di ROBERTO CUTAIA «Trovandosi in Roma il celebre Rosmini, Preposito Generale dell’Istituto della Carità, mi sembrerebbe questa occasione opportuna per avere su quell’a rg o m e n t o (Dogma dell’Immacolata, ndr) il Voto di un uomo che alla sublimità della filosofia congiunge l’eccellenza delle Sacre dottrine». Sono le parole indirizzate dall’abate Giovanni Strozzi, canonico regolare lateranense, al segretario della Consulta dei Teologi, Luca Pacifici. Consulta voluta da Pio IX, riguardante la definizione del dogma dell’Immacolata Concezione. Siamo nell’agosto del 1848, Rosmini era giunto a Roma, inviato dal Governo piemontese, in missione politica presso Pio IX . Nel frattempo per espressa volontà dello stesso Papa la proposta di Strozzi di inserire Rosmini tra i diciotto teologi della consulta fu accolta. Il «voto» di Rosmini, fu preparato con notevole premura e consegnato il 26 novembre a Pacifici a Gaeta e non a Roma, dove Pio IX si era rifugiato. Il Papa riconobbe di notevole importanza il lavoro preparato dal roveretano, attenendovisi in più parti, rispetto a quello degli altri teologi della consulta medesima. Il voto di Rosmini rimase sconosciuto fino al 1904 quando in occasione del cinquantesimo anniversario della dogmatica definizione venne inserito nella pubblicazione degli Atti e documenti a cura di monsignor Vincenzo Sardi (Roma, Tipografia Vaticana, in due volumi). «Rosmini, nato nel segno dell’Angelus Domini nuntiavit Mariae e rigenerato nell’Ecce Ancilla Domini, ebbe, meglio che devozione, trasporto nativo e sostanziale verso la Madonna». Così ebbe a scrivere il padre rosminiano Clemente Maria Rebora uno dei grandi poeti del Novecento, nel descrivere la profonda pietà mariana di Rosmini. «L’onore che mi conferisce Sua Santità volendomi annoverato fra quei Teologi che sono chiamati a dare il voto sulla questione — Se vi sia luogo di consolare le vive premure di moltissimi Vescovi con una dogmatica definizione intorno all’Immacolata Concezione di Maria Santissima — mi torna a grandissima consolazione per la nobiltà e l’amabilità del soggetto, a cui vengono consacrate le prime linee, che ho la bella sorte di scrivere in servigio della S. S. e per ordine Pontificio», scrive Rosmini in apertura del testo del voto. «Io proporrei che il Sommo Pontefice, prima di venire ad alcuna definizione, e altresì per dare alla medesima, quando si credesse di pronunciarla, tutta la dignità e lo splendore possibile, interrogasse sull’argomento tutti i Vescovi della Chiesa Cattolica mediante una sua Enciclica, nella quale egli potrebbe magnificare le glorie di Maria ed inculcarne la divozione». Quella di Rosmini per la Madonna fu una devozione illuminata e ardente e non poteva essere diversamente per chi poggiava il suo pensiero filosofico, ascetico e teologico nel solco del cristocentrismo. Pio IX colse i suggerimenti di Rosmini: «Il 2 febbraio del 1849 il Papa rivolgevasi con un’Enciclica Ubi Primum all’Episcopato cattolico, raccomandando prima di tutto l’indizione di pubbliche preghiere, soggiungendo: Optamus vehementer, ut maiore, qua fieri potest, celeritate Nobis significare velitis, qua devotione vester Clerus populusque fidelis erga Immaculatae Virginis Conceptionem sit animatus, et quo desiderio flagret ut huiusmodi resa ab Apostolica Sede decernatur, atque in primis noscere val maxime cupimus quid Vos ipsi, Venerabiles Fratres ... de ipsa re sentiatis, quidque exoptetis. E in pari tempo a promuovere questa divozione, dava loro ampia facoltà di permettere nelle proprie diocesi l’ufficiatura dell’Immacolata Concezione. Appunto come il Rosmini aveva suggerito» (Charitas, maggio 1954, p. 187). La devozione all’amabilissima, come talvolta chiamava la Madonna Rosmini, sorge dall’intima persuasione che Dio abbia concesso alla Madonna per singolare privilegio l’immunità della colpa d’origine, al punto che Rosmini nel 1843 promuove tra i suoi figli spirituali il culto della Vergine Immacolata, ottenendo dalla Santa Sede che nelle litanie lauretane potessero aggiungere l’invocazione: O Regina sine labe concepta e al prefazio della messa: Et te in conceptione immaculata. «Qualora poi piacesse al Sommo Pontefice emanare una tale Enciclica, crederei fra le altre cautele, da usarsi nelle espressioni, convenisse astenersi dall’intro durre la distinzione scolastica fra la concezione attiva e la passiva, tanto più che questa seconda esigerebbe per la chiarezza del concetto una sotto distinzione, essendo altra cosa l’effetto ch’ella può avere avuto nei genitori e l’effetto che può aver avuto nella prole da essi generata». In un primo momento sembrava che quest’ultimo suggerimento non avesse fatto presa nella stesura della bolla Ineffabilis Deus: «La conclusione fu che alle parole degli schemi precedenti, furono sostituite nel testo definitivo della Bolla queste altre: Beatissimam Virginem Mariam in primo instanti suae Conceptionis fuisse ... praeservatam immunem, senza più parlare dell’anima e dell’infusione di essa nel corpo. Così anche questo punto si finì con fare quello che il Rosmini aveva desiderato e suggerito» (Charitas, maggio 1954, p. 188). «Di qui, la sapienza spirituale porta Rosmini a sentire e a capire tutto il valore di — indicazione — che da Dio stesso viene attraverso Maria Santissima per chi voglia conseguire la perfezione cristiana. Modellare dunque la propria vita su quella di lei, perché in essa si è realizzato il massimo bene morale. Per fare questo occorreva la ferma, incrollabile convinzione che davvero in una condotta di vita come quella di Maria Santissima, si fosse realizzata la più alta perfezione di santità» (Charitas, maggio 1972, pp. 20-26).
© Osservatore Romano - 7 dicembre 2011