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san Francesco di Paoladi don Daniele De Rosa

Una vita quasi centenaria con un’alimentazione non solo parca e morigerata, come chiunque si aspetta da ogni religioso, ma completamente vegetariana. Anzi, vegana, e non per motivi ideologici, bensì teologici. Forse anche i cattolici potrebbero recuperare il buono di certe pratiche “estreme”

San Francesco di Paola, Santo vegan; San Francesco di Paola e l’alimentazione vegana; San Francesco di Paola – un santo vegan che visse sino a 91 ani, sono solo alcuni dei titoli che si trovano nei siti internet delle associazioni vegetariane o vegane. Il mondo dei vegani si è accorto della presenza di san Francesco di Paola e della sua proposta di stile di vita incentrato sull’alimentazione quaresimale. Esiste addirittura un ricettario proveniente dall’Ordine dei Minimi e che fa la gioia dell’universo vegetariano, Cucina di strettissimo magro, edito a Genova nel 1880 dal Minimo padre Gaspare Delle Piane, ed oggi ancora disponibile presso la genovese Feguagiskias Studios Edizioni: è uno sterminato repertorio di ricette composte con soli ingredienti quaresimali, per poter mangiare in modo variegato mantenendo comunque sempre una dieta di strettissimo magro.
La proposta di vita essenziale e l’etica di solidarietà e di rispetto della natura a partire dal rapporto con il cibo, avanzate da molte associazioni vegetariane o vegane, possono essere tranquillamente accolte all’interno della Chiesa Cattolica. Il grande scrittore inglese G. K. Chesterton ha affermato che il mondo contemporaneo è pieno di idee cristiane impazzite. Ossia, che molte delle mode della cultura moderna sono delle idee cristiane estrapolate dalla più ampia visione Cattolica: così, ad esempio, secondo lo scrittore inglese, «la psicanalisi è il confessionale senza le garanzie del confessionale », «il comunismo è il movimento francescano senza l’equilibrio moderatore della Chiesa», «il calvinista è un cattolico ossessionato dall’idea cattolica della sovranità», e così via. Allo stesso modo potremmo dire che «il veganesimo è un ascetismo cristiano diventato folle». Attraverso l’alimentazione di strettissimo magro di San Francesco di Paola possono essere incontrate tutte le istanze etiche dell’universo vegano e, possiamo dire, riportate a casa, nella più ampia ed equilibrata visione di uomo della Chiesa Cattolica che non guarda al rapporto con l’alimentazione per sole regioni salutistiche o per un vago rispetto della natura, ma inquadra l’ascetica alimentare in un più globale rapporto umano con l’altro da se stessi: Dio e il prossimo. San Francesco di Paola fece sua per tutta la vita l’alimentazione prescritta in antichità dalla Chiesa per il periodo di Quaresima, un’alimentazione di strettissimo magro senza la carne e i suoi derivati (latticini, uova e grasso animale). Si alimentava, quindi, di legumi: fave, ceci, olive, piselli, lattuga; di cereali: il pane, l’orzo; la frutta: mele, fichi, castagne, prugne, uva passa, melograni. Come condimento utilizzava l’olio di oliva. Pur permettendo ai suoi frati di alimentarsi di pesce, a condizione che siano di umile qualità, lui non ne assumeva, se non solo quando era ammalato. Beveva acqua naturale di fonte, a volte l’acqua piovana, qualche volta un sorso di vino. Oltre a questa forma ascetica alimentare, vive la monofagia, si nutre -con i soli cibi quaresimali, beninteso-, una sola volta al giorno, alla sera. Alle vigilie delle grandi feste (Natale, Pasqua, Annunciazione, Pentecoste,…), vive il digiuno totale, come preparazione all’incontro spirituale con il Signore, così come digiuna ogni Mercoledì ed ogni Venerdì di tutto l’anno. Questa pratica ascetica alimentare diventa la caratteristica della fisionomia spirituale dell’Eremita calabrese al punto che il primo Anonimo biografo del Santo, riporta che a chi si associava alla sua vita faceva osservare per tutto il tempo della sua esistenza, non un’alimentazione qualsiasi, ma un vitto esplicitamente quaresimale. Per meglio comprendere questa scelta di Francesco, occorre brevemente tratteggiare il contesto ecclesiale del XV secolo, che è un contesto di mondanizzazione della Chiesa. Dal punto di vista religioso il secolo XV presenta luci ed ombre, forme mondane di vita e correnti devote. È segnato soprattutto da un’ansia di riforma. Questa situazione di mondanizzazione caratterizzava anche la Chiesa calabrese, che aveva anche una sua