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amore non e amato“E diceva: «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo»”
(Dal Vangelo della Sacra Liturgia del giorno, Mc 7, 14-23)
Ci fanno sorridere ed amareggiare i fotomontaggi denigratori e carichi di detrazione nei confronti di Pietro, qualunque Pietro la provvidenza ci doni.
E i fotomontaggi non sono solo costruzioni distorte esterne ma spesso viziate da nostre proiezioni interne che falsano il reale.
Attese infantili, critiche adolescenziali, dissensi distruttivi colmi di mormorazione.
Una sorta di bestemmia attualizzata allo Spirito Santo. E sappiamo bene cosa accade a chi bestemmia l’agire dello Spirito, si sega il ramo su cui è seduto, per puro cortocircuito egolatrico.
Ed accade anche con semplici ed apparenti riflessioni consegnate al mare dei social.
È questo uno tra i segni che Dio non è entrato nel nostro cuore. È entrata la proiezione di Dio.
Ed è questo uno dei segni più evidenti ed esperienziali che siamo feriti nella ratio e soprattutto nell’affettività che impedisce alla ragione di essere tale.
E questa ferita profonda pregiudica il ragionare.
Incarta il ragionare su vie ombelicali.
Vie a cui ci attacchiamo fermamente, talvolta con ferocia, perché ne va della nostra identità, spesso malata.

Ora, c’è proiezione e proiezione.
C’è proiezione graduale che Dio usa perché non moriamo all’istante ma cresciamo nella fede, come pellegrini e discepoli. Qui abita la retta conoscenza (Es 33:20). Dio entra nella nostra carne con gradualità e la trasfigura secondo il principio insito nell’Incarnazione stessa che ha un moto discendente e trasfigurante. Ci sono proiezioni che Dio “usa” per farci camminare.
Come fa un padre ed una madre con un bimbo.

Altre invece sono le proiezioni che noi per fragilità originale ed acquisita (che purtroppo talvolta diventa habitus mortifero) poniamo costantemente per evitarci di conoscere il “santo vero” come direbbe san Paolo VI.
Sono le scorciatoie di sempre che ci rendono impuri, cioè satellizzati alla miseria del mondo, alla nostra carnalità e al nemico di Dio e nostro.
Miserie interne che non abbiamo l'onestà di vedere con la Luce di Dio. Perché siamo disonesti e ladri, anzitutto.

Come non riportare alcuni passaggi di Martin Buber:
“Un giorno in cui riceveva degli ospiti eruditi, Rabbi Mendel di Kozk li stupì chiedendo loro a bruciapelo: “Dove abita Dio?”.
Quelli risero di lui: “Ma che vi prende? Il mondo non è forse pieno della sua gloria?”.
Ma il Rabbi diede lui stesso la risposta alla domanda: “Dio abita dove lo si lascia entrare”.
Ecco ciò che conta in ultima analisi: lasciar entrare Dio.
Ma lo si può lasciare entrare solo là dove ci si trova, e dove ci si trova realmente, dove si vive, e dove si vive una vita autentica.
Se instauriamo un rapporto santo con il piccolo mondo che ci è affidato, se, nell’ambito della creazione con la quale viviamo, noi aiutiamo la santa essenza spirituale a giungere a compimento, allora prepariamo a Dio una dimora nel nostro luogo, allora lasciamo entrare Dio”. (Martin Buber, Il cammino dell’uomo, Edizioni Qiqajon)

E l’umiltà di Dio, la sua infinita pazienza ed il suo attendere può essere solo origine di lacrime di commozione.
Queste sì che bruciano tutta l'impurità e riportano al "principio" e redimono l'uomo.
Sono le lacrime generate nello Spirito Santo.
Quelle vedeva chi incontrava Francesco di Assisi, un uomo commosso, un uomo mosso dall’Amore di Cristo.
Perché Cristo era sempre più entrato in Lui, con gradualità e passione, nulla togliendo, in questa actuosa participatio, di quanto era proprio di Francesco.
Ed è così, per l'umiltà inenarrabile di Dio, che Francesco fu Francesco e la Chiesa glorificasse Cristo ancor di più.

PiEffe