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casino Pio IVPubblichiamo di seguito l’intervento che il Santo Padre Francesco ha pronunciato questo pomeriggio, alle ore 17.50, al Pan-American Judges’ Summit, promosso dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, che ha avuto inizio ieri e si conclude stasera presso la Casina Pio IV in Vaticano sul tema: “Diritti Sociali e Dottrina Francescana”:

Intervento del Santo Padre

Signore e signori, è motivo di gioia e anche di speranza incontrarvi in questo Vertice, dove vi siete dati un appuntamento che non si limita soltanto a voi, ma che ricorda il lavoro che realizzate congiuntamente ad avvocati, consulenti, procuratori, difensori, funzionari, e ricorda anche i vostri popoli, con il desiderio e la ricerca sincera per garantire che la giustizia, e specialmente la giustizia sociale, possa giungere a tutti.

La vostra missione, nobile e gravosa, esige di consacrarsi al servizio della giustizia e del bene comune, con la chiamata costante a far sì che i diritti delle persone, e specialmente dei più vulnerabili, siano rispettati e garantiti. In questa maniera contribuite a fare in modo che gli Stati non rinuncino alla loro più eccelsa e primaria funzione: farsi carico del bene comune del loro popolo. «L’esperienza attesta — osservava Giovanni XXIII — che qualora manchi una appropriata azione dei poteri pubblici, gli squilibri economici, sociali e culturali tra gli esseri umani tendono, soprattutto nell’epoca nostra, ad accentuarsi; di conseguenza i fondamentali diritti della persona rischiano di rimanere privi di contenuto» (Lettera Enciclica, Pacem in terris, n. 63).

Elogio questa iniziativa di riunirsi, come pure quella realizzata lo scorso anno nella città di Buenos Aires, nella quale più di 300 magistrati e ufficiali giudiziari hanno deliberato sui Diritti sociali alla luce della Evangelii gaudium, della Laudato si’ e del Discorso ai Movimenti Popolari a Santa Cruz de la Sierra. Da lì è uscito un insieme interessante di vettori per lo sviluppo della missione che è nelle vostre mani. Questo ci ricorda l’importanza e, perché no, la necessità, di affrontare i problemi di fondo che le vostre società stanno attraversando e che, come sappiamo, non possono essere risolti semplicemente con azioni isolate o atti volontari di una persona o di un paese, ma che esigono la creazione di un nuovo clima; ossia di una cultura segnata da leadership condivise e coraggiose che sappiano coinvolgere altre persone e altri gruppi, finché fruttifichino in importanti eventi storici (cfr. Esortazione Apostolica Evangelii gaudium, n. 223), capaci di aprire cammini alle generazioni attuali, e anche a quelle future, seminando condizioni per superare le dinamiche di esclusione e di segregazione, di modo che l’iniquità non abbia l’ultima parola (cfr. Lettera Enciclica Laudato si’, nn. 53 e 164). I nostri popoli reclamano questo tipo di iniziative che aiutino ad abbandonare ogni atteggiamento passivo o da spettatore, come se la storia presente e futura dovesse essere determinata e raccontata da altri.

Stiamo vivendo una fase storica di cambiamenti in cui si sta mettendo in gioco l’anima dei nostri popoli. Un tempo di crisi — crisi: pazienza cinese, rischi, pericoli e opportunità; è ambivalente, molto saggio questo — tempo di crisi in cui si verifica un paradosso: da un lato un fenomenale sviluppo normativo, dall’altro un deterioramento nel godimento effettivo dei diritti consacrati a livello globale. È come l’inizio dei nominalismi, sempre cominciano così. Inoltre, ogni volta, e con maggiore frequenza, le società adottano forme anomiche di fatto, soprattutto rispetto alle leggi che regolano i Diritti sociali, e lo fanno con diversi argomenti. Questa anomia si fonda, per esempio, su carenze di bilancio, sull’impossibilità di generalizzare benefici o sul carattere programmatico più che operativo degli stessi. Mi preoccupa constatare che si stanno levando voci, specialmente di alcuni “dottrinari”, che cercano di “spiegare” che i diritti sociali sono ormai “vecchi”, sono passati di moda e non hanno nulla da apportare alle nostre società. In tal modo confermano politiche economiche e sociali che portano i nostri popoli all’accettazione e alla giustificazione della disuguaglianza e dell’indegnità. L’ingiustizia e la mancanza di opportunità tangibili e concrete dietro a tanta analisi incapace di mettersi nei piedi dell’altro — e dico piedi, non scarpe, perché in molti casi queste persone non le hanno — è anche un modo di generare violenza: silenziosa, ma comunque violenza. L’eccessiva normatività nominalista, indipendentista, sfocia sempre nella violenza.