peculiarità, poiché nella regione erano presenti, fin dal VI secolo, molti monasteri del monachesimo del Cristianesimo Orientale. Perciò, al tempo di Francesco, in Calabria erano presenti molti cenobi che diffusero le tradizioni dell’Oriente cristiano. Uno dei precetti previsti dalla Chiesa, a cui erano tenuti sia i religiosi di rito latino che di rito orientale, era quello dell’osservanza della penitenza durante la Quaresima e negli altri giorni indicati nel calendario delle festività cristiane. Questi tempi penitenziali prevedevano l’astinenza dalla carne e dai suoi derivati, come ascesi di conversione. Poiché era un regime molto austero da mantenere, molti ordini religiosi chiesero alla Santa Sede dispense per essere sottratti dal rigore penitenziale, che fu subito pronta a rilasciarle. In questo disimpegno nel vivere la vita quaresimale Francesco vedeva un segno della mondanizzazione della Chiesa: anche in chi doveva rappresentare in modo particolare il Vangelo agli occhi della gente, come i religiosi, si era perso lo spirito di sacrificio e di dedizione. Francesco, così, in questo contesto di lassismo spirituale, decide di assumere proprio la vita quaresimale come segno pubblico e personale di conversione e di riforma interiore e come stimolo ad un cristianesimo vissuto con maggior impegno e serietà. Nel riprendere questa alimentazione di strettissimo magro, l’eremita calabrese si richiama all’eredità spirituale dei Padri del Deserto, spiritualità probabilmente incontrata proprio nel contesto calabrese, dove era ancora attivo il monachesimo orientale, erede dei grandi anacoreti del deserto; questo lo riconoscerà anche Alessandro VI che, approvando la Regola dell’Ordine dei Minimi, definì il Paolano «non padre primario di questo genere di vita, ma fedele seguace e innovatore degli antichi Padri»: con la sua vita quaresimale San Francesco di Paola ripropone lo stile di vita dei Padri del Deserto in un contesto urbano e moderno. Sono i Padri del Deserto a consigliare di non nutrirsi di carne per meglio agevolare il rapporto con Dio e con il prossimo: così afferma San Girolamo: «Tra i cibi evita quelli caldi, e non parlo solo delle carni,... È bene per l’uomo non bere vino, nel quale vi è lussuria, e non mangiare carne»; Sant’Agostino: «I Cristiani, non eretici, ma cattolici, al fine di domare la carne, per spingere di più l’anima alla preghiera, si astengono non solo dalla carne, ma anche da alcuni frutti »; San Giovanni Crisostomo: «Il digiuno è il nutrimento dell’anima, le dà ali leggere per essere portata in alto e contemplare le realtà del cielo». Oggi sappiamo, grazie alla scienza, che c’è un nesso diretto tra alimentazione, apparato endocrino (il sistema che rilascia gli ormoni nel corpo), e le pulsioni: grasso e calore influenzano il sistema ghiandolare, possono alterare l’equilibrio psicosomatico, la grassezza dei cibi influisce sull’attività delle ghiandole intestinali, sulla fluidità del sangue e sulla muscolatura. Ma tutte queste scoperte dell’attuale nutriceutica appartengono al patrimonio degli asceti cristiani, che l’avevano sperimentato nella loro vita. I Padri della Chiesa, però, precisano subito che non esistono cibi puri e impuri, prendendo le distanze così su quei gruppi che basavano l’astinenza su motivazioni sbagliate, come i manichei che, presi da una visione dualistica della realtà, svalutavano il corpo e la materia. L’astinenza viene proposta solo con lo scopo di favorire una maggior unione con l’amore di Dio. Tutti questi ricchi significati penitenziali di conversione interiore racchiusi nel digiuno e nell’astinenza dalla carne tipici dei tempi penitenziali della Chiesa, sono raccolti da San Francesco nella formula sintetica di «vita quaresimale», che si concretizza nell’astinenza dalla carne e dai suoi derivati: «Tutti i frati di quest’Ordine si asterranno completamente dai cibi di grasso e nel regime quaresimale faranno frutti degni di penitenza si da evitare completamente le carni e quanto da esse proviene. Pertanto a tutti e a ciascuno di essi è assolutamente e incontestabilmente proibito di cibarsi, dentro e fuori convento, di carni, di grasso, di uova, di burro, di formaggio e di qualsiasi specie di latticini e di tutti i loro composti e derivati». Questo stile di vita viene elevato a quarto voto solenne, tipico dell’Ordine dei Minimi, oltre ai voti di povertà, castità e obbedienza, come segno esterno, visibile a tutti, di un desiderio di