioni e pensieri diversi. A noi interessano le persone». Quando fu costituita, nel 1961, la parrocchia era anche fisicamente in periferia. All’inizio era guidata da padre Almiro Faccenda e non aveva neppure la chiesa: per i fedeli il punto di riferimento era il piccolo teatro della casa generalizia degli oblati di San Giuseppe, la congregazione a cui da sempre è affidata la guida della comunità. Poi l’urbanizzazione ha trasformato le cose. Nel 1970 — la parrocchia si era già estesa sul versante di via di Val Cannuta — venne finalmente inaugurata la chiesa con la struttura di cemento e tufo. Oggi, in una comunità che conta circa diciottomila persone, la periferia è soprattutto nei cuori della gente. Nel quartiere, ci spiega il parroco, non si registrano grandi criticità o tensioni sociali, ma «si vivono quotidianamente le ansie create dalla crisi, con le difficoltà di portare avanti il quotidiano, di far fronte ai mutui o anche di far quadrare i conti a fine mese». E la parrocchia cerca di andare incontro alle tante necessità attraverso il gruppo vincenziano e le iniziative del gruppo Caritas: pacchi di viveri, vestiario, aiuti per pagare le bollette. «Certo — sospira il parroco — non possiamo fare più di tanto, ma quello che soprattutto ci interessa è vedere quale è il bisogno reale delle persone. Perché non sempre è solo quello del pane». Ecco le periferie da non trascurare: le periferie esistenziali. Territori dell’animo percorsi dai volontari della parrocchia che, quando qualcuno arriva a chiedere aiuti materiali, si attivano per andare a incontrare le famiglie, per ascoltare, per capire se dietro una bolletta non pagata si nasconde una ferita più profonda. In questa logica dell’incontro nella quale il parroco, con il suo stile sereno e accogliente, cerca di educare la comunità affidatagli, rientra anche l’imp egno in una specifica realtà territoriale particolarmente “difficile”. Su via di Val Cannuta, infatti, sorge il cosiddetto residence, una struttura che ospita seicento famiglie disagiate inviate dal Comune. È un’altra periferia da raggiungere. «E la raggiungiamo da anni», spiega padre Lai. «All’inizio abbiamo portato avanti il progetto “Dammi una mano”: i giovani della parrocchia andavano dai ragazzi che ancora non frequentavano la scuola per aiutarli a superare la diffidenza verso gli altri». Ora, da quattro anni, molti di quei bambini frequentano la Scuola della pace, promossa dalla comunità di Sant’Egidio. Domenica Papa Francesco, dopo aver salutato i bambini del catechismo, i loro genitori e i catechisti, incontrerà una ventina di ospiti del residence e insieme a loro anche un piccolo gruppo di rom che dalla lontana tenuta Piccirilli raggiungono ogni domenica la chiesa di San Giuseppe: «Abbiamo battezzato i loro figli, non hanno nessuno a cui rivolgersi e li seguiamo volentieri». Sono la testimonianza di una comunità che esce fuori dalle sue mura. Simbolo di questa tensione verso l’esterno è l’annuale festa della famiglia: tutti sono invitati, senza distinzioni. Insomma, ribadisce il parroco, ed è quasi un ritornello per un concetto che gli sta molto a cuore: «Cerchiamo di incontrare le persone». E, del resto, se non ci fossero la parrocchia e altre realtà religiose, il quartiere non offrirebbe occasioni e luoghi di aggregazione. «Devo dire — spiega padre Giuseppe — che sono molto soddisfatto della collaborazione con i molti istituti religiosi femminili e maschili che sono nel territorio». Ugualmente sembra esserlo delle tante realtà che operano all’interno della parrocchia. Oltre all’aiuto dei due viceparroci, i padri Sebastian Soy e Orlando Paladino, e del diacono Filippo Sacchinelli, si conta su diversi gruppi: laici giuseppini, vincenziani, Legio Mariae, Caritas, Rinnovamento dello Spirito, neocatecumenali, alcolisti anonimi, gruppi giovanili. A ognuno viene chiesto di inserirsi attivamente nella vita del quartiere. Nell’idea pastorale di padre Giuseppe questo coinvolgimento globale parte da un progetto che punta molto sulla famiglia: «Investiamo parecchio sulla preparazione al matrimonio e al battesimo e poi sulla catechesi post-battesimale». Se la famiglia si sente accolta e ascoltata sin dai primi passi, più facilmente potrà poi essere presenza attiva e propositiva, capace di accogliere e ascoltare gli altri. E tra gli incontri privilegiati previsti per il Papa, uno sarà proprio con le famiglie nascenti, con i bambini battezzati nell’anno e con i loro genitori. L’a l t ro sarà quello con i malati, accompagnati dai ministri straordinari dell’Eucaristia. Francesco potrà così far sentire la sua vicinanza a tutte le realtà parrocchiali. Confesserà anche alcune persone prima di celebrare la messa per tutta la comunità. L’attesa è grande, ma il parroco ha cercato in tutti modi di indirizzarla: «Il Pontefice non è una star che viene a fare il defilé nella nostra comunità. Il Papa, a nome di Gesù, ci viene a chiedere “A che punto siete? Quale è il vostro cammino?”». Venerdì sera in chiesa c’è stata una veglia di preghiera. Padre Giuseppe ha chiesto a tutti di prepararsi al meglio, perché «questa visita deve portare nella gente un cambiamento interiore, spirituale. Altrimenti non servirà a niente. Sarà inutile cercare solo un’emozione: le emozioni vengono e vanno». Padre Giuseppe è convinto che il passaggio del Pontefice fra la sua gente porterà grandi frutti: «Al nostro vescovo chiederò innanzitutto che ci aiuti a vivere la fede. Mi aspetto che rinvigorisca nella comunità l’appartenenza alla Chiesa». Si aspetta molto dalle parole del vescovo di Roma: «Secondo me il vero uomo di Dio è l’uomo per l’uomo. E Francesco conosce il linguaggio dell’uomo. Sa cosa è una difficoltà: lui è stato nelle favelas, ha conosciuto la miseria, ha ascoltato i discorsi della gente sugli autobus, sulla metro. È un uomo saggio, di cuore, che ti dice il bene che ti vuole e non bada a tante formalità. Ci piace la sua dolcezza infinita ma anche la sua chiarezza decisa».

© Osservatore Romano - 14 dicembre 2014