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Parlare di sfide della vita consacrata oggi non è per niente nuovo. Da tempo ne vengono segnalate alcune. Comunque sia, il fatto che noi consacrati ci interroghiamo su questo è importante, perché ci aiuta a rimanere sempre vigilanti per non lasciarci cogliere dal sonno, e continuare a lavorare per una vita sempre più significativa.

Due note mi sembra importante segnalare. Nelle sfide che attualmente affronta la vita consacrata alcune sono più urgenti di altre, per cui la prima cosa che si chiede ai consacrati è il discernimento, in modo che si dia priorità a una rispetto alle altre. È una questione metodologica fondamentale, dato che non tutte le sfide si possono affrontare nello stesso tempo, né in tutte si possono investire le stesse forze ed energie. Anche in questo è molto valido il richiamo costante del Santo Padre alla vita consacrata e alla Chiesa stessa: la necessità di tornare all’essenziale, la necessità di tornare al Vangelo.

 

La seconda nota che penso sia importante tener presente è che parlando di sfide non possiamo riferirci solo ai problemi che può avere in questo momento la vita consacrata, ai quali occorre dare una risposta, ma anche, e direi soprattutto, alle possibilità che ha davanti a sé questa forma di sequela Christi. Questo ci porterebbe a trarre forza dalla nostra debolezza e a potenziare tutto il positivo che c’è nella nostra vita e che molte volte non conosciamo, dando così adito ai “profeti di sventura” che tanto danno recano alla Chiesa e alla vita consacrata.

Tenendo in conto quanto detto, segnalo come sfide/possibilità della vita consacrata due che ne racchiudono molte altre: recuperare la capacità di stupore e di meraviglia, e restituire alla vita consacrata tutto il suo fascino. Leggendo i Vangeli colpisce la meraviglia, lo stupore che manifestano i seguaci di Gesù davanti a quello che egli dice e fa: stupore per quello che dice, perché insegna come uno che ha autorità e non come gli scribi (cfr. Mc 1, 22); stupore per quello che fa, perché fa bene ogni cosa (Mc 7, 37). Lo stupore e la meraviglia, particolarmente nel Vangelo di Marco, aprono il cuore al bene, generando domande che a loro volta generano la fede che si traduce nella sequela (cfr. Mc 1, 22ss).

Stupore e meraviglia provocano e inquietano fino alla richiesta di una risposta immediata. Solo così si spiega la rapidità nella risposta dei discepoli davanti all’invito di Gesù a seguirlo: «...subito, lasciate le reti, lo seguirono» (Mc 1, 18; cfr. 1, 20; 2, 14). Stupore/meraviglia davanti a cui non si può restare insensibili, ma piuttosto spinti a una decisione forte di comunione con questa persona, provocati alla passione di essere come lei, dire ciò che essa dice e fare ciò che essa fa, stare con lei, che è il fine di ogni vita consacrata.

Stupore/meraviglia sono il primo passo verso la riflessione e la contemplazione: illuminano la mente, toccano il cuore e muovono i piedi e le mani a camminare e agire, dando così senso alla propria esistenza. Se stupore/meraviglia sono essenziali nella vita del credente, molto più lo sono nella vita di un consacrato, in quanto l’irruzione del sacro è sempre straordinaria: il trascendente irrompe nell’immanente e sorprendente, l’inaspettato nell’abituale e incontrollabile, l’infinito nel finito. Se seguire Cristo nella vita consacrata è intraprendere un cammino di conversione che non finisce mai; meraviglia/stupore aprono una porta verso la conversione, verso l’esperienza di un Dio che rimane sempre giovane. In questo modo, meraviglia/stupore sono l’antidoto contro la routine e aprono a esperienze nuove. Senza meraviglia e stupore la relazione con il Signore nella vita consacrata si raffredda e la risposta vocazionale viene a mancare.

Tutto questo culmina nella nuova evangelizzazione e in una catechesi veramente vocazionale fatta di racconti esperienziali, perché soltanto chi vive nello stupore/meraviglia di della sequela può contagiare entusiasmo e gioia di seguire Gesù. Solo a partire dalla meraviglia/stupore possiamo diventare «gioiosi messaggeri di proposte alte, custodi del bene e della bellezza che risplendono in una vita fedele al Vangelo» (Francesco, Evangelii gaudium [=Eg]) 168). Per restituire alla vita consacrata tutto il suo incanto: allegria contagiosa, forte attrattiva, soave freschezza e stimolante speranza. Per sua natura, l’incanto risveglia grazia e simpatia, immaginazione e fantasia, forza, entusiasmo e speranza. Il contrario di incanto è il disincanto: frustrazione, stanchezza, monotonia, disillusione, tristezza. Il disincanto è la tomba dei sogni, della speranza che può terminare con il pentimento per le decisioni prese a suo tempo.

