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«Se incontrassi oggi Beppino Englaro gli direi che provo compassione per lui. Ma gli direi anche, con tutta la fermezza possibile, che non condivido affatto la posizione da lui tenuta fino a oggi con Eluana. Non condivido la scelta di portare sua figlia alla morte. Condivido, invece, le sofferenze di quegli altri duemila genitori che si trovano nella sua stessa situazione e che, a differenza sua, nonostante la fatica e il dolore, continuano a lottare. Bisogna dirle queste cose. Perché altrimenti si crede che la situazione della famiglia Englaro sia un unicum. Non è così».
Sono trascorsi pochi minuti dalla sentenza della Cassazione che ieri ha respinto il ricorso della Procura di Milano sul caso Eluana Englaro, aprendo la strada perché l'alimentazione e l'idratazione che tengono in vita Eluana possano essere legalmente sospese: la Suprema corte ha accolto la richiesta del procuratore generale che chiedeva l'inammissibilità del ricorso della Procura del capoluogo lombardo contro la Corte d'appello di Milano che aveva concesso lo stop all'alimentazione di Eluana, in coma irreversibile da quasi diciassette anni. Col Riformista è monsignor Rino Fisichella a dire la sua. È presidente della Pontificia accademia per la vita e, dunque, è la persona più competente in merito in Vaticano.

Eccellenza, è caduto l'ultimo ostacolo per l'interruzione delle cure alla Englaro. Come commenta?
«Sono sgomento. Non ho altre parole».

C'è chi ritiene la sentenza legittima.
«Nessuno può permettersi di gioire. Se qualcuno gioisce io non posso fare altro che provare compassione per lui».

Per chi voleva la sentenza però quella di ieri è una vittoria.
«È una sconfitta per tutti. Altro che vittoria. Una grande sconfitta per il diritto, perché non si comprende davvero come sia possibile che un giudice possa sentenziare arrivando a dire che lo stato vegetativo di una persona è irreversibile. Come si fa a dire che lo stato vegetativo di una persona è irreversibile? Su quali basi lo si dice? Eluana è una ragazza che vive, respira autonomamente, si sveglia e si addormenta, ha una sua vita. Cosa ne sanno i giudici di ciò che sente e prova una persona in stato vegetativo? Non hanno la competenza per fare e dire nulla in merito. E nemmeno ce l'hanno le persone che i giudici hanno interpellato: a queste credo manchino le basi scientifiche per esprimersi».

Cosa direbbe ai giudici?
«Niente. Sono degli arroganti. Hanno legalizzato l'eutanasia. Complimenti».

Secondo lei non ha vinto la libertà?
«No. Perché se la libertà è stabilire che si può dare la morte togliendo il nutrimento e l'acqua a una persona, allora non capisco che tipo di libertà sia. Oltretutto non si rispettano i tempi che il Parlamento si era dato per intervenire laddove c'è un vuoto legislativo. La Costituzione italiana, il Codice civile e il Codice penale non contemplano questo tipo di azioni. Il diritto è per difendere la vita, non per dare la morte».

È, dunque, sempre convinto che vi sia bisogno di una legge?
«Più che convinto. Non solo una legge è necessaria ma è anche urgente. Affinché non si ripropongano situazioni simili».

Per la famiglia di Eluana prova solo compassione?
«Oggi il mio rispetto va principalmente a chi si vede tolta ingiustamente la vita. Certo, rispetto anche la famiglia di Eluana e il suo dolore, ma non posso in nessun modo condividere ciò che stanno facendo. E occorre che questa cosa venga detta e scritta. Per quanto mi concerne tutto quello che sta succedendo è grave dal punto di vista etico e morale. Forse c'è chi potrà trovare delle giustificazioni nei cavilli procedurali e nelle interpretazioni del linguaggio. Nella sostanza, però, rimane un fatto del tutto grave ed estraneo alla cultura del popolo italiano, un fatto di una gravità assoluta perché qui siamo davanti a un vero e proprio attentato alla vita».

© Palazzo apostolico