continua conversione. Ai laici Francesco lascia l’alimentazione quaresimale perpetua alla loro libera scelta. La vita quaresimale non ha limiti di spazio, non la si vive solo in convento, ma anche fuori, e non è limitata ad un particolare periodo liturgico, ma allargata a tutto l’anno: tutta la vita è quaresima, tempo di continua conversione. Questa vita quaresimale è fatta ruotare attorno al Crocifisso, come riporta la terza redazione della regola per i frati che nell’intestazione inizia così: «Nel nome del Crocifisso inizia la regola dell’Ordine dei Minimi». I testimoni ci dicono che Francesco spesso era trovato in preghiera estatica dinanzi al Crocifisso mentre esclamava: «O Dio carità! O Dio carità! O Dio carità!». Per Francesco il Crocifisso è la fonte dell’amore «sino alla fine» di Dio per noi. La carità di Dio lo muove in tutte le sue scelte, è così soprattutto la vita quaresimale di San Francesco di Paola, con il suo «desiderio della maggiore penitenza», non è altro che una risposta d’amore all’amore del Crocifisso. Tutta la vita quaresimale diviene un continuo unirsi alla Passione di Cristo, un continuo passaggio assieme al Signore da una vita concentrata su se stessi ad una vita di dono verso Dio e il prossimo. Il paolano nella Quarta Regola, infatti, indica il motivo per cui perseguire la vita quaresimale: i frati digiunano perché sono impegnati «a crocifiggere le loro membra insieme ai vizi e alle concupiscenze ». «Crocifiggere le propria membra» è un’affermazione tratta dalla conclusione della Lettera di san Paolo ai Galati (Gal 5,24), che ha come tema la libertà che scaturisce da una vita che ha vinto il peccato ed è entrata nell’orbita dello spirito. Alla luce di questa affermazione paolina si comprende il proposito della vita quaresimale di san Francesco di Paola: meta del cammino penitenziale è liberarsi dal peccato, crocifiggendo con Cristo l’uomo vecchio, che vive di egoismo e facendo risorgere, assieme a lui, l’uomo nuovo, che vive nell’amore verso Dio e verso il prossimo. Nella Quarta Regola Francesco descrive così gli effetti positivi del digiuno e dell’astinenza dalle carni sulla vita spirituale cristiana: «il digiuno corporale purifica la mente, sublima i sensi, sottomette la carne allo spirito, rende contrito e umiliato il cuore, disperde i focolai della concupiscenza, estingue gli ardori della libidine e accende la fiaccola della castità». Il digiuno e l’astinenza dalla carne, vissuti alla scuola di amore gratuito di Gesù, aiutano a rendere il cuore contrito ed umiliato, favoriscono il cuore a passare dalla durezza e chiusura, ad una vita aperta nell’amore verso Dio, il prossimo e la creazione. Francesco sperimenta che la vita quaresimale incoraggia innanzitutto un umile ritorno a Dio, a porre il suo amore al primo posto nella propria vita; primato di Dio che si esprime nella vita di preghiera. La vita quaresimale «purifica la mente», facilita, quindi, la preghiera e la contemplazione luminosa dell’amore di Dio. L’Eremita arriva a vivere anche 8 giorni continui di preghiera senza nutrirsi, bevendo solamente. San Francesco vive per primo la bella definizione di preghiera data nella sua Regola -«Ciascuno è pure esortato ad applicarsi alla santa orazione, ricordandosi che la pura e assidua orazione dei giusti è una grande forza, e come un fedele messaggero compie il suo mandato penetrando là dove non può arrivare la carne»-, arrivando davvero al massimo consentito in questa vita, segnata dai limiti dello spazio e del tempo, di unione con l’amore di Dio: a Paola, mentre costruisce la chiesa, è trovato in estasi sollevato da terra di fronte al tabernacolo dell’Eucaristia, così anche nella chiesa conventuale di Tours; sempre a Paola, si vedono luci colorate sgorgare dalla vallata dove Francesco si è ritirato in preghiera; spesso si odono musiche celestiali uscire dalla sua cella. San Francesco di Paola, così, si rivela essere uno dei maggiori mistici del suo tempo. Un cuore rappacificato con Dio diviene un cuore riconciliato con il prossimo. La vita quaresimale, quindi, contribuisce a convertire il cuore non solo a Dio ma al vero amore verso il prossimo. Ciò si è realizzato in modo esemplare in San Francesco di Paola; non a caso il motto del suo Ordine è Charitas, e lui stesso è chiamato Santo della Carità. Francesco concretizza l’amore verso il prossimo attraverso l’accoglienza della gente che si recava da lui, sia in Calabria che in Francia. I testimoni