«Oggi viviamo in immense città che si mostrano moderne, orgogliose e addirittura vanitose. Città» — orgogliose della loro rivoluzione tecnologica e digitale — «che offrono innumerevoli piaceri e benessere per una minoranza felice ma si nega una casa a migliaia di nostri vicini e fratelli, persino bambini, e li si chiama, elegantemente, “persone senza fissa dimora”. È curioso come nel mondo delle ingiustizie abbondino gli eufemismi» (Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari, 28 ottobre 2014). Sembrerebbe che le Garanzie Costituzionali e i Trattati internazionali ratificati nella pratica non abbiano valore universale.

L’“ingiustizia sociale naturalizzata” — ossia come qualcosa di naturale — e quindi resa invisibile — che ricordiamo e riconosciamo solo quando “alcuni fanno rumore in strada” e vengono rapidamente catalogati come pericolosi e molesti —, finisce col far passare sotto silenzio una storia di differimenti e dimenticanze. Permettetemi di dirlo, questo è uno dei grandi ostacoli che incontra il patto sociale e che debilita il sistema democratico. Un sistema politico-economico, per il suo sano sviluppo, ha bisogno di garantire che la democrazia non sia solo nominale, ma che possa vedersi plasmata in azioni concrete che veglino sulla dignità di tutti gli abitanti, secondo la logica del bene comune, in un appello alla solidarietà e un’opzione preferenziale per i poveri (cfr. Lettera Enciclica Laudato si’, n. 158). Ciò esige gli sforzi delle massime autorità, e naturalmente del potere giudiziario, per ridurre la distanza tra il riconoscimento giuridico e la pratica dello stesso. Non c’è democrazia con la fame, né sviluppo con la povertà, né giustizia nell’iniquità.

Quante volte l’uguaglianza nominale di molte delle nostre dichiarazioni e azioni non fa altro che nascondere e riprodurre una disuguaglianza reale e sottostante e rivela che si è di fronte a un possibile ordine fittizio. L’economia delle carte, la democrazia “a parole”, e quella multimediale concentrata, generano una bolla che condiziona tutti gli sguardi e le opzioni dall’alba al tramonto (cfr. Roberto Andrés Gallardo, Derechos sociales y doctrina franciscana, 14). Ordine fittizio che rende uguali nella sua virtualità ma che, in concreto, amplia e aumenta la logica e le strutture dell’esclusione-espulsione, perché impedisce un contatto e un impegno reale con l’altro. Impedisce il concreto, o il farsi carico del concreto.

Non tutti partono dallo stesso punto al momento di pensare l’ordine sociale. Questo c’interroga e c’impone di pensare nuovi cammini affinché l’uguaglianza dinanzi alla legge non degeneri nella propensione dell’ingiustizia. In un mondo di virtualità, cambiamenti e frammentazione — siamo nell’epoca del virtuale —, i Diritti sociali non possono essere solamente esortativi o appellativi nominali, ma devono essere faro e bussola per il cammino perché «lo stato di salute delle istituzioni di una società comporta conseguenze per l’ambiente e per la qualità della vita umana» (Lettera Enciclica Laudato si’, n. 142). Ci vengono chieste lucidità di diagnosi e capacità di decisione dinanzi al conflitto, ci viene chiesto di non lasciarci dominare dall’inerzia o da un atteggiamento sterile come quanti lo guardano, lo negano o lo annullano e vanno avanti come se nulla fosse successo, se ne lavano le mani per poter proseguire la loro solita vita. Altri entrano così tanto nel conflitto da rimanerne prigionieri, perdere orizzonti e proiettare sulle istituzioni le proprie confusioni e insoddisfazioni. L’invito è a guardare in faccia il conflitto, subirlo e risolverlo, trasformandolo nell’anello di un nuovo processo (cfr. Esortazione Apostolica Evangelii gaudium, n. 227).

