Ma davvero c'è da credere a chi asserisce che nella posizione espressa lunedì scorso dal cardinale Angelo Bagnasco in tema di fine-vita ci sarebbe una «svolta» se non addirittura una «rinuncia» rispetto alle posizioni classiche fin qui sostenute dalla Chiesa, per deragliare verso una «risposta intimidita e confusa», cedevole insomma nei confronti di una «cultura post-moderna che si mangiucchia pezzo per pezzo... ciò che resta della resistenza al relativismo soggettivista»?
No, evidentemente è roba da non credere, che puzza di impraticabilità lontano mille miglia. Come si fa ad addebitarla alla Chiesa? È come dire: se uno vuol morire, che muoia pure, quando e come preferisce, aiutato da chi vuole, da chi lui stesso designa anche con un anticipo di decenni, e a prescindere da qualunque valutazione medica circostanziata e pertinente. Insomma, l'esatto contrario di ciò che la Chiesa ha sempre tenacemente affermato, e continua tenacemente ad affermare.
«Se abbiamo capito bene», è la doverosa premessa dell'anonimo editorialista del Foglio allo spericolato ragionamento. Ecco, appunto, forse stavolta l'amico Ferrara - quasi sempre capace di leggere in tema di bioetica là dove gli altri stentano ad arrivare - non ha capito bene, come hanno equivocato alcuni altri, sul versante opposto, e già questa inopinata confluenza dovrebbe indurre a qualche istintivo sospetto.
Ipotizzare che i vescovi abbiano negoziato lontano da occhi indiscreti una sorta di resa culturale con «la cultura postmoderna» è un grave errore concettuale e politico, un autentico abbaglio, che dà per acquisite certezze inconsistenti. È difficile infatti leggere nelle parole pronunciate lunedì dal cardinale Bagnasco al Consiglio permanente Cei una svendita o un'inversione di rotta, come ha efficacemente annotato monsignor Elio Sgreccia, interpellato dal Corriere.
«Nelle parole del cardinale Bagnasco - ha detto - non vedo alcun rovesciamento di posizioni: il presidente della Cei ha ribadito e rafforzato la posizione del Santo Padre».
Guardiamo senza paraocchi la realtà: è vero, in questa vicenda c'è chi ha cambiato le carte in tavola. Si tratta della Corte di Cassazione che il 16 ottobre di un anno fa, rovesciando clamorosamente un consolidato orientamento giurisprudenziale, ha di fatto autorizzato la Corte d'Appello di Milano a dare il via libera per il distacco del sondino che tiene in vita Eluana, sulla base di argomentazioni friabili, del tutto sproporzionate a una sentenza chiamata a decidere della vita di una persona disabile incapace di esprimere la propria volontà attuale.
Un drammatico colpo di mano, contro il quale - non a caso - si è levato un coro di giuristi allarmati per la pericolosa crepa aperta nel diritto alla vita. Con la sua sbalorditiva sortita la Suprema Corte ha di fatto, e a suo modo, legiferato in una materia nella quale devono valere garanzie e tutele indisponibili.
Se queste vengono ignorate, non solo su Eluana ma anche sui duemila pazienti in stato vegetativo come lei pende un verdetto di condanna: libero d'ora in poi chi li accudisce di sospendere l'alimentazione artificiale, se evoca vaghe dichiarazioni rese anni prima e in condizioni di piena salute, col beneplacito di una parte minoritaria della magistratura.
Prendere atto che questi sono i fatti nuovi con i quali occorre fare i conti è un segno di saggezza, non certo di disinvoltura. Di lungimiranza, non di ripiegamento. Di coerenza, non di rovesciamento delle posizioni. E se la politica per una volta si mostra agile nel voler porre mano a una situazione che sta ormai sfuggendo al controllo, perché affidata al soggettivismo e alla creatività di singoli attori, come possono i vescovi non tenerne conto e non affidare ai legislatori le loro attese (i famosi 'paletti' evocati dalla signora Coscioni) rispetto alla legge che si vuol far nascere? Possibile che non dica nulla il fatto che oggi, dopo la famosa sentenza della Cassazione, sono proprio alcuni dei propugnatori storici del testamento biologico a dire 'meglio nessuna legge'? Certo, dal loro punto di vista, hanno già ottenuto tutto dalla Cassazione, a che serve ora una legge, forse a restringere le possibilità? Sì, esattamente a questo deve servire, e non - ovvio - a deragliare rispetto ai binari di un umanesimo che sa preservarsi integro per le generazioni future. Amico Ferrara, che ti succede? Dove è andata a finire la tua rinomata lucidità, la tua proverbiale e caparbia autonomia di pensiero?
© Copyright Avvenire, 24 settembre 2008
I VESCOVI NON MOLLANO ALCUNA POSIZIONE
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