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avvento medievale«Non si accetta Cristo per amore della Chiesa, ma si accetta la Chiesa per l’amore di Cristo. Anche una Chiesa sfigurata dal peccato di tanti suoi rappresentanti», perché «quello che conta non è il posto che io occupo nella Chiesa, ma il posto che Cristo occupa nel mio cuore».
Nella prima delle tre prediche d’Avvento — tenuta venerdì mattina, 4 dicembre, nella cappella Redemptoris Mater del Palazzo apostolico, alla presenza di Papa Francesco — il cappuccino Raniero Cantalamessa ha avviato una serie di meditazioni dedicate alla Chiesa attraverso la costituzione Lumen gentium. Il predicatore della Casa Pontificia ha infatti spiegato che, a cinquant’anni dalla conclusione del Vaticano II, è utile soffermarsi sui principali documenti conciliari, dei quali negli anni si è molto dibattuto per le loro «implicazioni dottrinali e pastorali », e poco riguardo ai «contenuti strettamente spirituali». Nel tempo di Quaresima, ha detto, ci sarà occasione di approfondire anche le costituzioni sulla liturgia (Sacrosanctum concilium), sulla Parola di Dio (Dei Verbum) e sulla Chiesa nel mondo (Gaudium et spes). Per capire davvero cosa significhi che la Chiesa è corpo e sposa di Cristo, padre Cantalamessa è partito proprio dalla prima frase della costituzione: «Lumen gentium cum sit Christus...» (“Essendo Cristo la luce delle genti”): qui, ha detto, «c’è la chiave per interpretare tutta l’ecclesiologia del Vaticano II». Qui si capisce che «non si accetta Cristo per amore della Chiesa, ma si accetta la Chiesa per amore di Cristo». Riprendendo anche alcune riflessioni scritte nel 1987 dal cardinale Ratzinger sulla «dimensione essenzialmente cristologica della ecclesiologia del Vaticano II», il predicatore ha precisato che questa visione spirituale e interiore della Chiesa, mai negata da alcuno, è stata di solito piuttosto sviluppata «in senso orizzontale e sociologico», insistendo cioè «più sulla comunione dei membri della Chiesa tra di loro, che sulla comunione di tutte le membra con Cristo». Da qui la necessità di porsi una domanda fondamentale, che non è “Cos’è la Chiesa”, ma “Chi è la Chiesa”. Il cappuccino ha così avviato la meditazione partendo da un primo concetto, quello della Chiesa che è corpo di Cristo perché è sua sposa. Alla base «c’è l’idea sponsale dell’unica carne che l’uomo e la donna formano unendosi in matrimonio e ancor più l’idea eucaristica dell’unico corpo che formano coloro che mangiano lo stesso pane». Sottolineando la vicinanza, in questa visione, con l’ecclesiologia eucaristica ortodossa, padre Cantalamessa ha affermato che «senza la Chiesa e senza l’Eucarista, Cristo non avrebbe “corp o” nel mondo». I Padri parlano anche di Ecclesia vel anima, indicando così che quello che si dice in generale della Chiesa, fatte le dovute distinzioni, si applica in particolare anche a ciascuna persona. Ecco perché il cappuccino si è chiesto: «Cosa può significare per la vita spirituale del cristiano vivere e realizzare questa idea di Chiesa?». La risposta è che se la Chiesa è il corpo di Cristo, io sono un «essere ecclesiale» nella misura in cui «permetto a Cristo di fare di me il suo corpo, non solo in teoria, ma anche nella pratica». Quello che conta, cioè, non è «il posto che io occupo nella Chiesa», ma «il posto che Cristo occupa nel mio cuore». Questa intima e profonda unione, ha spiegato il predicatore, si realizza attraverso i sacramenti, in particolare il battesimo e l’Eucaristia. Ancora la simbologia sponsale viene in aiuto: san Paolo infatti scrive ai Corinzi che conseguenza del matrimonio è che il corpo del marito diventa della moglie e viceversa. Così «la carne incorruttibile e datrice di vita del Verbo incarnato diventa “mia”, ma anche la mia carne, la mia umanità, diventa di Cristo». Pure noi, cioè, ha aggiunto padre Cantalamessa, possiamo dire a Gesù: «Prendi, questo è il mio corpo». Per questo motivo nessuno deve dire: “Gesù non sa cosa vuol dire essere sposato, essere donna, aver perso un figlio”. Ogni condizione umana Gesù la vive «grazie alla comunione sponsale della messa». Ma se è vero che questo mistero è motivo di stupore e consolazione, è altrettanto vero che ciò implica una grande responsabilità. Molto efficace qui l’immagine usata dal predicatore: «Se i miei occhi sono diventati gli occhi di Cristo, la mia bocca quella di Cristo», quanto dovrò fare attenzione a come userò il mio corpo. Ciò vale per ogni battezzato, ma a maggior ragione per i consacrati, i ministri di Dio «che dovrebbero essere i “mo delli del gregge”». Padre Cantalamessa ha quindi aggiunto, nella sua meditazione, una dimensione «soggettiva ed esistenziale », quella, cioè, dell’«incontro personale con Gesù». L’incontro sacramentale, ha spiegato il cappuccino, non deve essere «puramente nominale, giuridico o abitudinario ». Ma cosa vuole dire «incontrare e farsi incontrare personalmente da Gesù?». Significa «pronunciare la frase “Gesù è il Signore” come la pronunciavano Paolo e i primi cristiani, decidendo, cioè, con essa, per sempre, di tutta la propria vita». Ecco allora che Gesù da personaggio diventa persona, da memoria presenza, viva e operante. Con una incisività così concreta che il predicatore ha invitato a non prendere nessuna decisione di qualche importanza senza prima averla sottoposta a Gesù nella preghiera. In definitiva, ha concluso padre Cantalamessa, se «cerchiamo di amare Cristo e di farlo amare» avremo «reso il miglior servizio alla Chiesa».

© Osservatore Romano - 5 dicembre 2015