Affrontando il conflitto, appare chiaro che abbiamo un impegno con i nostri fratelli per dare operatività ai Diritti sociali, impegnandoci a cercare di smontare tutti gli argomenti che attentano contro la loro attuazione, e questo per mezzo dell’applicazione o della creazione di una legislazione capace di elevare le persone attraverso il riconoscimento della loro dignità. I vuoti legislativi, tanto di una legislazione adeguata quanto dell’accessibilità e dell’attuazione della stessa, mettono in moto circoli viziosi che privano le persone e le famiglie delle necessarie garanzie per il loro sviluppo e il loro benessere.

Questi vuoti sono generatori di corruzione e trovano nel povero e nell’ambiente le prime e principali vittime.

Sappiamo che il diritto non è soltanto la legge o le norme, ma anche una prassi che configura i vincoli, che li trasforma, in un certo modo, in “artefici” del diritto ogni volta che si confrontano con le persone e la realtà. E questo invita a mobilitare tutta l’immaginazione giuridica al fine di ripensare le istituzioni e far fronte alle nuove realtà sociali che si stanno vivendo (cfr. Horacio Corti, Derechos sociales y doctrina franciscana, 106). In tal senso, è molto importante che le persone che si presentano nel vostro ufficio e al vostro tavolo di lavoro sentano che siete arrivati prima di loro, che siete arrivati per primi, che li conoscete e li capite nella loro situazione particolare, ma soprattutto che li riconoscete nella loro piena cittadinanza e nel loro potenziale essere agenti di cambiamento e di trasformazione. Non perdiamo mai di vista che i settori popolari non sono in primo luogo un problema, ma una parte attiva del volto delle nostre comunità e nazioni, essi hanno ogni diritto a partecipare alla ricerca e alla costruzione di soluzioni inclusive. «La struttura politica e istituzionale non esiste solo per evitare le cattive pratiche, bensì per incoraggiare le buone pratiche, per stimolare la creatività che cerca nuove strade, per facilitare iniziative personali e collettive» (Lettera Enciclica Laudato si’, n. 177).

È importante far sì che, fin dall’inizio della formazione professionale, gli operatori legali possano farlo in contatto concreto con le realtà che un giorno serviranno, conoscendole in prima persona e comprendendo le ingiustizie contro le quali dovranno un giorno agire. È anche necessario individuare tutti i mezzi e meccanismi affinché i giovani provenienti da situazioni di esclusione o emarginazione possano essi stessi riuscire a formarsi, in modo da poter assumere il protagonismo necessario. Si è parlato molto per loro, ora dobbiamo anche ascoltarli e dare loro voce in questi incontri. Mi viene in mente il leitmotiv implicito di ogni paternalismo giuridico-sociale: tutto per il popolo ma nulla con il popolo. Tali misure ci permetteranno d’instaurare una cultura dell’incontro “perché non si amano né i concetti né le idee [...]. Il darsi, l’autentico darsi viene dall’amare uomini e donne, bambini e anziani e le comunità: volti, volti e nomi che riempiono il cuore” (II Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari, Santa Cruz de la Sierra, 9 luglio 2015).

Approfitto di questa opportunità di riunirmi con voi per manifestarvi la mia preoccupazione per una nuova forma di intervento esogeno negli scenari politici dei paesi attraverso l’uso indebito di procedimenti legali e tipizzazioni giudiziarie. Il lawfare, oltre a mettere in grave pericolo la democrazia dei paesi, generalmente viene utilizzato per minare i processi politici emergenti e propendere alla violazione sistematica dei Diritti sociali. Per garantire la qualità istituzionale degli Stati è fondamentale rilevare e neutralizzare questo tipo di pratiche che derivano dall’impropria attività giudiziaria in combinazione con operazioni multimediatiche parallele. Su questo punto non mi soffermo ma il giudizio mediatico previo lo conosciamo tutti.

