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solidarieta 1di GIANLUCA BICCINI

Famo rete: lo slogan di un progetto per i giovani, volutamente in romanesco per raggiungere direttamente i destinatari, sintetizza tutte le attività della parrocchia di Santa Maria Madre del Redentore a Tor Bella Monaca, che Papa Francesco visita domenica pomeriggio, 8 marzo. Il lavoro di squadra in questa borgata difficile della periferia est di Roma, troppo spesso sinonimo di malessere sociale e di delinquenza, è infatti la caratteristica principale delle iniziative pastorali e caritative della comunità. Don Francesco De Franco, prete cinquantenne del clero romano che la guida da tre anni, parla apertamente di «quartiere tra i più difficili della diocesi», nel quale quarantamila abitanti sono costretti ogni giorno a fare i conti con molti disagi.
«Si tratta — spiega — di novemila famiglie venute soprattutto dall’Italia meridionale negli anni del boom economico; mentre gli altri, che sono la maggior parte, vivono qui perché assegnatari di una casa popolare». E sempre più provengono dal sud del mondo. Ecco perché sin dalla sua fondazione, risalente al 1985, Santa Maria Madre del Redentore ha fatto dell’ascolto, dell’accoglienza e del sostegno ai bisognosi le parole chiave della propria missione ormai trentennale. «Il tessuto sociale — dice ancora don Francesco — non è tra i più sani»: spaccio e uso di droga, anche tra i bambini e i ragazzi, violenza, prostituzione e tanta povertà fanno di Tor Bella Monaca una delle realtà più rappresentative del degrado di tante periferie urbane, nelle quali la Chiesa è chiamata a svolgere un ruolo primario nel mantenere viva la speranza. La parrocchia qui lo fa attraverso una rete capillare che coinvolge il clero, le tre congregazioni religiose femminili presenti nel territorio e numerosi laici. Anche perché ogni giorno bussano alle porte di via Duilio Cambellotti dalle venti alle trenta famiglie bisognose. «Distribuiamo mensilmente quattrocento pacchi viveri — ricorda il parroco — e, grazie al contributo della Caritas italiana, aiutiamo i più indigenti nel pagamento delle utenze, dei farmaci e delle visite mediche». Sempre sul fronte della solidarietà, considerato che a “Torb ella” ci sono almeno duecento persone agli arresti domiciliari e molte altre sono state o sono in carcere, nei locali parrocchiali vengono ospitati ben due centri diurni per bambini con gravi problemi familiari: sono quattordici alunni delle elementari e della materna e dodici ragazzi delle medie, tutti figli di tossicodipendenti o detenuti. «Li prendiamo a scuola, li aiutiamo con i compiti, li coinvolgiamo nelle attività catechetiche e ludico-ricreative, diamo loro la cena e poi li riaccompagniamo a casa», prosegue don Francesco. La squadra capitanata dal sacerdote è formata da due giovani vicari e due collaboratori che risiedono a Roma per motivi di studio. Con loro, tredici religiose tra figlie di Maria Ausiliatrice, suore della carità di santa Giovanna Antida, e missionarie della carità della beata Teresa di Calcutta. Le prime, oltre che dei centri diurni, si occupano dell’oratorio e delle sue molteplici attività: scuola di danza, calcetto, gruppi teatrali e musicali, doposcuola. Le seconde si prendono cura del centro di ascolto Caritas, dei malati e di numerose attività con adulti e anziani. Infine le suore con il sari bianco bordato di azzurro accolgono ragazze madri e animano un doposcuola per bimbi extracomunitari. Prezioso anche il contributo di circa duecento laici impegnati in ambito catechetico, liturgico e caritativo. Tra i movimenti ci sono i neocatecumenali, con cinque comunità, un gruppo scout, la Sant’Egidio con la scuola della pace e i cavalieri di Malta con un consultorio medico-legale. «Per questo — commenta don De Franco — la gente di Tor Bella Monaca ci vuol bene. Per noi la sofferenza più grande è il dover discernere le necessità e bilanciare i fondi» per poter accontentare chi domanda un sostegno: «È l'amarezza di un padre a cui i figli chiedono un pezzo di pane e può dar loro solo le briciole». Una preoccupazione che riguarda soprattutto le famiglie dei detenuti. Donne e uomini senza prospettive quando avranno scontato la pena; ragazzi, giovani, padri o madri di famiglia che per aver sbagliato magari una sola volta rischiano di dover pagare per tutta la vita. Spesso l’unica possibilità è tornare a delinquere o a spacciare. Il traffico di stupefacenti e le altre forme illecite di guadagno finiscono con il diventare l’alternativa più semplice e redditizia. Soprattutto se si considera che da queste parti in appartamenti fatiscenti di non più di 30 metri quadrati vivono ammassati interi nuclei familiari, il cui unico reddito è la pensione sociale o di invalidità dell’anziano di casa. E proprio quello della terza età è un altro dei campi di azione privilegiati della parrocchia. «Ci sono quelli che muoiono nella solitudine e vengono trovati dopo diversi giorni», confida il parroco. Eppure 160 ammalati vengono visitati settimanalmente dai ministri straordinari, suore e sacerdoti attivi in questa grande rete di solidarietà. Infine un’ultima sfida pastorale riguarda l’altissimo numero di separati, conviventi e famiglie allargate. «Anche chi chiede il battesimo per i bambini ha situazioni irregolari e dopo la celebrazione del sacramento è difficile poter continuare il discorso», afferma don De Franco. Ora però sta per arrivare il Papa e la speranza è che almeno per un giorno Tor Bella Monaca dimentichi le sue difficoltà e viva un pomeriggio all’insegna della gioia. «L’o rg a nizzazione della visita mi ha fatto toccare con mano quanto sia davvero buona la gente — conclude il parroco — e posso dire di avere una buona task force per l’impegno sociale e pastorale».

© Osservatore Romano - 8 marzo 2015