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di Roberto Fusco e Arkadius Nocon

Non capita che di rado, nel contesto delle scienze umanistiche, che un auspicio espresso in relazione a uno spunto di ricerca iconografica trovi piena e puntuale realizzazione. È, pertanto, anzitutto con sorpresa che, ad appena due anni dalla formulazione di quel rassegnato desiderio, va accolto l'annuncio dello scorso 10 dicembre del rinvenimento dei due stendardi in seta raffiguranti san Giacinto Odrowaz (1185-1257), domenicano della prima ora, nei magazzini del convento della Santissima Trinità di Cracovia.
Il santo, che è tra le figure più ragguardevoli  della  storia  agiografica post-tridentina, vanta tra le sue benemerenze postume l'onore d'essere il primo santo canonizzato all'indomani dell'istituzione della Sacra Congregazione dei Riti e delle nuove norme varate in materia dal concilio di Trento e di costituire l'unico polacco rappresentato tra le 139 statue che sormontano il colonnato berniniano di Piazza San Pietro. Negli anni immediatamente a ridosso della sua canonizzazione, celebrata in San Pietro il 17 aprile 1594, era fiorita, soprattutto in ambiente domenicano, una ricca produzione iconografica che aveva visto attivi alcuni tra i più celebri rappresentanti del manierismo e del barocco italiano. Essa codificò assai presto un nucleo di precisi modelli figurativi che rispondessero adeguatamente alle esigenze e alle soluzioni propugnate dopo Trento per la pittura cattolica "riformata", orientandosi soprattutto verso moduli semi-arcaizzanti, con il santo raffigurato in saio bianco e cappa nera, tonsurato, in posa devota o contemplativa davanti alla visione della Vergine che, nel corso della mistica apparizione, rivolge al santo la frase, abitualmente apposta su cartigli:  Gaude, fili Hyacinthe, quia orationes tuae gratae sunt Filio meo et quidquid ab eo per me petieris impetrabis.