Questo ci ricorda che, in non pochi casi, la difesa o la priorizzazione dei Diritti sociali su altri tipi di interessi, vi porterà a scontrarvi non solo con un sistema ingiusto, ma anche con un potente sistema comunicazionale del potere, che distorcerà spesso la portata delle vostre decisioni, metterà in dubbio la vostra onestà e anche la vostra probità, possono addirittura farvi un processo. È una battaglia asimmetrica ed erosiva nella quale per vincere occorre mantenere non solo la forza, ma anche la creatività e un’adeguata elasticità. Quante volte i giudici, uomini e donne, devono affrontare in solitudine i muri della diffamazione e del disonore, quando non della calunnia!

Certamente occorre grande integrità per poterli superare. «Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5, 10), diceva Gesù. In tal senso, mi rallegro che uno degli obiettivi di questo incontro sia la creazione di un Comitato Permanente Panamericano di Giudici per i Diritti sociali, che abbia tra i suoi obiettivi quello di superare la solitudine nella magistratura, offrendo appoggio e assistenza reciproca, per rivitalizzare l’esercizio della vostra missione. La vera sapienza non si ottiene con una mera accumulazione di dati — questo è enciclopedismo — un’accumulazione che finisce col saturare e confondere, in una specie di contaminazione ambientale, bensì con la riflessione, il dialogo, e l’incontro generoso tra le persone, quel confronto adulto, sano che ci fa crescere tutti (cfr. Lettera Enciclica Laudato si’, n. 47).

Nel 2015 ho detto ai membri dei Movimenti Popolari: avete “un ruolo essenziale, non solo nell’esigere o nel reclamare, ma fondamentalmente nel creare. Voi siete poeti sociali: creatori di lavoro, costruttori di case, produttori di generi alimentari, soprattutto per quanti sono scartati dal mercato mondiale” (II Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari, Santa Cruz de la Sierra, 9 luglio 2015). Stimati magistrati, avete un ruolo essenziale; permettetemi di dirvi che siete anche poeti, siete poeti sociali quando non avete paura di «essere protagonisti nella trasformazione del sistema giudiziario basato sul valore, sulla giustizia e sul primato della dignità della persona umana» (Nicolás Vargas, Derechos humanos y doctrina franciscana, 230), su qualsiasi altro tipo d’interesse e di giustificazione.

Vorrei terminare dicendovi: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia; beati gli operatori di pace» (Mt 5, 6 e 9). Grazie.



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Señoras y señores, es motivo de alegría y también de esperanza encontrarlos en esta Cumbre donde se han dado una cita que no se limita solamente a ustedes, sino que evoca la labor que realizan mancomunadamente con abogados, asesores, fiscales, defensores, funcionarios, y evoca también a vuestros pueblos con el deseo y la búsqueda sincera para garantizar que la justicia, y especialmente la justicia social, pueda llegar a todos. Vuestra misión, noble y pesada, pide consagrarse al servicio de la justicia y del bien común con el llamado constante a que los derechos de las personas y especialmente de los más vulnerables sean respetados y garantizados. De esta manera, ustedes ayudan a que los Estados no renuncien a su más excelsa y primaria función: hacerse cargo del bien común de su pueblo. «La experiencia enseña que —señalaba Juan XXIII— cuando falta una acción apropiada de los poderes públicos en lo económico, lo político o lo cultural, se produce entre los ciudadanos, sobre todo en nuestra época, un mayor número de desigualdades en sectores cada vez más amplios, resultando así que los derechos y deberes de la persona humana carecen de toda eficacia práctica» (Carta enc. Pacem in terris, 63).