Come consacrati abbiamo davanti a noi una sfida/possibilità importante: fare che la vita consacrata mantenga il suo fascino per noi stessi, anche dopo molti anni dall’averla abbracciata, e risvegliare attrazione e simpatia in quelli “di fuori”, non solo per ammirarla ed interessare “collezionisti” di ricordi, come se fosse un pezzo da museo, ma per impegnarsi in essa, per lasciarsi sedurre da essa e perché continui a essere significativa nel mondo di oggi, presentandosi come un modo alternativo di vita a quello che offre il mondo e la cultura dominante, e, in definitiva, perché continui a essere profetica. Come consacrati abbiamo davanti a noi la possibilità e la sfida di rendere la nostra vita attraente per la sua bellezza in quanto testimoni di un modo diverso di fare, di operare e di vivere: «È possibile vivere in un modo diverso in questo mondo» (Francesco, Illuminate il futuro, Ancora 2015, 13).

Certo per conseguire tutto questo non basta pensare all’estetica della vita consacrata, come nemmeno basta fare belle e utopiche dichiarazioni di principi che non hanno nulla a che vedere con la realtà della vita, né tanto meno mettere rattoppi nuovi su vestiti vecchi (cfr. Mc 2, 21).

La passione è il linguaggio degli innamorati, come possiamo contemplare nel Cantico dei cantici. La passione dovrebbe essere il linguaggio dei consacrati. Senza passione la vita consacrata diventa scipita, insipida, inutile (cfr. Mt 5, 13). La passione, che caratterizza l’esperienza del “primo amore” (cfr. Os 2, 9), provoca la ricerca costante, direi quasi drammatica, fino a trasformarci in “cercatori” di colui che ci ha amato per primo (cfr. 1 Gv 4, 10) e giungere, per grazia, a trovare la persona amata (cfr. Ct 3, 1ss). Gesù Cristo è l’unica ragione che giustifica la vita consacrata. È l’elemento fondante della stessa.

La vita consacrata è nata per essere nelle frontiere esistenziali e nelle frontiere del pensiero, come ci ripete molte volte Papa Francesco. Le periferie sono luoghi che generalmente si caratterizzano per essere meno sicuri, più esposti a situazioni di caos, che portano a contare di meno nella società, le periferie obbligano a vivere in condizione di esodo. La periferia obbliga a chi le abita a vivere nell’itineranza, a uscire dal centro per andare nelle aree marginali. È chiaro che l’opzione per i poveri e per le periferie ci chiede di “uscire” da noi stessi, di lasciare da parte le piccole lotte interne, essere meno autoreferenziali, “primeggiare”, prendere l’iniziativa in tutto ciò che comporta amare, solidarizzare, accompagnare, festeggiare e celebrare con tutti, specialmente con i poveri. E questo, dobbiamo ammetterlo, non è facile. Però qui è una sfida/possibilità importante per i consacrati.

La vita consacrata non può centrarsi in se stessa, ma nel suo non appartenersi e nel suo impegnarsi, deve darsi al servizio di tutto il popolo di Dio e principalmente dei più vulnerabili. I nostri istituti non sono nati da uno sguardo narcisista o da una riflessione puramente teorica, ma dall’aver frequentato le periferie, dall’incontro, corpo a corpo con le persone più vulnerabili, per occuparsi delle ferite e dei dolori degli uomini e delle donne.

Se la vita consacrata vuole rinascere e risorgere ciò sarà possibile solo se non si ripiega su se stessa, se non resta prigioniera dei suoi problemi, se ha il coraggio di andare verso le periferie. Se il cristiano è per vocazione periferico rispetto al mondo, la vita consacrata è, ugualmente per vocazione, periferica rispetto alla vita della Chiesa.

L’opzione per i poveri e le periferie non è optional né uno slogan o una scelta semplicemente sociale o politica. È una scelta per Gesù che «da ricco che era si fece povero per arricchirci con la sua povertà» (2 Cor 8, 9); è vestire Gesù nel nudo, dar da mangiare e da bere a Gesù in chi è affamato e assetato; è visitare Gesù nell’ammalato e nel carcerato; è accogliere Gesù accogliendo il forestiero; è accompagnare Gesù accompagnando coloro che sono parte della cultura dello scarto (cfr. Mt 25, 35.36). Da quando Gesù si è fatto povero (2 Cor, 8, 9), il nostro Dio è il Dio dei poveri. Questi hanno un posto preferenziale nel cuore di Dio.

di José Rodríguez Carballo
Segretario della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica

© Osservatore Romano - 1 febbraio 2020