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mask-clonazione.jpgUna (non l'unica) delle varianti del libertarismo contemporaneo afferma che il soggetto ha la piena signoria sulla propria morte, essendo egli autorizzato (moralmente parlando: è questo il punto di vista che qui consideriamo, non quello giuridico) a darsi e a chiedere che venga cagionata la propria morte, perché l'autodeterminazione è il valore supremo. Talvolta questa prospettiva scaturisce da quella forma di nichilismo che sostiene che l`essere e la vita umana non hanno nessun senso e nessun valore. In tal modo, la proclamazione dell'autodeterminazione come valore supremo o comunque insindacabile (purché non leda altri) scaturisce contraddittoriamente dalla tesi dell'inesistenza dei valori. Consideriamo pertanto quella variante del libertarismo che non ha come presupposto tale nichilismo. In effetti, per alcuni autori, l'autodeterminazione è il valore più alto; oppure, comunque, darsi o chiedere a qualcuno la morte non è un male morale: l'esercizio degli atti liberi ha un ruolo esclusivo nella costituzione della dignità dell'uomo. Essi, cioè, formulano l'equazione: dignità umana = esercizio della libertà-autodeterminazione (che in realtà non sono identiche, ma il discorso sarebbe lungo). A dire il vero, si potrebbe mostrare che la dignità umana è legata alla libertà, però non dipende solo da essa. Ma, anche qualora la dignità umana coincidesse in tutto e per tutto con l'esercizio degli atti liberi, il suicidio e l'eutanasia, distruggendo la vita, tolgono anche questo esercizio e quindi calpestano la dignità umana, eliminando quel bene preziosissimo che è la libertà. Inoltre, raramente il suicidio e la richiesta di eutanasia sono veramente atti liberi, perché molto spesso vengono determinati da disperazione, dolore, pressioni, ecc. Ma, anche quando sono atti liberi, sono l'espressione di una libertà che si annulla e si autodistrugge, in quanto distrugge la vita che è la condizione della sua esistenza: ucciderci o chiedere che un altro ci uccida è il più radicale abbandono della sovranità su noi stessi. Si può obbiettare che questo discorso non vale nel caso del testamento biologico: se io chiedo, in anticipo, di morire quando non sarò più cosciente, io non annullo la mia libertà attuale e la mia dignità, bensì chiedo di morire quando la mia dignità l'avrò già persa, perché sarò privo di consapevolezza. In questa concezione, chi non è autocosciente e libero non è dotato di dignità umana e, se lo ha chiesto, lo si può uccidere quando non è più autocosciente, senza con ciò calpestare la sua dignità, che egli avrebbe già perso. Ma, seguendo questa logica, perché non dovrebbe essere lecito uccidere chiunque è privo di autocoscienza? Perché dovrebbe essere lecito uccidere solo coloro che lo hanno chiesto in passato? Se accettassimo questa logica, diventerebbe lecito uccidere chiunque non eserciti attualmente l'autocoscienza e la libertà: i neonati (come dice coerentemente il bioeticista Engelhardt), i malati di Alzheimer, i dormienti e gli uomini sotto anestesia. Il che mostra le gravissime conseguenze di questa impostazione. Si può replicare che la morte dei neonati, ecc., provoca dolore ad altri soggetti autocoscienti. Ma come la mettiamo quando nessuno piange per la loro morte?  C'è chi ribatte che si ha dignità purché e se c'è la potenzialità di esercitare e/o recuperare l'autocoscienza entro un po' di tempo. Viene allora da chiedere: entro quanto tempo? Qualche ora come nel caso del dormiente e dell'uomo sotto anestesia? Qualche giorno come nel caso di chi è temporaneamente in coma? Qualche anno come nel caso del bambino piccolo? Qualche anno in più come nel caso del neonato? Il criterio è arbitrario. Infine, ammesso e non concesso che la dignità sia legata alla possibilità di ripresa dell'autocoscienza, va ricordato che anche quando un soggetto è in stato «vegetativo» non si può mai dire con certezza che non potrà riprenderla, come dimostrano i casi di Terry Wallis e di Jan Grzebski, che si sono «risvegliati» dopo ben 19 anni.

Giacomo Samek Lodovici
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