Celebro esta iniciativa de reunirse, así como la realizada el año pasado en la ciudad de Buenos Aires, en la que más de 300 magistrados y funcionarios judiciales deliberaron sobre los Derechos sociales a la luz de Evangelii gaudium, Laudato si’ y el discurso a los Movimientos Populares en Santa Cruz de la Sierra. De allí salió un conjunto interesante de vectores para el desarrollo de la misión que tienen entre manos. Esto nos recuerda la importancia y, por qué no, la necesidad de encontrarse para afrontar los problemas de fondo que vuestras sociedades están atravesando y, como sabemos, no pueden ser resueltos simplemente por acciones aisladas o actos voluntarios de una persona o de un país, sino que reclama la generación de una nueva atmósfera; es decir, una cultura marcada por liderazgos compartidos y valientes que sepan involucrar a otras personas y otros grupos hasta que fructifiquen en importantes acontecimientos históricos (cf. Exhort. apost. Evangelii gaudium, 223) capaces de abrir caminos a las generaciones actuales, y también a las futuras, sembrando condiciones para superar las dinámicas de exclusión y segregación de modo que la inequidad no tenga la última palabra (cf. Carta enc. Laudato si’, 53.164). Nuestros pueblos reclaman este tipo de iniciativas que ayuden a dejar todo tipo de actitud pasiva o espectadora como si la historia presente y futura tuviera que ser determinada y contada por otros.

Nos toca vivir una etapa histórica de cambios en donde se pone en juego el alma de nuestros pueblos. Un tiempo de crisis –crisis: el carácter chino, riesgos, peligros y oportunidades; es ambivalente, muy sabio esto– tiempo de crisis — en la que se verifica una paradoja: por un lado, un fenomenal desarrollo normativo, por otro un deterioro en el goce efectivo de los derechos consagrados globalmente. Es como inicio de los nominalismos, siempre empiezan así. Es más, cada vez, y con mayor frecuencia, las sociedades adoptan formas anómicas de hecho, sobre todo en relación a las leyes que regulan los Derechos sociales, y lo hacen con diversos argumentos. Esta anomia está fundamentada por ejemplo en carencias presupuestarias, imposibilidad de generalizar beneficios o el carácter programático más que operativo de los mismos. Me preocupa constatar que se levantan voces, especialmente de algunos “doctrinarios”, que tratan de “explicar” que los Derechos sociales ya son “viejos”, están pasados de moda y no tienen nada que aportar a nuestras sociedades. De este modo confirman políticas económicas y sociales que llevan a nuestros pueblos a la aceptación y justificación de la desigualdad y de la indignidad. La injusticia y la falta de oportunidades tangibles y concretas detrás de tanto análisis incapaz de ponerse en los pies del otro —y digo pies, no zapatos, porque en muchos casos esas personas no tienen—, es también una forma de generar violencia: silenciosa, pero violencia al fin. La normatividad excesiva nominalista, independentista, desemboca siempre en violencia.

«Hoy vivimos en inmensas ciudades que se muestran modernas, orgullosas y hasta vanidosas. Ciudades —orgullosas de su revolución tecnológica y digital— que ofrecen innumerables placeres y bienestar para una minoría feliz... pero se les niega el techo a miles de vecinos y hermanos nuestros, incluso niños, y se los llama, elegantemente, “personas en situación de calle”. Es curioso como en el mundo de las injusticias, abundan los eufemismos» (Encuentro Mundial de Movimientos Populares, 28 octubre 2014). Pareciera que las Garantías Constitucionales y los Tratados internacionales ratificados, en la práctica, no tienen valor universal.

La “injusticia social naturalizada” –o sea como algo natural– y, por tanto, invisibilizada que sólo recordamos o reconocemos cuando “algunos hacen ruido en las calles” y son rápidamente catalogados como peligrosos o molestos, termina por silenciar una historia de postergaciones y olvidos. Permítanme decirlo, esto es uno de los grandes obstáculos que encuentra el pacto social y que debilita el sistema democrático. Un sistema político-económico, para su sano desarrollo, necesita garantizar que la democracia no sea sólo nominal, sino que pueda verse plasmada en acciones concretas que velen por la dignidad de todos sus habitantes bajo la lógica del bien común, en un llamado a la solidaridad y una opción preferencial por los pobres (cf. Carta enc. Laudato si’, 158). Esto exige los esfuerzos de las máximas autoridades, y por cierto del poder judicial, para reducir la distancia entre el reconocimiento jurídico y la práctica del mismo. No hay democracia con hambre, ni desarrollo con pobreza, ni justicia en la inequidad.