riportano che c’erano processioni continue di persone presso gli eremi dove si trovava Francesco. L’eremita paolano diventa un punto di riferimento per la Calabria, grazie anche alla sua difesa della giustizia dei poveri e degli oppressi nei confronti del malgoverno dei baroni locali e della monarchia aragonese. La Charitas dell’Eremita calabrese ha anche una dimensione politica, soprattutto nel periodo francese. Francesco a Tours, consapevole di essere al vertice della diplomazia europea, cerca di spingere i sovrani francesi verso un governo sensibile alla giustizia sociale e alla pace tra le varie nazioni. Davvero la vita quaresimale ha spinto questo Eremita ad un amore verso il prossimo nel segno della vera gratuità. La vita quaresimale rende e umiliato il cuore anche verso la creazione. La dimensione del rapporto dell’eremita calabrese con la creazione non è mai stata messa in luce, eppure questo rapporto riconciliato con la creazione è ben presente nella vita del Paolano e sta emergendo in tutta la sua bellezza. Attraverso la penitenza il cuore di Francesco si è aperto alla carità, ad un amore che non si è fermato all’uomo ma si è allargato fino a diventare fratellanza universale. L’eremita ferma i massi che stavano precipitando sugli operai, fa sgorgare l’acqua dalla roccia, entra nella fornace dove cuoceva la calce per ripararla, calma il mare, alleggerisce il peso delle pietre da portare per la costruzione del convento. Anche con gli animali vive un identico rapporto: sposta un nido di vespe tra le sue braccia dal convento al bosco senza timore; mentre è in colloquio con due persone nella sua cella, mette a tacere un uccellino che, entrato dalla finestra, gli faceva festa con i suoi gorgheggi e lo custodisce nella manica del suo saio; un cerbiatto, inseguito da alcuni cacciatori e salvato da Francesco, gli rimase così affezionato, che per tutta la sua vita non volle più allontanarsene: lo seguiva dappertutto, come un cagnolino. La vita quaresimale di San Francesco di Paola, nella sua radicalità, ci aiuta a riscoprire e a vivere con nuovo slancio quei giorni penitenziali indicati ancora oggi dalla Chiesa Cattolica, in cui è richiesto l’astinenza dalla carne o il digiuno, e che sono: il Mercoledì delle Ceneri, che segna l’inizio della grande Quaresima; i Venerdì di ogni settimana durante tutto l’anno, in ricordo di quel Venerdì Santo nel quale si osserva anche il digiuno, che rievoca la Passione e Morte del Signore; il digiuno che precede l’Eucaristia: l’astinenza, un’ora prima dell’inizio della Santa Messa, da cibo e bevande per chi, sacerdote e fedele, vuole ricevere l’Eucaristia. Riscoprire, assieme a San Francesco di Paola, la spiritualità dei tempi penitenziali della vita cristiana, significa riscoprire il primato di Dio nella propria vita. San Francesco relativizza tutti i beni materiali, quindi anche il cibo, perché è l’amore di Dio ciò che basta alla sua vita. E il cibo è visto nell’ottica del raggiungimento di questo amore per Dio. Chi pone al centro della propria vita l’amore per Dio e per il prossimo arriva ad un corretto rapporto con le cose: non le idolatra, non fa dei beni materiali lo scopo della propria esistenza, ma utilizza tutte le cose come mezzo per raggiungere questo amore. In questo San Francesco di Paola è stato profeta ed è attuale per noi oggi in una società consumistica, che ha fatto dell’accumulo delle cose il fine essenziale del proprio essere. Infine, la spiritualità quaresimale del Santo calabrese, a 600 anni dalla sua nascita, è ancora attuale per il suo essere uno stile di vita essenziale che tocca nella concretezza la vita dell’uomo. In una cultura che, segnata da Internet e dai nuovi mezzi di comunicazione, tende a divenire sempre più virtuale e astratta saltando a piè pari la concretezza delle relazioni “viso a viso” e dove anche nella Chiesa l’amore cristiano rischia di divenire più solamente proclamato e immaginato che realmente concretizzato, la «vita quaresimale» di San Francesco di Paola ci tocca, invece, proprio nella nostra dimensione fisica, nella corporeità della nostra vita personale, la quale, attraverso lo spogliarsi dei sapori della tavola assumendo un’alimentazione di solo strettissimo magro, viene assimilata al gesto di Cristo che, per amore nostro, si è concretamente privato della sua vita, donandola per noi.


© http://www.lacrocequotidiano.it/ - 1 giugno 2016

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