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danteIl 1° maggio si è tenuta a Londra la conferenza «Oltre la soglia: la corporeità delle anime nella Divina commedia di Dante» organizzata da Artstur. L’autore ne ha sintetizzato i contenuti per il nostro giornale.

 di ALESSANDRO SCAFI

«Non v’accorgete voi che noi siam vermi nati a formar l’angelica farfalla, che vola a la giustizia sanza schermi?» (Purgatorio, X, 124-126). Dante sapeva che qui sulla terra siamo forme di vita transitorie e imperfette. Ma quale volo, quale farfalla si librerà dal bruco? Cosa ci aspetta nell’aldilà? Mentre il bozzolo si corrompe e muore, quale forma assumerà la farfalla diretta a Dio, libera dagli impedimenti terreni? La farfalla non dovrebbe essere soltanto la nostra anima, perché, come scriveva san Paolo, l’uomo tutto intero sarà trasformato, da corruttibile in incorruttibile, da mortale in immortale. Lo scenario atteso e invocato dai cristiani è quello dell’ultimo giorno, quando da Dio verranno un nuovo cielo e una nuova terra, l’umanità tutta sarà radicalmente rinnovata per la vita eterna e, risorgendo, riceveremo corpi gloriosi. Quando questo accadrà non è dato sapere. Di sicuro c’è che ogni individuo sperimenta la sua personale fine del mondo al momento della sua morte. Gli storici del pensiero religioso hanno notato che intorno al XII secolo è emerso nell’Europa cristiana un nuovo interesse verso il destino del singolo che lascia il suo bozzolo, indipendentemente dal giudizio finale collettivo. In sintonia con gli interrogativi del suo tempo (che poi sono quelli di tutti i tempi) Dante immagina che al momento della morte l’anima immortale venga subito giudicata e assegnata a eterno dolore o a gioia perpetua. Mentre il corpo inizia a corrompersi, l’anima finisce sulla riva dell’Acheronte, se è dannata, o sulle sponde del Tevere, se si è salvata. Dal Tevere l’anima è condotta per purificarsi sulla spiaggia del monte del Purgatorio o si libra direttamente verso il cielo di Dio. Si tratta quindi di anime separate dai corpi. Nel poema di Dante leggiamo però di anime tormentate da un dolore fisico, una pena senza speranza nell’Inferno, una medicina di purificazione nel Purgatorio. Ma come fanno le anime a soffrire pene corporee? Il loro corpo è sepolto e disfatto. Più in generale, com’è possibile che le anime conservino un aspetto corporeo, abbiano volti, esprimano gesti? Nel corso del suo viaggio, Dante incontra, riconosce, parla con anime dall’a p p a re n z a corporea. Più in generale, qual è il rapporto tra l’anima e il corpo? La spiegazione giunge a Dante pellegrino (e al lettore di Dante poeta) nel canto 25 del Purgatorio, sulla terrazza dove le anime si purificano dal vizio della gola, dimagrite dai loro appetiti. Com’è possibile che le anime, che non hanno bisogno di cibo, dimagriscano? Virgilio, la luce della ragione naturale, il poeta pagano che ha cantato un aldilà di pallide ombre svanite nell’Ade, cede la parola al poeta latino e cristiano Stazio, che ha completato il suo processo di penitenza e che accompagna gli altri due poeti nel loro percorso. La scienza di Aristotele può aiutare a spiegare le fasi del concepimento e dello sviluppo del corpo umano, ma poi viene il momento misterioso, quando, una volta formati gli organi, Dio infonde nella creatura animale l’anima razionale, libera e immortale. È come quando il calore solare si unisce all’umore della vite e diventa vino. Dio «si volge lieto» alla creatura naturale e la ravviva con l’anima di uno spirito divino. L’anima razionale di origine divina assimila allora le facoltà vegetative e sensitive del corpo naturale, facoltà che porta con sé anche dopo la separazione dal corpo. Privata del corpo di carne, l’anima irradia e imprime nell’aria una sottile figura corporea, come fa il sole con l’arcobaleno