Cuántas veces la igualdad nominal de muchas de nuestras declaraciones y acciones no hace más que esconder y reproducir una desigualdad real y subyacente y devela que se está ante un posible orden ficcional. La economía de los papeles, la democracia adjetiva, y la multimedia concentrada generan una burbuja que condiciona todas las miradas y opciones desde el amanecer hasta la puesta del sol.[1] Orden ficcional que iguala en su virtualidad pero que, en lo concreto, amplía y aumenta la lógica y las estructuras de la exclusión-expulsión porque impide un contacto y compromiso real con el otro. Impide lo concreto, o hacerse cargo de lo concreto.

No todos parten del mismo lugar a la hora de pensar el orden social. Esto nos cuestiona y nos exige pensar nuevos caminos para que la igualdad ante la ley no degenere en la propensión de la injusticia. En un mundo de virtualidades, cambios y fragmentación estamos en la época de lo virtual–, los Derechos sociales no pueden ser solamente exhortativos o apelativos nominales, sino que han de ser faro y brújula para el camino porque «la salud de las instituciones de una sociedad tiene consecuencias en el ambiente y en la calidad de vida humana» (Carta enc. Laudato si’, 142).

Se nos pide lucidez de diagnóstico y capacidad de decisión ante el conflicto, se nos pide no dejarnos dominar por la inercia o por una actitud estéril como quienes lo miran, lo niegan o lo anulan y siguen adelante como si nada pasara, se lavan las manos para poder continuar con sus vidas. Otros entran de tal manera en el conflicto que quedan prisioneros, pierden horizontes y proyectan en las instituciones las propias confusiones e insatisfacciones. La invitación es mirar de frente el conflicto, sufrirlo y resolverlo transformándolo en el eslabón de un nuevo proceso (cf. Exhort. apost. Evangelii gaudium, 227).

Asumiendo el conflicto queda claro que nuestro compromiso es con nuestros hermanos para darle operatividad a los Derechos sociales con el compromiso de buscar desarticular todos los argumentos que atenten contra su concreción, y esto por medio de la aplicación o creación de una legislación capaz de alzar a las personas en el reconocimiento de su dignidad. Los vacíos legales, tanto de una legislación adecuada como de la accesibilidad y el cumplimiento de la misma, ponen en marcha círculos viciosos que privan a las personas y a las familias de las necesarias garantías para su desarrollo y su bienestar. Estos vacíos son generadores de corrupción que encuentran en el pobre y en el ambiente los primeros y principales afectados.

Sabemos que el derecho no es solamente la ley o las normas, sino también una praxis que configura los vínculos, lo cual los transforma, en cierto modo, en “hacedores” del derecho cada vez que se confrontan con las personas y la realidad. Y esto invita a movilizar toda la imaginación jurídica a fin de repensar las instituciones y hacer frente a las nuevas realidades sociales que se están viviendo.[2] Es muy importante, en este sentido, que las personas que lleguen a los escritorios de ustedes y a sus mesas de trabajo sientan que ustedes han llegado antes a ellos, que ustedes han llegado primero, que ustedes los conocen y los comprenden en su situación particular, pero especialmente reconociéndolos en su plena ciudadanía y en su potencial ser agentes de cambio y transformación. No perdamos nunca de vista que los sectores populares no son en primer lugar un problema sino parte activa del rostro de nuestras comunidades y naciones, ellos tienen todo el derecho a la participación en la búsqueda y construcción de soluciones inclusivas. «El marco político e institucional no existe sólo para evitar malas prácticas, sino también para alentar mejores prácticas, para estimular la creatividad que busca nuevos caminos, para facilitar las iniciativas personales y colectivas» (Carta enc. Laudato si’, 177).