Tale iconografia consentiva di soddisfare tanto le tradizionali esigenze ritrattistiche della committenza quanto il moderno gusto manierista e barocco per la teatralità e il movimento, che trovava nella formula della sacra conversazione una soluzione quanto mai congeniale, che risulterà, non a caso, dominante.
Gli stendardi dipinti che l'ordine domenicano, secondo la prassi abituale dell'epoca, predispose per il theatrum canonizationis allestito nella basilica Vaticana quale fastoso contorno allo svolgimento del rito costituirono senza dubbio la prima manifestazione pittorica "ufficiale" relativa al santo. Non stupisce, dunque, che al modello iconografico dell'Apparizione della Vergine al santo corrisponda anche il San Giacinto degli stendardi cracoviensi, messi giustamente in relazione - sulla base di motivazioni di natura stilistica e iconografica - con i manufatti creati per la canonizzazione.
Tale ipotesi risulta, di fatto, confermata anche dal confronto comparativo con un'altra testimonianza artistica. Si tratta del ciclo pittorico dedicato al santo nella cappella laterale della navata destra nella chiesa domenicana di Santa Sabina all'Aventino in Roma, fatta costruire ex novo dal cardinale Girolamo Berneri da Correggio, esponente di spicco dell'ordine domenicano, già priore del convento romano, nonché devoto particolare di san Giacinto, destinandola ad accogliere le sue future spoglie.
Il programma decorativo della cappella fu affidato a Federico Zuccari, incontrastato dominatore dell'esperienza artistica del manierismo romano nell'ultimo trentennio del XVI secolo, il quale in questo lavoro avrebbe lasciato il suo unico contributo all'insieme delle ristrutturazioni avviate nell'urbe in vista dell'anno santo del 1600. Il ciclo zuccariano riserva le quattro lunette ai lati delle finestre a episodi minori della vita del santo, destinando invece la volta al Trionfo della Vergine, in cui si celebra l'accoglienza di san Giacinto nella gloria dei santi in un Paradiso affollato di santi ed eletti fin nei pennacchi, che sfumano verso la sommità in rutilanti cerchi di luci dagli straordinari effetti luministici, pregevole citazione della "Rosa Mistica" dei beati dell'empireo dantesco, nonché della cupola di Santa Maria del Fiore in Firenze, dove l'artista era intervenuto pochi anni prima a completare gli affreschi vasariani:  dal pennacchio di sinistra, ideale porta di questo paradiso, i santi Domenico e Francesco d'Assisi accolgono Giacinto, di fresca proclamazione, mentre nella rosa di luce serafica la Vergine Maria si volge alla gloria del Paradiso con slancio vitale e glorioso.
I due ampi riquadri delle pareti laterali sono, invece, riservati a due scene della vita del santo polacco funzionali alle esigenze autocelebrative dell'illustre committente domenicano. Sulla parete di destra è la Vestizione del santo:  l'artista concepisce un impianto figurativo di ieratica simmetria, con il santo di spalle lungo la linea mediana a ricevere il saio bianco dell'ordine domenicano direttamente dalle mani di san Domenico, mentre a sinistra sta lo zio, Ivo vescovo di Cracovia, rappresentato con il volto del Berneri, e, all'estremità opposta, un anziano domenicano indica la futura gloria del novello domenicano, additando i tre arazzi sullo sfondo con scene della sua vita, in cui sembra sopravvivano le suggestioni degli apparati celebrativi approntati per il theatrum canonizationis.
Tali spunti dominano, invece, incontrastati nell'affresco della Canonizzazione, vero e proprio unicum nella tradizione iconografica del santo. Il taglio compositivo porta in evidenza una volontà decisamente innovativa nella struttura della scena, caratterizzata da un maggiore sviluppo in profondità, ma soprattutto la meticolosa articolazione narrativa acquisisce la precisione d'una testimonianza quasi oculare dell'evento. Il motivo che lo Zuccari era stato chiamato a interpretare riproduce,  infatti,  fedelmente  una  fase del rito descritta nei particolari nel De vita, miraculis et actis canonizationis sancti Hyacinthi  confessoris  di  Severino Lubomlczyk, edito a Roma nel 1594. L'affresco evoca il momento della canonizzazione, durante il quale, davanti al podio ligneo sopraelevato, il segretario dei Brevi, Silvio Antoniano, tesse un elogio del santo, poco prima che Clemente viii dia lettura ex cathedra del decreto di canonizzazione. In basso, al centro, sono riconoscibili su di un desco i pani e le due botti di vino portate per l'offertorio, nonché numerosi ceri votivi e altri uccelli, allegoria delle virtù cardinali e teologali. Sono poi riconoscibili lungo la fascia mediana dell'affresco:  l'Antoniano, ritratto nelle sue fattezze autentiche, con in mano il breve di canonizzazione; il vicario generale dei domenicani, Juan Vicente de Astorga, inginocchiato; Stanislao Minski, legato del re di Polonia  e  Svezia;  l'avvocato concistoriale  Cino  Campani, con in mano una  carta  recante la petizione d'annoverare Giacinto nell'albo di santi; infine, a conferire  alla  scena  un  tocco di vivacità, forse la figura di Girolamo Dembinski, discendente degli Odrowaz, nei vispi panni di un giovane nobile che sbuca a sbirciare da vicino la scena.
Al centro dell'affresco, in piedi, il personaggio in posa declamatoria è, ancora una volta, il Berneri atteggiato nel ruolo di magnificatore delle virtù del santo tenuto dall'Antoniano. Sopra di lui, in perfetto asse, si riconosce lo stendardo della canonizzazione del santo, sotto la cui intercessione si pone idealmente il Berneri, suo illustre e devoto promotore.
Il confronto comparativo evidenzia come nell'immagine effigiata dallo Zuccari sia stato fedelmente riprodotto il modello degli stendardi cracoviensi, in seta purpurea, con il santo in basso a sinistra, la Vergine col Bambino nell'angolo contrapposto e, tra le due figure, il fluttuante cartiglio snodato in quattro ampie pieghe.
Secondo le fonti, al termine della cerimonia, lo stendardo fu recato in processione fino a Santa Maria sopra Minerva. Il 17 maggio il Minski lo portava con sé in Polonia, dove lo avrebbe consegnato al vescovo ausiliare di Cracovia, Paolo Debski, per destinarlo, a sua volta, ai domenicani del luogo. Il particolare rilievo dato all'evento spiega ragionevolmente la presenza di una seconda copia dello stendardo. Resta ora da approfondire il problema dell'origine, presumibilmente italiana o polacca, di questa preziosa e rara manifattura.

(©L'Osservatore Romano - 22-23 febbraio 2010)