nell’aria di pioggia. Può farlo perché è dotata della virtù formativa assimilata nel processo di gestazione nel grembo materno, perché racchiude in sé, virtualmente, l’e s s e re di tutta la persona. Ecco come le anime che Dante incontra parlano, ridono, piangono: lo fanno con il loro corpo aereo, che però si trasforma secondo affetti e desideri dell’anima. All’Inferno il corpo aereo delle anime è distorto dalla punizione e dalla sofferenza: Dante non riconosce persone a lui note, incontra ibridi mostruosi, assiste a macabre metamorfosi. Anche in Purgatorio il corpo aereo è alterato dalla sofferenza, ma la sofferenza è produttiva, e il corpo aereo dell’anima conserva una forte somiglianza con quello terreno. In Paradiso le anime sono compiute nella loro perfezione e appaiono più belle, fasciate sempre più dalla luce, dovuta alla gioia della loro visione di Dio. Dante ha elaborato una visione originale e poetica dal dibattito scientifico e teologico dei suoi tempi, che tentava di rendere ragione scientifica (nei termini di Aristotele) degli articoli della fede: l’immortalità dell’anima, l’unità della persona (anima e corpo), la resurrezione dei corpi. C’era chi sosteneva una netta distinzione tra l’anima (una, ma composta di molte forme) e il corpo (forma della sua materia e in diretta continuità con il corpo risorto). C’era anche chi, come Tommaso, pensava all’anima razionale come all’unica forma della persona, capace di determinare e attivare la specificità del suo corpo. Dante descrive l’esistenza indipendente di anime separate dal corpo terreno ma dotate di corpo aereo perché espressione di tutta la persona. Allo stesso tempo si tratta per lui sempre di surrogati (per quanto corporei) della più autentica realtà individuale, attuata soltanto con la risurrezione dell’ultimo giorno, quando le anime si riuniranno ai loro corpi nella gloria. La qualità provvisoria e incompleta dei corpi aerei delle anime è sottolineata più volte nel poema. Ai piedi della montagna del Purgatorio, per esempio, un’anima si stacca dal suo gruppo per andare incontro a Dante. È un caro amico, il musico Casella, che per tre volte il poeta tenta di abbracciare, ma invano: ora Casella è un’ombra senza consistenza e sarà un vero essere umano soltanto quando sarà risorto. In Paradiso l’anima di re Salomone fa capire a Dante che la felicità del cielo non impedisce alle anime beate di desiderare la riunione con i loro corpi, di anelare alla condizione in cui la loro carne sarà «gloriosa e santa», di attendere con fede il giorno in cui potranno ritrovare le persone care nei loro corpi e gioire anche della loro felicità. Si capisce allora la tensione interna alla poesia di Dante tra l’idea di un’anima immortale, indipendente dal corpo e veicolo dell’intera persona, capace di irradiare una corporeità aerea (quasi spirituale), e il concetto dell’unità di corpo e anima come costitutiva della persona umana, e della resurrezione dei corpi come compimento finale dell’umanità. Nell’Empireo, l’involucro celeste di tutto l’universo visibile, situato oltre lo spazio e il tempo, Dante finalmente incontra non più ombre ma corpi risorti. Dante poeta sente di balbettare come un lattante. Dio gli appare come un simbolo, come una figura geometrica, una forma misteriosa, in cui si percepisce vagamente l’immagine della nostra umanità. È il mistero dell’incarnazione, il mistero del rapporto tra Dio e uomo, il mistero dell’associazione tra anima e corpo. Dante continua a fissare quel simbolo, ma non riesce a capire. Poi, improvvisamente, un lampo. Dante raggiunge la sua ultima vetta, arriva al punto ineffabile, incontra Dio. È una folgorazione improvvisa. La visione svanisce subito come improvvisamente è venuta, e si scioglie nell’amore che muove il sole e le altre stelle.

© Osservatore Romano - 3 maggio 2012