Es importante estimular que, desde el inicio de la formación profesional, los operadores jurídicos puedan hacerlo en contacto real con las realidades a las que un día servirán, conociéndolas de primera mano y comprendiendo las injusticias por las que un día tendrán que actuar. También es necesario buscar todos los medios y mecanismos para que los jóvenes provenientes de situaciones de exclusión o marginación puedan llegar ellos mismos a capacitarse de manera que puedan tomar el protagonismo necesario. Mucho se ha hablado por ellos, necesitamos también escucharlos y darles voz en estos encuentros. Me viene a la memoria el leit motiv implícito de todo paternalismo jurídico–social: todo para el pueblo pero nada con el pueblo. Tales medidas nos permitirán instaurar una cultura del encuentro «porque ni los conceptos ni las ideas se aman [...]. La entrega, la verdadera entrega, surge del amor a hombres y mujeres, niños y ancianos, pueblos y comunidades... rostros, rostros y nombres que llenan el corazón» (II Encuentro Mundial de los Movimientos Populares, Santa Cruz de la Sierra, 9 julio 2015).

Aprovecho esta oportunidad de reunirme con ustedes para manifestarles mi preocupación por una nueva forma de intervención exógena en los escenarios políticos de los países a través del uso indebido de procedimientos legales y tipificaciones judiciales. El lawfare, además de poner en serio riesgo la democracia de los países, generalmente es utilizado para minar los procesos políticos emergentes y propender a la violación sistemática de los Derechos sociales. Para garantizar la calidad institucional de los Estados es fundamental detectar y neutralizar este tipo de prácticas que resultan de la impropia actividad judicial en combinación con operaciones multimediáticas paralelas. Sobre esto no me detengo pero el juicio previo mediático lo conocemos todos.

Esto nos recuerda que, en no pocos casos, la defensa o priorización de los Derechos sociales sobre otros tipos de intereses, los llevará a ustedes a enfrentarse no sólo con un sistema injusto sino también con un poderoso sistema comunicacional del poder, que distorsionará frecuentemente el alcance de sus decisiones, pondrá en duda su honestidad y también su probidad, incluso pueden hacerle juicio. Es una batalla asimétrica y erosiva en la que para vencer hay que mantener no sólo la fortaleza sino también la creatividad y una adecuada elasticidad. ¡Cuántas veces los jueces y juezas se enfrentan en soledad a las murallas de la difamación y del oprobio, cuando no de la calumnia! Ciertamente, se requiere de una gran entereza para poder sobrellevarlas. «Felices los que son perseguidos por practicar la justicia, porque a ellos les pertenece el Reino de los Cielos» (Mt 5,10), decía Jesús. En este sentido, me alegra que uno de los objetivos de este encuentro sea la conformación de un Comité Permanente Panamericano de Jueces y Juezas por los Derechos sociales, que tenga entre sus objetivos superar la soledad en la magistratura, brindando apoyo y asistencia recíproca para revitalizar el ejercicio de su misión. La verdadera sabiduría no se consigue con una mera acumulación de datos –eso es enciclopedismo– una acumulación que termina saturando y obnubilando en una especie de contaminación ambiental, sino con la reflexión, el diálogo, y el encuentro generoso entre las personas, esa confrontación adulta, sana que nos hace crecer a todos (cf. Carta enc. Laudato si’, 47).

En el 2015 les decía a los integrantes de los Movimientos populares: Ustedes «tienen un rol esencial, no sólo exigiendo y reclamando, sino fundamentalmente creando. Ustedes son poetas sociales: creadores de trabajo, constructores de viviendas, productores de alimentos, sobre todo para los descartados por el mercado mundial» (II Encuentro Mundial de los Movimientos Populares, Santa Cruz de la Sierra, 9 julio 2015). Estimados magistrados: Ustedes tienen un rol esencial; permítanme que les diga que ustedes también son poetas, son poetas sociales cuando no tienen miedo «a ser protagonistas en la transformación del sistema judicial basado en el valor, en la justicia y en la primacía de la dignidad de la persona humana»[3] sobre cualquier otro tipo de interés o justificación. Quisiera terminar diciéndoles: «Felices los que tienen hambre y sed de justicia; felices los que trabajan por la paz» (Mt 5,6.9). Muchas gracias.

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[1] Cf. Roberto Andrés Gallardo, Derechos sociales y doctrina franciscana, 14.

[2] Cf. Horacio Corti, Derechos sociales y doctrina franciscana, 106.

[3] Nicolás Vargas, Derechos sociales y doctrina franciscana, 230.